Natasha Khan, la sposa

Pubblicato il 12 luglio 2016
Tempo di lettura stimato: 7 minuti.
Letto volte.

The brideEvabbè. Questa donna mi uccide.
Un concept album così ben pensato e meglio eseguito, che è un’esperienza catartica che non mi vergogno di accostare a Radiohead e Pink Floyd.
Ogni nuovo disco di Natashina Khan è il suo disco migliore.
L’ultimo lavoro di un’artista a trecentosessanta gradi che non ha ancora finito di superarsi.
Scoprite i dischi di Bat for lashes, se ancora non l’avete fatto, ve lo chiedo per favore.

Dei suoi lavori passati ho già parlato profusamente qui.

Di The bride, Natasha ha fatto un tour che è più un’Opera che un concerto. Il disco è tematico, e parla di una sposa il cui sposo muore il giorno delle nozze e decide di partire per un viaggio che è sia fisico che interiore, di accettazione del dolore. Lo ha suonato  dentro le chiese, interpretando questo nuovo personaggio che arriva dopo la Pearl di Two Suns e la Laura di The haunted man. Se non li hanno già tolti, dovreste poter vedere tre video qui.

Ovvio quindi che il titolo della prima canzone sia I Do – lo voglio – un pezzo quasi solo voce e autoharp, cullato nel sogno del matrimonio felice, ancora imperturbato dall’ombra della morte.

Il presagio arriva in Joe’s dream, un pezzo che mette i brividi proprio come un brutto sogno che sembra annunciare qualcosa di brutto, sebbene le melodie siano dolci e melanconiche.

L’ansiosa attesa nella chiesa è perfettamente interpretata da In God’s house, sicuramente il pezzo più d’impatto e incisivo del disco. Apre con un organo distorto coperto da armonie dissonanti all’autoharp. Infonde con successo angoscia e suspense, pur rimanendo un pezzo al contempo complesso (è in tempi dispari) e ballabile. Pura magia. Il testo rimarca ancora il presagio del sogno di Joe, questa sensazione irrazionale che fa dire “sento che qualcosa non va / Cos’è questa cosa che vedo? / Le mani del mio piccolo sul volante / Fuoco, fuoco”. Un’incursione della sposa nel paranormale, che non rimarrà isolata.

Sembrerebbe quasi ironico l’inizio di Honeymooning alone: lo schianto di un’auto come in un film comico, seguito da un assolo di chitarra in pieno stile surfing anni ’60. Non fosse per il cupo giro di basso, quasi ci potremmo scordare della tragedia appena avvenuta; ma forse è proprio questo lo scopo della canzone. The bride non è un disco sulla disperazione e la perdita, ma sulla pace e la libertà che si ottengono accettandole, nonostante il finale. I coretti infantili del ritornello sembrano lasciare indizi proprio verso questa traccia.

Infatti segue Sunday love, puro dance spensierato. Anche il testo pare una classica storia di innamoramento, finché il ritornello non tira fuori frasi come “Sunday love is so cold” e “anche se sto cadendo a pezzi, voglio l’amore della domenica nel mio cuore”, e si potrebbe pensare che le strofe siano i flashback di come lo sposo e la sposa si sono conosciuti, mentre il ritornello torni al freddo e desolato presente, in una disperata ricerca dell’amore che si pensa perduto, strappatoci via dalla morte.

Se Honeymooning alone rappresenta la fase della negazione del lutto, e Sunday Love è un ricordo nostalgico e doloroso, Never forgive the angels è chiaramente la fase della rabbia, scaricata ingiustamente sugli angeli. Una rabbia non esplosiva, ma intensa e strisciante, come il cupo giro di basso che sostiene tutto il pezzo.

Close encounters è una piccola meraviglia, uno dei miei pezzi preferiti. Al nucleo c’è ancora una dolorosa nostalgia, con versi laceranti come “sai che ti amerò fin dove le stelle non brillano”, “sai che riempirai sempre questo mio cuore”. Sembra quasi raccontare un contatto metafisico: si parla di viaggi “dall’altra parte” che “non posso far comprendere a nessuno”. Fantasmi, oltretomba, soprannaturale… Ciò che intrigano a pensare anche i controcori appena percebili nel ritornello, lievi voci distorte che si descrivono al meglio con una parola inglese: “eerie”, che significa “inquietante, angoscioso”, ma anche, appunto “soprannaturale, misterioso”. Da pelle d’oca.

Il viaggio soprannaturale è confermato da questa Widow’s peak. Se già non ci siamo persi per strada gli ascoltatori superficiali, annoiati dai vocalizzi di Natasha, dai ritmi lenti e dalle basi musicali essenziali, qui sicuramente il loro ascolto si fermerà. Widow’s peak è infatti più una poesia con un po’ di piano sotto, che una canzone vera e propria. Natasha aveva già sperimentato letture e poesie nei suoi lavori precedenti, ma mai in modo così marcato e singolare. C’è confusione in questo pezzo, lo stordimento quasi lisergico provocato dal dolore della perdita; e alla fine, il ritorno al mondo della veglia.

Siamo alla fase della contrattazione del lutto, anche se quella della depressione, che in teoria viene dopo, è ben presente e distribuita nei pezzi precedenti. In questa Land’s end torna chiaro il viaggio in auto come strumento di elaborazione del dolore. “Perché, amore mio, sanguinerò / E guiderò finché non mi sentirò libera / Alla fine della terra”. Si comincia a intravedere una speranza, musicata anche dall’arpeggio lieve e accomodante, e dalla voce di nuovo dolce della sposa.

Rimpianti, e l’inizio dell’accettazione: ecco If I knew, dolcissima ballad che si diverte a riprendere la melodia di I do come un coretto angelico. “C’era una montagna che dovevo rivendicare come mia / Giusto o sbagliato, mi hai mantenuta nella luce / La montagna aveva uno specchio, all’interno”. Deliberato il richiamo alla difficoltà da superare (la montagna): il dolore, la perdita. Straziante la devozione dell’amore che vince la morte, il bene e il male. Rivelatorio come all’interno della difficoltà, la sposa capisca che era lei a generarla (lo specchio). Di nuovo, brividi.

Il peggio è passato. Ciò che è stato perduto, è stato ritrovato. Il conforto, la pace e la speranza sono cantati alla perfezione in I will love again. Non c’è nemmeno da commentare: “Una di queste notti / uno di questi giorni / tornerò ad amare / Oh, ero un cervo nelle luci / Ero persa nelle onde / ma tornerò ad amare”. Indicativo come anche il viaggio fisico termini insieme a quello metafisico: “Perché tornerò indietro / andrò dritta verso casa”.

Ma forse ci siamo illusi. Forse non può esserci un lieto fine. E come le più grandi opere, anche The bride non chiude con un terzo atto liberatorio, ma un quarto atto dolce-amaro, composto dagli ultimi due pezzi. Il primo è In your bed, una ballad/ninna nanna che sarebbe quasi sensuale, a sentirla decontestualizzata dall’album. La sposa sembra tornata a casa e ricatapultata nella vita mondana. C’è una festa, ci sono bei vestiti e del vino, c’è la piccola Annie che “fa sembrare le cose gioiose”… Fa sembrare. Non c’è stato un vero distacco, una vera accettazione. La sposa rivuole il suo sposo. Vuole stare nel suo letto, tra le sue braccia, “sprecando tempo / sognando per sempre nel mondo delle nostre rime / camminare per sempre in un silenzio sublime”. Vorrebbe solo essere con lui. Viva o morta non fa differenza.

A chiudere il disco non troviamo i coretti angelici di Honeymooning alone o di If i knew, né le vocette fantasmagoriche di Close encounters. A chiudere il disco troviamo Clouds: i vocalizzi eterici di Natasha, quasi un lamento agli Dei, accompagnati da una chitarra che suona sottovoce un giro semplice ma intenso. Solo dopo la ripetizione delle invocazioni alle nuvole e alla pioggia si permettono di entrare le note più gravi delle tastiere. C’è una pioggia divina che non fa promesse “mi laverai durante tutta la notte? / lo prendo come un segno / una pesante grazia ho trovato”.

Ecco come ci lascia, la sposa. Bagnata, col cuore spezzato, osa sperare senza crederci davvero. Forse preferisce languire nel dolore. Sognare di stare per sempre con il suo sposo fantasma. Non ci lascia con il sorriso amaro dell’esperienza, ci lascia con il dubbio e con il magone.
Se non potete tollerare questo finale, infilate in coda al disco questo pezzo, colonna sonora di How I live now, del 2013:

Capite bene che giudicare le singole canzoni di questo disco è inutile. Potrei dirvi quali sono i pezzi “migliori” e quelli che funzionano meno, una volta estrapolati dal disco, ma il punto è che questa è un’opera che va ascoltata da sola, di fila, senza mescolare le tracce. Solo così ogni singola canzone non brilla solo di luce propria, ma anche della luce delle canzoni che vengono prima di lei. Praticamente tutti i dischi di Natasha Khan sono tematici, concept-album, ma questo è decisamente quello che ha la continuità traccia-per-traccia più forte. Ecco perché non ho paura di paragonarlo a Kid A o The Wall. Un’esperienza musicale sensazionale, da vivere in intimità e silenzio.

Speriamo torni in Italia a portare il suo spettacolo. L’ho già vista dal vivo durante il tour di The haunted man ed è stata una delle migliori esperienze live della mia vita, ma immaginatevi cosa potrebbe essere uno spettacolo del genere suonato tutto di fila, magari proprio in una chiesa.

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Strange little Garbage

Pubblicato il 11 luglio 2016
Tempo di lettura stimato: 5 minuti.
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Strange little birdsLo ammetto: la fede verso i miei adorati Garbage, con quest’album ha vacillato.
Non è la prima volta. Nel 2001, quando uscì il loro terzo disco, Beautifulgarbage, odiai così tanto il primo singolo, Androginy, che li schifai completamente e ignorai ogni loro lavoro successivo. Mi riavvicinai solo molti anni dopo, durante la loro “pausa” di sette anni; riscoprii i dischi che mi ero perso ed ebbi la conferma di quanto bimbominkia cretino sono stato in passato (non che ora sia migliorato molto).

Dopo l’eccezionale concerto, ero veramente in fibrillazione per l’uscita del nuovo disco, quindi sono rimasto un po’ deluso quando l’impatto non è stato immediato.
Insomma, questo Strange little birds è un disco strano. Potrebbe sembrare immediato e semplice, ai primi ascolti, invece è forse il disco più complesso della loro carriera.
Tolto il singolo facile in puro stile Garbage – Empty – non ci sono praticamente collegamenti diretti ai loro vecchi lavori. Questo solitamente sarebbe un pregio, ma in questo caso per me è stato abbastanza spiazzante.
Anche lo stile “dark” devo dire che mi ha fatto storcere spesso il naso. Molte canzoni sono coperte di effetti di rumore bianco, a tratti quasi fastidioso.
Solo dopo decine di ascolti sono riuscito a farmi un’idea un po’ più precisa, e anche solo per pezzoni esagerati come Even thought our love is doomed o If I lost you, ho concluso che è un disco che merita ascoltare, e ascoltare bene.

Si apre con Sometimes, un pezzo probabilmente pensato appositamente come intro, che subito fa capire il tono che i Garbage intendono tenere nell’album. Nelle auto-interviste a commento delle singole tracce, Butch Vig ha dichiarato le loro intenzioni di fare un disco dark, cupo, “scary” cioè proprio “pauroso”, allarmante, sinistro, preoccupante. Hanno messo in pratica questa intenzione diminuendo la componente rock e aumentando quella ambient (due elementi comunque sempre stati presenti nella loro musica, solo mixati in maniera diversa), e lavorando molto sul “controllo dello spazio tramite la voce”, come ha detto Butch. Questa Sometimes è l’esatta messa in pratica. Graffi, strappi, white noise, e la voce di Shirley effettata tanto da risultare secca, fredda, distante. Insieme ai testi che dipingono una rabbia a stento contenuta e il tono della voce di una calma inquieta, quasi psicopatica, decisamente un pezzo che mette i brividi.

…E tutto sfuma via in un opaco ricordo appena attacca l’energica Empty, singolo d’apertura per niente coraggioso, dato che è un richiamo diretto ai classici Garbage. Non che sia per forza un male, anzi, è uno dei miei pezzi preferiti, ma sicuramente è anche il più ovvio del disco.

Blackout è l’imponente e articolatissima spina dorsale del disco. Diversificato, elaborato, stratificato, pieno di suoni ed effetti che si alternano su una struttura non classica in cui è quasi difficile appiccicare le etichette di “verso”, “ritornello” e “bridge” alle varie parti. Interessanti le dichiarazioni del gruppo, che rimandano alle influenze dei Bauhaus, ma soprattutto l’idea da cui sono partiti: doveva essere la musica dei titoli di coda di un film di vampiri.
Un pezzo travolgente, soprattutto dal vivo.

If i lost you, una dolcissima ballata spezzacuori che levati. Sorprendentemente, anche qualcosa di inedito nella carriera dei Garbage: Shirley l’ha definita come una lettera d’amore semplice e diretta… qualcosa che non aveva mai fatto prima.

Night drive loneliness, praticamente l’archetipo della canzone da macchina. Al bassista che suona con i Garbage ha ricordato qualcosa di Lynchiano, ed effettivamente le sensazioni che suscita sono proprio quelle.

Even though our love is doomed. Secondo singolo, e stavolta sì: davvero coraggioso. Capolavoro. Non si possono usare le parole, va ascoltata e basta. Piccola nota: questa è l’unica canzone dei Garbage scritta interamente da Butch Vig, testi compresi.

Magnetized, esclusa Empty, la più pop e semplice dell’album, che segna una sorta di intervallo dalle atmosfere cupe e pesanti dei pezzi precedenti.

“Intervallo” che più o meno prosegue anche con We never tell, che è una sorta di via di mezzo tra le canzoni più sbarazzine e quelle più dark. Le sonorità qui richiamano il disco precedente, Not your kind of people e in particolare, per usare le parole di Butch “è la canzone cugina di Felt“. In effetti a sentirle di fila si fondono insieme quasi alla perfezione.

So we can stay alive, pezzo interessante per via dei complessi riff elettronici contrastati da quelle improvvise schitarrate elettriche. Lo so, a metterlo per iscritto sembrerebbe la descrizione di un qualsiasi pezzo Garbage, eppure qui riescono a fare la stessa cosa in maniera diversa. :D

Teaching little fingers to play è il pezzo che mi ha lasciato più perplesso. Sembra quasi una canzoncina per bambini, sia musicalmente che per quanto riguarda i testi… Al mio dubbio ha risposto Duke Erikson, dichiarando che il titolo viene dal nome del suo primo libro di musica per pianoforte (“Insegnare a suonare ai mignolini”). Anche il riff di piano iniziale è intenzionalmente una specie di piccola lezione di piano. :D

Chiude il disco Amends, un pezzo deciso e tagliente. Un finale che lascia la voglia di averne ancora e che, con l’ossessiva ripetizione finale di “I don’t know you”, indica di nuovo l’incertezza, la fragilità e i dubbi di una grande band. “Mancanze” che li hanno sempre contraddistinti e resi grandi, proprio perché spinti a migliorarsi e cercare nuove strade.
Ecco chi sono gli Strange little birds: è la gente, sono i fan, ma soprattutto sono i Garbage, una band sempre spiazzante, e per questo sempre valida.

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Il porto proibito

Pubblicato il 9 luglio 2016
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Il porto proibitoIl cugino italiano di Sailor Twain, che però mi è piaciuto di più del lavoro di Mark Siegel.

Stefano Turconi è semplicemente sensazionale, uno sbalordimento in ogni vignetta, in ogni inquadratura, in ogni tratto di matita.

La scrittura di Radice invece, ahimé, l’ho trovata un po’ pesante. Prolissa, troppo troppo presente, e sebbene raramente infranga la regola dello show, don’t tell, non lascia quasi mai un attimo di fiato dai pensieri, dai commenti, dalle riflessioni e dalle poesie spesso forzate dentro i baloon e le didascalie.

Si nota il grande lavoro di ricerca, e questo lo considero un altro difetto. Perché si nota, appunto. Il lavoro di ricerca non si dovrebbe notare. Dovrebbe essere assorbito chimicamente attraverso la carta, non esibito, sottolineato, urlato.
Insomma, ho apprezzato fabula e intreccio e trovo che generalmente sia una buona scrittrice, ma questi dettagli li trovo personalmente errori quasi da principiante.

Un’altra cosa che mi ha infastidito è l’atmosfera Disneyana che si respira. Capisco l’origine e la carriera dei due autori, ma una storia di marinai tutta bellina, pulitina, perfettina in cui tutti sorridono e sono contenti e persino gli aspetti più volgari (prostituzione, stupri, omicidi…) sono stemperati sia nel tratto del disegno che nello storytelling che nelle parole… Sinceramente la mia sospensione dell’incredulità ha vacillato.
È un problema che ho riscontrato anche in Sailor Twain – anche quello disegnato in stile cartoon – ma se non altro il lavoro di Siegel ha dimostrato che si può essere cartoon senza essere per forza Disneyani, cosa che invece ne Il porto proibito non accade.

Mi è comunque piaciuto, anche molto, e lo preferisco a Sailor Twain, sia chiaro.

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L’horror gotico di Robert Howard

Pubblicato il 9 luglio 2016
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I figli della notteDi Howard avevo letto solo qualcosa di Conan, e sinceramente mi aveva lasciato abbastanza tiepido.
Questo I figli della notte, antologia di racconti horror gotici, invece è una bomba termonucleare.

L’abilità evocativa di Howard è sensazionale. Ogni singolo racconto, anche quelli che a livello di soggetto potrebbero sembrare banali, trasmettono un’inquietudine e un’atmosfera densissime.

Un autore ampiamente sottovalutato e di fatto poco conosciuto, artefice di un immaginario cupo e desolante in cui dimostra di aver imparato tutti i trucchi di Lovecraft, a mio avviso di averlo superato in tecnica letteraria, e che va a paragonarsi direttamente con Edgar Allan Poe.

Questo Urania lo trovate in ebook in tutti i negozi digitali, a pochi euro, insieme alla sua seconda parte I morti ricordano.

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Garbage – Milano

Pubblicato il 13 giugno 2016
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8 giugno 2016 – Fabrique Milano.
Un altro concerto indimenticabile, come tutti quelli pagati meno ( xD ), vedi Bat for lashes, Interpol o i Foo Fighters quando in Italia non erano ancora esplosi.
Ero dubbioso sull’estensione vocale di Shirl, mi rimangio tutto. Ha sostenuto due ore di concerto con una potenza vocale e soprattutto un’energia fisica incredibile. Alle soglie dei 50, ogni tanto si è concessa qualche simpatica smorfia di fatica, ma poi è sempre ripartita più energica di prima.
Scaletta non ovvia: da un parte sorprendente, dall’altra un po’ deludente per l’assenza di alcuni dei miei pezzi preferiti sostituiti da altri più tiepidi. Solo tre pezzi (e mezzo, con l’intro) del nuovo album, poi un recursus totale della loro ventennale carriera.
Pubblico preparatissimo ed entusiasta che cantava a squarciagola ogni pezzo, dando grande soddisfazione a Shirl.
Due incidenti divertenti: dopo dieci secondi di Sex is not the enemy, un cambio di microfono al volo che ha obbligato a interrompere il pezzo. Shirl ha preso giustamente un po’ in giro l’organizzazione, poi è ripartita dicendo “I have microphone, we have power”.
Immediatamente dopo la fine di Push it, poi ha iniziato a sbraitare incazzatissima, in scozzese stretto, verso un punto del pubblico. Probabilmente c’era un gruppetto di tizi che avevano creato un piccolo cerchio di pogo. La cosa non le è piaciuta per niente: ha fatto intervenire la security, i tizi si sono scusati e il concerto è ripreso. Però son stati due minuti memorabili, sembrava che Shirl stesse per scendere dal palco e prendere la gente a testate.:D

Garbage

Clicca per l’album

SCALETTA
Sometimes
Empty
Stupid Girl
Special
Blood for Poppies
Bleed Like Me
My Lover’s Box
Sex Is Not the Enemy
A Stroke of Luck
Control
#1 Crush
I Think I’m Paranoid
Battle in Me
Automatic Systematic Habit
The Trick Is to Keep Breathing
Blackout
Push It
Vow
Only Happy When It Rains
– – – – – – – – – Encore
Even Though Our Love Is Doomed
Why Do You Love Me
Cherry Lips (Go Baby Go!)

Niente Run baby run, Queer, It’s all over but the crying, You look so fine ;_______;

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Radiohead – Moon shaped pool

Pubblicato il 12 giugno 2016
Tempo di lettura stimato: meno di un minuto.
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A moon shaped pool Album incredibile che suona come nient’altro.
La fusione perfetta di tutta la carriera dei Radiohead.
Una miscela di suoni sorprendenti e inaspettati, come i violini distorti di Burn the witch o l’organetto elettronico che fa da tappeto ai cori pseudo-gospel di Identikit.
Non mancano gli strumenti acustici, che talvolta dominano l’intero pezzo, come in Desert Island Disk.
Una meraviglia di ascolto catartico dall’inizio alla fine, che arriva con la struggente True Love Waits, canzone che il buon Yorke suona live da almeno quindici anni, e che finalmente ha trovato la sua versione in studio.

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Pensieri sfusi sul film di Warcraft

Pubblicato il 11 giugno 2016
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WarcraftLeggo che lo massacrano un po’ dappertutto. Sono andato a vederlo quindi con aspettativa bassa, e sono uscito chiedendomi perché lo massacrano un po’ dappertutto, perché non ha nulla da invidiare al film Marvel medio – anzi.

Prima di tutto: mi è sembrato abbastanza palese che fosse un film pensato per i fan. Io che ho giocato a Warcraft 3 e WoW per anni, e ho approfondito la lore (il background dell’universo narrativo) del passato, ho avuto comunque dei momenti di difficoltà a seguire alcuni passaggi, e ho notato diversi ammiccamenti e citazioni, il che significa che me ne sono perse altrettante.
Ora: questa cosa non è da sottovalutare, perché non l’ha mai fatta nemmeno la Marvel.
La Marvel ha sempre cercato di fare film del tutto introduttivi, per un pubblico che non ha mai toccato un loro albo.
Questo perché fare un film – che ha costi enormi e conseguenti rischi altissimi – per una nicchia, non solo sarebbe una sciocchezza, ma semplicemente non si può fare. Non esiste un produttore che darebbe l’ok. Te lo dovresti autoprodurre, dando per scontato che tu riesca a tirare su i fondi necessari per un blockbuster (finora non è mai successo).
Ecco, questa cosa mi ha colpito molto. Non so davvero come diavolo siano riusciti a produrre questo film in questa maniera. Mi devo andare a cercare qualche informazione più specifica sulle dinamiche di produzione.
L’altro piccolo miracolo è che una ditta pignola e rompipalle come la Blizzard sia riuscita a collaborare con la produzione (Legendary + Universal) senza far aggiungere troppe sciocchezze.
Insomma: Il Signore degli anelli ci ha fatto capire che basta un capriccio del produttore per far aggiungere un elfo che spara frecce in piedi facendo surf con uno scudo sul corrimano di una scalinata; il fatto che questo Warcraft sia tuttosommato equilibrato, vista la quantità di primedonne distribuite in tre diverse produzioni, è davvero notevole.

CGI e in generale visuals ottimi, e secondo me anche piuttosto originali. Aspettavo un film moderno che mi facesse vedere un po’ di magie spettacolari e questo è quello che ci va più vicino. Vedremo poi Dr. Strange come si comporta, ma per ora Warcraft mi ha dato soddisfazioni.

Da quello che avevo visto, i costumi, armature, armi eccetera mi sembravano ridicoli, e anche altri elementi del gioco mi sembravano pigiati a forza, invece vedendo il film mi è sembrato tutto coeso e credibile, il che di solito significa che la narrazione è stata buona.

Infatti la sceneggiatura per me regge. La storia è semplice e banale, ma d’altronde è quella di Warcraft, non vedo motivi per cui avrebbero dovuto fare qualcosa di diverso. È arricchita dall’intreccio dei personaggi, pure troppo: io pur conoscendo abbastanza la lore, a volte ho arrancato a seguire i vari personaggi.

La regia per quanto mi riguarda è buona. Non emerge il talento di Jones, ma non era una cosa che mi aspettavo. Come ho detto, questo è un film che sarà stato gestito con il pugno di ferro dalla produzione e dalla Blizzard; era improbabile che al regista fosse data carta bianca. Anzi, è riuscito comunque a inserire inquadrature interessanti e pure a citare i vari giochi senza risultare dozzinale (la scena a volo d’uccello sulle incursioni degli orchi, per esempio). Il mio terrore era che questo film stroncasse la carriera di uno dei miei registi giovani preferiti, e sinceramente non credo succeda; ha dato un’ottima prova il buon Bowie Jr.

Gli attori sì, sono tutti abbastanza cani. Però anche qui c’è da vedere il discorso produzione. Così a occhio, mi è sembrata la classica direzione attoriale per produzioni di marchi famosi: piatta, con volti poco noti, mai sopra le righe. A volte è una scelta ponderata per non far rubare l’attenzione del pubblico a uno o più attori. Scelta del cavolo, ne convengo (anche perché la Marvel ha dimostrato che è una idiozia), ma pur sempre una scelta di produzione.

Ci sono delle incertezze nel ritmo, a volte, e i dialoghi su amore e famiglia sono le cose meno riuscite, però io mi son divertito e la mia incredulità è rimasta sempre sospesa, quindi per quanto mi riguarda il film è riuscito.

Inoltre spero che incassi bene perché voglio il film su Arthas, sperando che non lo traggano dal libro.

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