I mostri di Benni

Pubblicato il 3 luglio 2015
Tempo di lettura stimato: 4 minuti.
Letto 9 volte.

Cari mostriIl nuovo libro di Benni è una bomba.

Ventiquattro racconti di breve e media lunghezza, ma tutti ben congegnati e affilati, di grande impatto.

Alcuni ricordano Matheson e i racconti per adulti di Roald Dahl (sì, ha scritto anche racconti per adulti, e sono bellissimi), ma tutti hanno i tratti distintivi del Lupo: ironia, lucida analisi del mondo moderno, giochi di parole, dialoghi brillanti, e vanno dal comico al grottesco, dal fantastico alla critica sociale. Sono racconti freschi, frizzanti, spiazzanti: alcuni sono persino privi di finale, nella tradizione di Cechov e Carver.

Mi è piaciuto anche quello che sembra un intenzionale, leggero allontanamento dalle “storie di paese”, elemento distintivo degli ultimi romanzi di Benni (anche dei primi, vedi Bar Sport, ma negli ultimi questa cosa si era fatta più costante), che mi avevano convinto poco. Intenzionale perché le storie raccolte in questo libro devono essere universali, e una contestualizzazione locale avrebbe molto probabilmente diminuito la loro forza.

È un Benni in forma smagliante, assolutamente da leggere.
Per darvi un’idea di quanto varino lo stile, le ambientazioni e i soggetti dei racconti (pur rimanendo tutti legati al tema centrale, cioè quello dei “mostri”, in senso lato), vi riporto gli stralci che ho evidenziato sul mio kindle.

Potrebbe sembrare un anaconda ma non lo è. È una specie non ancora catalogata, ma cosa importa? Le ossessioni delle nostre tassonomie non esauriranno mai il mistero della creazione.

Cosa sei?

– Mi prende per il culo?
– Non sono abilitata a darle questo genere di informazione.

Numeri

Solo in cielo, un enorme stormo di uccelli che cambiava forma e direzione, mosso da un misterioso accordo.

Numeri

– Ho scoperto da tempo il segreto, – disse Marcello, strizzando l’occhio – basta fallire al momento giusto. Farsi dare i soldi, nasconderne un po’ da qualche parte. Poi dire, ragazzi non ne ho più. Se volete vi ridò il venti per cento. E ricominciare. E spendere, spendere, fregarli con l’apparenza. Fai debiti grossi, Walter, buchi di milioni. Non andrai mai in galera per quelli, perché ti tireresti dietro altra gente. In galera ci vanno i pezzenti.

Candy

Magro, cereo e brufoloso per i pensieri notturni accompagnati da qualche divagazione prensile.

Il miracolo

Alla reception sonnecchiava un portiere dalla faccia lunga, giallastra e placida, come un Urlo di Munch che avesse trovato pace.

Hotel del lago

– Il mio maestro di spada giapponese Masuhiro mi ripeteva sempre: “Se la lama esita, tutto può guastarsi”. – Masuhiro non è un maestro di arti marziali, è un cuoco di sushi. – Sottigliezze.

Polpa

Nel nero mondo delle storie spaventoidi c’è sempre il dubbio se siano vere o inventate, ma dal momento che ti sono entrate in gola e nei sogni e nei ventrani, ebbene sono vere, anzi più verissime delle vere, perché ciò che ti fa galoppare il cuore e rizzare i capelli e stringere il buco del culo è vero.

La storia della strega Charlotte

C’è veramente di tutto in questo libro: si apre con una citazione dei Gremlins, passa all’inquietudine dell’esistenza e la paura dell’inesistenza. Omaggia tutti i pilastri della satira con delle spietate storie sui teenager moderni, sul mondo della finanza e di chi la aggira, sul sesso e sulla chiesa. Ci svela il passato segreto di Michael Jackson ed Edgar Allan Poe e non manca di rivisitare i mostri classici come Dracula, la mummia e le storie di fantasmi. C’è il Diavolo, ci sono gli alieni, mostri di ogni genere e c’è persino uno spettacolare romanzo breve in chiave hard boiled sulle avventure di Mitch, gatto detective.
L’ultimo racconto riguarda “la parola che uccide”, ma Benni, con questo libro, ha confermato di padroneggiare completamente la parola che allieta.

COMPRATELO ORA.
Di carta o di Kindle.

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SETTE GIOOOOORNIII – Misantropia

Pubblicato il 19 giugno 2015
Tempo di lettura stimato: meno di un minuto.
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Manca solo una settimana alla chiusura della campagna di raccolta fondi del mio gioco in scatola, nonché progetto su cui ho investito i maggiori sforzi della mia vita cosciente degli ultimi tre anni.

Siamo all’83% quindi butta bene, però niente è mai detto. Ho visto campagne passare dal 44% al 110% in tre giorni, e allora facciamo finta di essere ottimisti e gettiamoci nelle fiamme con fiducia.

I piani per il futuro di questo gioco sono tuttora vaporosi. Il passato è passato, il futuro è incerto, esiste solo l’adesso, e l’adesso è la campagna di raccolta fondi. Se volete una copia del gioco a prezzo di favore, o se volete anche solo contribuire con un simbolico obolo di pochi euri, il momento di farlo è adesso.

Aiutatemi peppiacere, non fatemi giocare da solo  :solo:

http://igg.me/at/misantropiailgioco

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Stefano Benni e me

Pubblicato il 10 giugno 2015
Tempo di lettura stimato: 3 minuti.
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Stefano Benni

 

Il primo libro “da adulti” (cioè non della collana Gl’Istrici) che abbia letto è stato La compagnia dei Celestini.

Non sarei onesto se dicessi che mi ha cambiato la vita, anche perché avevo poco più di dieci anni. Però mi piacque molto, soprattutto per la libertà espressiva e l’ingente quantità di fantasia. Pian piano, con gli anni, recuperai tutti i libri di Benni e divenne il primo dei miei autori di riferimento. Mi ha accompagnato per tutta la mia crescita sia come individuo che come scrittore, anche quando mi sono “separato” da lui per scoprire nuovi mondi e autori.

Ho sempre voluto incontrarlo e ne ho avuto anche occasione, ma per vari motivi non ci sono mai riuscito. Finalmente ieri mi sono tolto la soddisfazione, a un incontro organizzato dall’ex chiesa di San Giovanni nella mia città.

Quando sono arrivato, Stefano era fuori a parlare con i suoi assistenti, mentre il piccolo locale era già strapieno.
Negli ultimi anni, per vari motivi, per me è diventato molto raro immedesimarmi in una situazione ed emozionarmi tanto da non capire bene cosa sto facendo, ma ieri è proprio quello che è successo. Immagino sia quello che chiamiamo “nostalgia infantile”; qualcosa è riemerso dalle profondità del mio inconscio come un tronco di legno rimasto incastrato sul fondo di un lago, e per tutto il resto della serata ho fissato Benni con un’espressione beota che immagino molto inquietante, vista dal di fuori.

Stefano ci ha intrattenuto con la sua dialettica calma, spiritosa e pungente, ha letto due racconti dal suo ultimo libro, poi ha lasciato spazio alle domande prima di mettersi a firmare libri e fare foto.
Ha parlato di vita, di vecchiaia e di morte, ma soprattutto delle paure umane – tema centrale di Cari Mostri – e ha raccontato alcuni aneddoti della sua carriera (per esempio che anche lui ha ricevuto l’idea di Harry Potter, ma dopo 25 pagine di Baol ha pensato “Ma cosa glie ne frega alla gente di un libro tutto ambientato in una scuola di magia” e ha lasciato perdere. Pochi anni dopo è arrivata la Rawlings.)

Sono quindi finalmente riuscito a stringergli la mano e dirgli “grazie di tutto”, a regalargli la mia antologia (e un volantino di Misantropia), e ovviamente a fare anche una foto sfocata, secondo tradizione.

Ho conosciuto due dei miei miti letterari (l’altro è questo). Considerando che gli altri sono tutti morti, non è male.

I recenti libri di Benni non mi hanno convinto più di tanto; l’ultimo che mi è piaciuto davvero è stato La grammatica di Dio, del 2007.
Questo Cari Mostri, invece, mi ha preso e convinto da subito. È una raccolta di racconti, intanto, che sono la mia forma di letteratura preferita, e “suonano” molto di Matheson, Bradbury e soprattutto dei racconti per adulti di Roald Dahl. Ma, ovviamente, sono anche autentici racconti Benniani, e vi si ritrova tutto il suo stile… anzi, i suoi stili, dal comico al grottesco, dal fantastico alla critica sociale. Sono racconti freschi, frizzanti, la maggior parte molto brevi ma di grande impatto, e alcuni sono persino privi di finale, nella tradizione di Cechov e Carver.

Se c’è quindi qualcuno che, come me, era dubbioso sulla recente evoluzione di Benni, o chi non l’ha mai letto… Procuratevelo.Cari mostri

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Campagna raccolta fondi per Misantropia

Pubblicato il 29 aprile 2015
Tempo di lettura stimato: 2 minuti.
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Totale baseDopo tantissimo travaglio e mille ritardi, posticipi e false partenze, è finalmente partita la campagna di raccolta fondi del mio gioco in scatola, Misantropia.

È attualmente il progetto su cui ho versato più sangue e sudore della mia breve vita. Ideato quasi sei anni fa, ci sto lavorando in maniera quasi ininterrotta da almeno due.

Premere il tasto “pubblica campagna” su indiegogo è stato un momento catartico in cui ho cominciato seriamente a pensare di stare partorendo Chtulhu.
Il momento subito successivo in cui ho dato l’annuncio sulla pagina facebook mi ha fatto conoscere il significato recondito dell’espressione “mi tremano i polsi”.

Potrei continuare con altre affabili metafore, ma credo abbiate capito il punto.

I miei amici di Getalive sono stati fenomenali: sono riusciti a raccogliere una cifra che per essere in Italia, non famosi, e per tipologia di prodotto (è più facile vendere un oggetto materiale che una web serie virtuale) è probabilmente un caso più unico che raro. Sono stati professionalissimi, efficientissimi, tempestivi e precisi, e sono davvero contento che possano portare avanti il progetto. Ho sofferto come un cane nel vedere la lentezza con cui la loro campagna è salita, e inevitabilmente la mia mente si è messa a fare possibili proiezioni della mia campagna.

Ora sono in ballo e passo con velocità patologica da momenti di euforia assoluta a depressione post parto. I primi quindici giorni di una campagna crowdfunding sono come la fisica quantistica: una campagna può avere successo o non averlo finché qualcuno non fa una donazione, e non è possibile misurare la sua riuscita la sua cifra attuale contemporaneamente.

Un momento di indeterminazione virtuale che si protrae per quaranta, lunghissimi giorni.

Ovviamente, se la campagna va male mi ritirerò dalla società e andrò a vivere su un monte.

Quindi, ecco, se state leggendo questo, è altamente probabile che vi freghi pure qualcosa di me… Il momento per aiutarmi è ora.

La campagna di raccolta fondi si trova qui: http://igg.me/at/misantropiailgioco

Anche se non potete donare qualcosa, potete comunque condividere il link, o magari il trailer del gioco e i video che usciranno nei prossimi giorni.

Grazie :)

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In morte di Terry Pratchett

Pubblicato il 15 marzo 2015
Tempo di lettura stimato: 8 minuti.
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I pilastri della scrittura che uso come punto di riferimento per la mia sono quattro: J.R.R. Tolkien (deceduto), Isaac Asimov (deceduto), Richard Matheson (deceduto), George R.R. Martin (sei rimasto solo tu, dannato ciccione. Speriamo a bene).

Ma se è vero che il tempio si regge sui quattro pilastri principali, è vero anche che non è composto solo di quelli: ci sono ulteriori pilastri, e poi le pareti, il soffitto, il pavimento…

Nell’infanzia sono stato formato dagli autori de Gl’Istrici (principalmente Roald Dahl, poi Tove Jansson e decine di altri) e un po’ di Stefano Benni, poi sono passato ai primi romanzi d’avventura (Michael Crichton), ho scoperto alcuni classici, per lo più di genere (Poe, Lovecraft) e, a percorso di formazione quasi ultimato, sono arrivato a Douglas Adams, Alan Moore, Neil Gaiman… Terry Pratchett.

Pratchett's Sword

Pratchett con la spada di metallo meteoritico che si è forgiato quando è stato insignito del cavalierato.

Oltre a ispirare in me un certo tipo di ironia letteraria, la sua influenza principale l’ho trovata in realtà fuori dai suoi libri; nel modo in cui vedeva il mondo. Ogni sua analisi su materie letterarie – ma anche extra letterarie -, anche se non sempre mi ha trovato d’accordo al 100%, sicuramente non ha mai mancato di stimolarmi una riflessione o di vedere una cosa da un altro punto di vista.
Per esempio sulla narrativa per ragazzi:

Certo che i libri per ragazzi devono contenere temi adulti: perché tu vuoi crescere il tuo bambino in modo da renderlo un adulto, non un bambino cresciuto.

Nel 1997, a Pratchett venne diagnosticata una forma giovanile di Alzheimer, atrofia corticale posteriore. Mentre il “classico” Alzheimer affligge il lobo frontale (e quindi la memoria e la logica, come sappiamo), quello posteriore influisce sul riconoscimento e la relazione spaziale, impossibilitando Pratchett a riempire un modulo anagrafico, vestirsi o guidare. Da allora ha continuato a scrivere – rallentando giusto un pizzico il suo ritmo di scrittura di due libri l’anno – grazie al suo assistente o a un software di riconoscimento vocale.

Pratchett and Death

di Paul Kidby

Una delle prime cose che ha fatto quando ha scoperto di avere questa embuggerance (“fastidio”, “rottura” come la chiamava lui) è stato donare un milione di sterline alla ricerca.
Poi ha fatto un documentario meraviglioso sull’eutanasia, che ha vinto un BAFTA, che dovete assolutamente vedere e di cui ho ampliamente parlato.

Pratchett è morto giovedì 12 marzo, “in casa sua, con il suo gatto addormentato sul letto, circondato dalla sua famiglia” (http://www.pjsmprints.com/).
Nonostante la sua lotta (“arrabbiata”, come ha spiegato il suo amico Neil Gaiman in questo articolo) per legalizzare l’eutanasia, e nonostante avesse già avviato il processo per la sua a giugno, sono contento che alla fine sia morto naturalmente; pare – come dice il Telegraph – a causa di un’infezione al petto aggravata dallo stadio finale dell’Alzheimer.

I diritti del Mondo Disco sono passati giustamente alla figlia Rhianna, anche lei scrittrice, principalmente di videogiochi (Mirror’s Edge, Overlord, l’ultimo Tomb Raider, di cui peraltro suo padre era un fan).

Neil Gaiman ha commentato “sapere già che stava per morire non l’ha reso più semplice”. Il giorno dopo è stato ospite del Centro comunitario ebraico di San Francisco per presentare il suo ultimo libro; parlando con Michael Chabon (un altro grande scrittore), ha dedicato più di quaranta minuti al suo amico Terry. Mi sembra un’intervista bellissima (che infatti riprenderò in un altro post), quindi vorrei riportare alcuni passaggi.

5’58”
È stata una mattina orribile. Mi sono svegliato e mi stavo lavando i denti. E Amanda (Palmer, sua moglie, ndObi) è entrata e ha iniziato a parlarmi, cosa che normalmente non fa quando mi sto lavando i denti. E mi ha detto: ‘puoi venire a sederti sul letto?’ e io ho detto “certo!”, perché non vedevo una ragione per non andare a sedermi sul letto. Mi sono seduto e lei ha detto “Terry è venuto a mancare nella notte”. E mi sono sentito così contento che fosse stata lei la prima a rispondere al telefono e vedere la notizia e che io abbia potuto saperlo da un essere umano.

8’50’
Mi diceva cose come: ‘quindi, basta con il Mondo Disco, ora farò questa grossa serie di fantascienza! Ecco la trama, dimmi cosa ne pensi.’ E io dissi: ‘beh, è tutto molto bello, ma io credo che tu debba fare un libro su Morte.’ E poi, una settimana dopo, il mio telefono suona, rispondo, e una voce dice ‘Bastardo. Si intitola Mort‘ e riattacca.
Era quello strano periodo quando i computer non potevano comunicare tra loro, quindi il mio telefono squillava molto spesso e Terry diceva ‘quiiindi… qual è più divertente?’ e mi diceva due cose e io dovevo rispondere. ‘È più divertente se qualcuno è allevato dai nani e non si accorge che è ridicolosamente alto, o se c’è un principe perduto che nessuno si è mai accorto di aver perduto?’ E io rispondevo ‘ beh, sai, potresti fare entrambe le cose!’ La maggior parte di queste conversazioni finiva con me che dicevo ‘sai, potresti fare entrambe le cose!’

10’26”
Ebbi un’idea per qualcosa che unisse questa ridicola serie inglese di libri per bambini – chiamata i libri di William – con la trama de Il presagio. E nella mia testa si intitolava William l’anticristo. Scrissi le prime 5000 parole (circa 25 pagine) e le mandai a pochi amici, dicendo ‘guardate questa cosa che credo di stare facendo’. Poi però venne Sandman. Improvvisamente la mia intera vita divenne scrivere Sandman. Un giorno squilla il telefono e la voce dall’altro lato dice: ‘quiiindi. Quella cosa che mi hai mandato. Ci fai niente?’ E io dico ‘no, sto scrivendo SandmanBooks of magic, e quest’altra roba…’ e lui dice ‘beh, sai che ti dico? Vendimi l’idea e l’inizio… oppure lo possiamo scrivere insieme, perché io voglio sapere cosa succede dopo.’ E io dico ‘lo scriviamo insieme, perché non sono stupido.’

26’25
Terry ha lottato per anni per cercare di far capire alle persone che ‘divertente’ e ‘serio’ non sono contrari. Il contrario di ‘divertente’ è ‘non divertente’. Si può assolutamente essere divertenti e seri allo stesso tempo, e Terry lo era!

30’54”
Fatemi raccontare una storia divertente su Terry. Circa un anno fa sono in macchina, sta guidando qualcun altro, mi squilla il telefono, rispondo e una voce fa ‘ciao, sono io! Sto scrivendo le mie memorie e c’è una cosa che non riesco a ricordare, forse mi puoi dare una mano. […] Durante il tour di Buona apocalisse a tutti, febbraio 1990, eravamo a una radio a New York e l’intervistatore non aveva letto il libro e non sapeva chi fosse Agnes Nutter, quindi non aveva capito che le sue predizioni erano inventate! […] Ti ricordi che poi siamo usciti, siamo scesi in strada e ci siamo messi a cantare la canzone dei They Might Be GiantsShoehorn With Teeth, perché era talmente ridicola che noi…’ e io gli dico: ‘ti credo sulla parola’ e lui fa: ‘era sulla quarantunesima strada o sulla quarantaduesima?’ e io gli rispondo: ‘hai il cazzo di Alzheimer! Non lo so!’ Ecco come voglio ricordare Terry.

35’39”
Eravamo alla Convenzione mondiale del Fantasy di Seattle nel 1999. Condividevamo una stanza per risparmiare. Mi piace questa cosa perché nel tempo di – quanto? – qualche anno dopo, Terry avrebbe comprato gli hotel in cui sarebbe andato, li avrebbe tipo ammodernati, e rivenduti una volta andato via; ma all’epoca avevamo gli stessi soldi. Terry era andato a letto presto, io stavo cercando di entrare nella stanza senza fare rumore, e una voce nel buio dice: ‘a che ora della notte chiami? Tua madre e io eravamo preoccupati!’ Lui non riusciva a dormire, e io nemmeno, quindi siamo rimasti seduti al buio a progettare Buona apocalisse a tutti 2, ma poi non l’abbiamo scritto.

36’52”
L’ultima volta che ho visto Terry eravamo in una macchina. Io avevo un copione, e nel sedile dietro c’era Dirk Maggs della BBC con un registratore, e io e Terry abbiamo registrato un cameo per l’adattamento radio di Buona apocalisse a tutti. Terry aveva già perso la capacità di leggere, non riusciva a dare un senso alle lettere, quindi dovevo leggere io le sue battute, e lui le ripeteva, e poi dovevo leggere le mie. Ma siccome non ci era stato detto quali erano le mie battute e quali erano le sue, io dicevo una battuta e lui la ripeteva, è stato uno splendido casino.’

L’ultima cosa scritta da Pratchett è stata la sua stessa morte, riportata per sua volontà su Twitter, dalla figlia:

‘INFINE, SER TERRY, DOBBIAMO CAMMINARE INSIEME.’
Terry prese il braccio di Morte e lo seguì attraverso le porte e nel deserto nero sotto la notte infinita.

Fine.

Bouletcorp su Pratchett

Il bellissimo tributo di Bouletcorp

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S. – La nave di Teseo

Pubblicato il 9 marzo 2015
Tempo di lettura stimato: 9 minuti.
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navediteseo1È Lost, ma fatto di carta, nel bene e nel male. Fine. Ciao.

 

Che c’è? Serve altro? Ecco una recensione con cui sono completamente d’accordo.

 

Ancora? Ok, giusto due appunti che ho preso durante la lettura. [ATTENZIONE: non ci sono spoiler in questo testo, ma ce ne sono nei link che riporto!]

Partiamo dalla mia prima affermazione. Tutto l’universo narrativo transmediale di J.J. Abrams si basa sul concetto del Mistery Box. Se non sapete cosa sia, vi tocca guardarvi la sua famosissima conferenza al TED.
Se sapete già di cosa sto parlando, allora saprete anche benissimo che pressoché tutto ciò che Abrams sforna, passa da questo suo processo mentale (e infatti sono terrorizzato dal prossimo Star Wars, ma lasciamo perdere). Lost è l’esempio più lampante della sua messa in pratica, e La nave di Teseo è il suo cugino. Ci sono parecchie somiglianze tra le due opere – a partire dalla grafica del titolo e dei capilettera – ma il punto che in questo libro, così come in Lost, non conta tanto la destinazione quanto il viaggio. Se quindi siete tra quelle povere anime che si sono sentite defraudate dal finale di Lost, forse è il caso che lasciate perdere anche questo libro, perché La nave di Teseo è un’avventura pregna di mistero, che utilizza gli strumenti meta-narrativi in continuazione; una storia-nella-storia-nella-storia che da questo punto di vista fa le scarpe a Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino.
Se la cosa vi turba, beccatevi una delle affermazioni del fantomatico V.M. Straka nel libro:

La storia in cui entri è sempre più complessa di quanto appaia all’inizio.

E poi rincara:

Per me non è mai stato più ovvio che nessuno a parte lo scrittore possa capire cosa sia la storia o cosa richieda nella narrazione.

E passiamo adesso a un punto cardine per capire se ‘sto libro è una figata o una ciofeca: la complessità.
Facciamo un riassunto, forse ripetitivo ma necessario, di come è strutturato questo libro.

  1. Il libro di Straka (autore fittizio), La nave di Teseo, che ovviamente ha la sua trama verticale;
  2. L’introduzione, le note e le modifiche al testo di F.X. Caldeira, che è un personaggio che si interseca con la storia privata di Straka; l’uomo, non l’autore;
  3. Gli appunti e gli inserti di Eric e Jen, che si conoscono passandosi il libro e cercano di capire il mistero che si nasconde dietro questo strano personaggio;
  4. La parte di meta, in cui il lettore deve riuscire a seguire le tre trame precedenti, elaborarle e riunirle per ottenere l’esperienza completa.

navediteseo2Piglia già male? Continuiamo.
Gli stili di scrittura sono ovviamente diversi. Il testo del libro base ha uno stile da grande classico dei romanzi d’avventura. Gli autori lo accostano a Hemingway; le recensioni più in generale al neorealismo; io azzardo una cosa che non ho letto altrove, e ci butto dentro pure un po’ di postmodernismo. In particolare la struttura della trama e il suo svolgimento (più alcuni particolari) mi hanno ricordato Thomas Pynchon.

Le somiglianze con Pynchon a mio avviso non finiscono qui. Nonostante Dorst abbia dichiarato di essersi ispirato ai misteri dietro al nome di William Shakespeare per le vicende di S. (il protagonista del libro), e nonostante altri abbiano trovato degli effettivi parallelismi con il K. de Il processo di Kafka (e tra la storia del manoscritto di Straka e quella del manoscritto di Kafka), io non ho potuto fare a meno di vedere V. da tutte le parti.
Protagonista di V. è Herbert Stencil (con la “S”), il cui padre è sparito in circostanze misteriose mentre indagava sui “moti di giugno” (e l’evento portante de La nave di Teseo è la strage di Calais). Stencil cercerà di risolvere l’enigma seguendo le tracce di una misteriosa donna di cui conosce solo l’iniziale, V. (ed ecco il parallelo con Sola, nonché con la ripetizione ossessiva di una lettera, che nel caso de La nave di Teseo è ovviamente la S.) Non solo: il secondo protagonista di V. è Benny Profane, che fa il marinaio e che se ne va in giro per il mondo con la Whole Sick Crew (e così abbiamo anche la Nave su cui si imbarca S. e il relativo equipaggio “malato”). V. è anche uno spaccato dei luoghi di tutto il mondo: New York, Alessandria, Malta, Firenze, Parigi… E anche ne La nave di Teseo giriamo il mondo assieme al suo protagonista.
Come se non bastasse, Pynchon è famoso per essere un personaggio schivo e solitario. Non esistono sue foto successive al periodo militare, evita i giornalisti, non va nemmeno a ritirare i premi che gli vengono conferiti per scansare gli eventi sociali, e le uniche sue apparizioni pubbliche sono in due puntate dei Simpsons e (pare) nel recente film di P.T. Anderson tratto dal suo penultimo romanzo (Vizio di forma), in cui potrebbe aver fatto un cameo.
Magari non sarà un attivista violento che ha sgominato organizzazioni e fatto cadere governi come Straka, ma certo la sua fama di personaggio misterioso è alla sua altezza.

Passando oltre… Personalmente, quanto a sensazioni e atmosfera, ho ritrovato anche i toni cupi di Moby Dick e del Vascello Nero di Watchmen. Chissà perché ogni storia inquietante e con spunti meta-narrativi è ambientata su un vascello fatiscente?

navediteseo3Secondo livello di lettura. I testi compilati dal traduttore di Straka, F.X. Caldeira, hanno uno stile simile ma diverso nel tono. È stato fatto un ottimo lavoro di costruzione del personaggio, e il lettore più attento è in grado di percepire il passaggio di scrittura da Straka a Caldeira, cosa che diventa abbastanza importante nel finale (di cui esistono due versioni). Queste sottigliezze sono state mantenute ottimamente anche nella traduzione italiana, sulla quale non mi soffermo perché potete leggere ovunque complimenti sul lavoro immane che è stato fatto, ai quali mi associo.
È interessante vedere il rapporto tra autore e traduttore, costruito molto bene e assolutamente realistico. Tempo fa, per ricerca (su un altro argomento non correlato) ho letto un libro di René Novella – traduttore francese di Curzio Malaparte – e mi si è aperto davvero un mondo, scoprendo quale rapporto stretto si possa formare tra queste due figure fondamentali. Cosa abbastanza scontata, se ci si riflette, dato che è normale che lo scrittore si voglia poter fidare di chi traduce le sue parole in una lingua diversa dalla sua. Tradizione che è diventata immagino sempre più difficile da rispettare… Chissà cosa direbbe George Martin se gli leggessero le traduzioni dei suoi libri fatte da quel delinquente di Altieri.

navediteseo4Infine c’è il terzo piano narrativo: gli appunti ai margini di Eric e Jennifer, e i vari inserti che si passano tramite il libro. Ho letto solo un altro libro che aveva più note a margine di questo, Il gran sacerdote di Timothy Leary. Si tratta di un libro delirante in cui al testo base si aggiunge una seconda colonnina di articoli, ritagli, citazioni varie che integrano il testo in maniera estremamente confondente. Ne La nave di Teseo non arriviamo a questi livelli di caos, ma sicuramente si tratta di un appesantimento della dinamica di lettura.
Ci sono spesso digressioni piuttosto lunghe che spezzano il filo. Ci sono riferimenti a cose che sono avvenute prima (e vabbè), ma anche a cose che dobbiamo ancora leggere (questo invece infastidisce non poco). Tocca andare a rivedere spesso i riferimenti e si finisce per fare le note alle note (delle note :lol: ) e/o mettere decine di segnalibri.
Non solo: le note sono di colori diversi in base al periodo in cui vengono scritte. Ovvio, dato che Jen ed Eric continuano a passarsi il libro per diversi mesi. I colori sono, cronologicamente: lapis (Eric), blu+nero, verde+arancio, viola+rosso, nero+nero. Eric scrive in stampatello, Jen in corsivo.
Questo significa che uno scambio di note di colore verde+arancio all’inizio del libro, in realtà è stato scritto a metà della trama #3 (Eric e Jen), cioè quando sono in possesso di informazioni più approfondite.
Più facile da capire che da spiegare, ma comunque c’è da diventare scemi, se non si affronta la lettura in maniera serena.

Una cosa bella di questo livello di lettura è l’uso della “tipografia” (nella versione italiana sono scritte a mano – come nell’originale, a differenza di altre edizioni). Premessa:

Leggi questo dentro di te. Leggilo silenziosamente.
Non muovere le labbra. Non fare un suono.
Ascoltati. Ascolta senza sentire niente.
Che bizzarra cosa straordinaria, eh?

ORA RENDI RUMOROSA QUESTA PARTE!
URLALA NELLA TUA MENTE!
SOFFOCA TUTTO.
Ora, senti un sussurro. Un lieve sussurro.
[…]

(Magic. Attribuita a Bo Burnham o a Shel Silverstein. Grazie di niente, internet)

Ecco, questo meccanismo mentale, in letteratura, non l’ho ritrovato quanto forse meriterebbe. Mi viene in mente ovviamente Lewis Carroll, il personaggio di Morte nei libri di Pratchett… E poi?

Ne La nave di Teseo lo stile delle note di Eric e Jen è ovviamente informale, ed ecco quindi che accanto a modi gergali e abbreviazioni si uniscono anche cornici, frecce, scritte di varie dimensioni, disegni, blocchi, sottolineature, eccetera, che creano nella mente del lettore proprio l’effetto del testo sopra.

Insomma, quanto a spunti, La nave di Teseo va ben oltre i confini dell’intrattenimento.

Veniamo al dunque: qual è il modo migliore per leggere questo libro?
Razionalmente, il modo migliore credo sia seguire l’ordine cronologico (fittizio), ovvero: leggersi prima il libro di Straka (ed eventualmente le note di Caldeira), poi le note di Eric e Jen, ma in ordine cronologico anch’esse, quindi prima il lapis, poi quelle blu e nere, poi verdi e arancioni, rosse e viola e nere e nere. In pratica riprendere il libro dall’inizio alla fine quattro o cinque volte.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e vi ci voglio vedere a tenere a bada la curiosità e la smania di leggere le note (che sono la cosa meglio riuscita e più appassionante) durante la prima lettura. Io ho letto tutto parallelamente; ho avuto momenti di sconforto e ci ho messo tre mesi, ma alla fine credo di aver capito quasi tutto. :P

Credo che il modo in cui il lettore decide di leggere questo libro sia parte integrante del libro stesso. Come disse il buon Joseph Conrad…

Si scrive soltanto una metà del libro.
Dell’altra metà si deve occupare il lettore.

Link bellini da visitare una volta finito il libro:

E meno male che dovevano essere “giusto due appunti”.

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Rileggendo Dylan Dog 51-75

Pubblicato il 1 marzo 2015
Tempo di lettura stimato: 12 minuti.
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NELLA PUNTATA PRECEDENTE
Dylan Dogghe è un fumetto che me piage dando, mi ha formato caratterialmente e culturalmente durante il periodo più critico della vita, epperò pian piano ha perso sempre più mordente fino a diventare una parodia di sé stesso.
Con il rinnovo del personaggio a opera di Roberto Recchioni (a mio avviso vincente, per ora, fatta eccezione per il numero della Barbato), ho deciso di rileggermi almeno i primi, fatidici, cento numeri, per vedere quanto hanno retto alla prova del tempo e anche quanto di vero c’è nei miei ricordi di ragazzino.
Conclusioni tratte dai primi cinquanta numeri:

  • I numeri del primo anno di pubblicazione sono tutti bellissimi e assolutamente da leggere, anche perché fanno capire palesemente le differenze con il Dylan che verrà. In particolare: non è vero che è completamente astemio, non è vero che “si innamora di tutte”, non è vero che sa suonare solo Il trillo del diavolo, il “quinto senso e mezzo” appare nel n°30 e non viene nominato a ogni pié sospinto fino a farlo diventare un deus ex machina (“ancora il mio senso di ragno!”)
  • Dal punto di vista della narrazione, le storie sono più semplici, accorate, meno intellettuali, più alla mano. Al contempo sono estremamente più creative e meno meccaniche, hanno strutture non rigide e tante sottotrame anche all’interno dello stesso numero.
  • Le famose e numerose fobie di Dylan non sono cose buttate lì tanto per far empatizzare con il personaggio e che poi non servono a una mazza tantoDylanleaffrontacomenullafosse; sono ostacoli veri che lo mettono in difficoltà e talvolta anche in pesanti crisi.
  • L’orrore e i mostri sono molto più fisici. Altro che lo stra-abusato adagio “i veri mostri siamo noi”: vampiri, streghe, lupi mannari, zombie… Non c’è spazio per le seghe mentali.
  • Comprimari eccezionali (Wells, la Trevlkowski) e un Groucho che è una spalla vera, e non un’inutile macchietta che racconta solo barzellette che nessuno legge perché troppo lunghe e stupide.
  • Dylan non è sempre e puntualmente politicamente corretto. Sa essere molto ottuso, maleducato e stronzo. Una persona vera, insomma, ed è esattamente il motivo per cui tutti lo hanno adorato. Non a caso, vedete nell’immagine qui a lato un dialogo che Michele Medda “butta lì” nel numero 340 (Benvenuti a Wickedford, dicembre 2014), per prendere le distanze dal “vecchio” Dylan. Medda è, guarda caso, tra i primi sceneggiatori a scrivere Dylan, dopo Sclavi.Dyd 340 - Benvenuti a Wickedford
  • Dylan afferma di essere vegetariano solo nel n° 32, Ossessioni, ma mancano ancora diversi numeri prima che questi dettagli da perfettino rompicoglioni si accumulino tanto da rovinare il personaggio.
  • Dal numero 16, Canale 666, cominciano scivoloni e superficialità accentuate. Per ora la cosa rimane comunque l’eccezione che conferma la regola. Siamo nel 1987.
  • Gli sceneggiatori che più contribuiscono alla leggenda di Dylan Dog sono Marcello Toninelli, Giuseppe Ferrandino (due autori purtroppo spariti dalla testata) e ovviamente Claudio Chiaverotti. Come vedremo, Chiaverotti sarà il braccio destro di Sclavi in questa seconda tranche, e prenderà il sopravvento in quella successiva. Le prove indiziarie, tuttavia (n°45, Goblin), suggeriscono purtroppo che sia proprio lui quello che prenderà per primo la deriva buonista di Dylan.

Ecco quindi i miei appunti e le riflessioni sui numeri dal 51 al 75. Si va dal dicembre del 1990 fino a quello del 1992.
Ricordo che non farò delle recensioni vere e proprie. Lo scopo dell’elenco è evidenziare i cambiamenti della serie nel corso del tempo per capire dove e quando ha cominciato a zoppicare.
In grassetto i numeri che ritengo i migliori; cosa che, ovviamente, rimane ampiamente soggettiva.

Nota introduttiva
Rileggendo Dylan Dog 51-75
Partiamo subito con una dolente nota. Trovare la forza di volontà di leggere questa seconda tranche di Dylan Dog è stato molto più difficile che con la prima, tant’è che mi sono fermato a 25 numeri invece di proseguire fino al 100, per raccogliere le idee prima che mi scappassero.
Nonostante Chiaverotti, insomma, in questa fase c’è un deciso calo della qualità delle storie. Si parla di una discesa da un livello eccezionale, quindi è ovvio che le storie davvero brutte sono poche (ma ci sono già, purtroppo), ma sono poche anche quelle che rimangono indelebili nella memoria. Le storie che ritengo migliori dei primi cinquanta numeri sono 34 (quindi il 68%), quelle di questa seconda parte solo 10 su 25 (40%).

51) Il Male
Episodio cupo, molto splatter, a tratti ricorda addirittura il recente e truculentissimo Crossed di Garth Ennis.  Spettacolare Brindisi ai disegni. Nonostante questo, in fondo, è un numero piuttosto intellettuale (o intellettualoide, se preferite).
Scopriamo che il campanello urlante è un’idea di Groucho.
Dylan disarma e scazzotta un balordo.

52) Il marchio rosso
Giallo/noir abbastanza noioso che vuole fare la morale con un tizio che viene incastrato dalla società bene. Dylan fa battute rozze di cui poi si pente.

53) La regina delle tenebre
54) Delirium
Due numeri in fila di Chiaverotti, che però fa cilecca. Notare che le sue storie peggiori sono quasi sempre quelle in cui inserisce elementi slasher (vedi n° 47, Scritto con il sangue).

Spot Dylan Dog

da Dylan Dog 55 – La mummia

55) La mummia
…Ma ecco che si riprende con un gran numero! Qui Dylan si fa addirittura pubblicità alla radio con uno spot molto alla Ghostbusters! Ci sono degli ottimi scambi di meta narrazione, e passaggi artistici inutili alla storia ma bellissimi. Dylan uccide l’assassino schiacciandolo con una statua. Il precedente è nel n° 24, I conigli rosa uccidono, di Mignacco.

56) Ombre
Alè, ecco Sclavi e il suo cliché del mostro buono. Per fortuna rimarrà un caso isolato ancora per un po’.

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Sclavi e Moore a confronto

57) Ritorno al crepuscolo
Ecco invece una sua grande storia, dalla costruzione complessa e dall’atmosfera estremamente suggestiva. Sclavi sfrutta di nuovo i suoi personaggi del n°7 e “salva in calcio d’angolo” quella che forse è una svista: fa diventare fratellastri il Dr. Hicks della zona del crepuscolo e il Dr. Hicks di Fra la vita e la morteIl tunnel dell’orrore. Ci regala anche uno spettacolare e impagabile “sequel” de La verità sul caso di Mr. Valdemar di E.A. Poe (tra l’altro contenuto in una biblioteca che funziona come quella del Sandman di Gaiman), che però si interseca a livelli davvero paranormali con il monologo sulla modernità che Alan Moore mette in bocca a Sir William Gull di From Hell (le due opere sono contemporanee. Anzi, il monologo di From Hell probabilmente è successivo di qualche anno, vedi immagine).
Abbiamo anche le comparsate del signore e della signora Dog, ovvero Xabaras e Morgana (più o meno). Dylan non sa ancora nulla al riguardo; Xabaras gli dice qui che è suo padre, ma lui non ci crede, e anzi ribatte che suo padre “ha bruciato la torre di Xabaras”.
Qui Groucho è già un inutile buffone. Forse è stato un procedimento graduale che è partito già da qualche numero, ma adesso salta proprio all’occhio, e si comincia a evitare di leggere le sue battute, riconoscibili dai baloon immensi.
Dylan è ancora astemio-ma-anche-no.

58) La clessidra di pietra
Ricomincio da capo, versione horror. Qui Dylan, rispetto al numero scorso, già “non beve” più. Forse è stato proprio Chiaverotti a fomentare i suoi stereotipi, alla fine.

59) Gente che scompare
Sclavi introduce la fisica quantistica e la teoria degli universi paralleli. Conosciamo il fantastico Hamlin, proprietario di Safarà, e il Dylan Dog alternativo di Londra2.

60) Frankenstein!
Chiaverotti coglie lo spunto del “mostro buono” gettato da Sclavi quattro numeri fa, ed ecco che ormai il danno è fatto: entrambe le colonne della testata cominciano a infognarsi in quelle caratteristiche che porteranno Dylan verso il baratro.
Conosciamo Diana, la nipote telepate gnocca della Trevlkowski.

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da Dylan Dog 61 – Terrore dall’infinito

61) Terrore dall’infinito
Bello, suggestivo e inquietante. Quanto a Dylan, qui scopriamo che ha paura di bisce, insetti e pipistrelli, e che non ama la campagna.

62) I vampiri
Essi vivono con le droghe al posto dei più innocui occhiali. Magnifica storia, molto adulta, che affronta temi serissimi nel modo più corretto. C’è uno dei migliori esempi del rapporto tra Bloch e Dylan, e per una volta, finalmente la storia viene svolta come un’indagine vera e realistica, invece di vedere Dylan che va a tentoni di qua e di là.
Il finale è inspiegabilmente tirato via e raccontato indirettamente nelle ultime due pagine (cosa abbastanza strana per Sclavi), e in generale questa storia è una perfetta messa in pratica del famoso detto Bonelliano (ma non solo) “cambiate tutto affinché non cambi niente”: qui c’erano degli avvenimenti che avrebbero potuto devastare l’intera continuity della testata, invece finisce tutto lì, in quel numero, come al solito. L’immobilismo delle pubblicazioni seriali è senz’altro la cosa che me ne ha fatto disamorare di più.

63) Maelstrom
Sclavi si fa un trip studiando gli ipersolidi e ci scrive una storia sopra. Adesso faccio lo sborone e prendo anche in giro questo citazionismo continuo e fine a sé stesso che è sempre stato presente in Dylan Dog… Fatto sta che se oggi so cosa siano un ipersolido e un tesseratto, è grazie a questo numero di Dylan Dog.
Kim diventa umana e Cagliostro è costretto a lasciarla.

64) I segreti di Ramblyn
65) La belva delle caverne

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Un fulgido esempio di “dialogo popolare” dal numero 64 – I segreti di Ramblyn

Seconda storia in due numeri, scritta sull’entusiasmo di Twin Peaks, con una sottotrama che anticipa The village (che Shyamalan dirigerà 14 anni dopo).
Dylan ha le vertigini, ma la cosa mantiene ancora una buona credibilità, non è ancora un cliché.
Fanno di nuovo capolino alcuni particolari che già adesso cominciano a perdersi, e che spariranno completamente appena Sclavi smetterà di scrivere continuativamente: le strizzate d’occhio ai lettori, la surrealità e il gergo popolare.
Il finale scade purtroppo in un delirio comico con – di nuovo – lo stereotipo del mostro buono.

66) Partita con la morte
Chiaverotti stupisce con questo numero non tanto per le citazioni stilistiche al Settimo sigillo di Bergman (abbastanza vaghe, sinceramente), quanto per un finale piuttosto avanti con i tempi, in cui Dylan eutanizza una persona, condannandola inconsapevolmente a rimanere intrappolata nel “nulla” per sempre. Un perfetto esempio di come Dylan non sia l’eroe senza macchia che sa sempre qual è la cosa giusta da fare. Bello schiaffo in faccia.

67) L’uomo che visse due volte
La metà oscura di Stephen King incontra Il fu Mattia Pascal di Pirandello. L’esordio ai disegni di Andrea Venturi è segnato da un vero bagno di sangue.
Qui Bloch rimane in coma, e Groucho lo fa uscirne esasperandolo con le sue insopportabili barzellette. Una scena che effettivamente all’epoca mi colpì molto, anche se il numero non è poi granché.

68) Lo spettro nel buio
Il “cliente” che ingaggia Dylan è un bambino.

69) Caccia alle streghe

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E giustamente il disclaimer del numero 69 – Caccia alle streghe, compare anche in tutte le successive ristampe.

Uooo, numero davvero bizzarro e particolare, scritto da Sclavi per ribattere nel modo più artisticamente corretto alle numerose polemiche che Dylan Dog suscitava all’epoca.
È meraviglioso non tanto per la storia in sé, quanto per il suo significato intellettuale e per il modo in cui è stato realizzato il numero.
L’editoriale comincia con un disclaimer per i lettori stupidi che è davvero godurioso (la storia ha un finto finale surreale e aperto. Nel disclaimer viene spiegato che la storia non è divisa in due puntate), spiega un po’ il contesto della storia, poi parte Sclavi con la sua palese critica ai censori, anche troppo di parte. Va da sé che la storia ha elementi meta-narrativi da cima a fondo, e toglie ogni dubbio con il finale, in cui Dylan Dog viene messo nelle stesse identiche vignette in cui si ritrova la sua controparte del fumetto-nel-fumetto. Tutto sommato un bel numero, anche se non lo metto tra i migliori.
È di nuovo un bambino a ingaggiare Dylan, come nel numero scorso.

70) Il bosco degli assassini
Azzardo un’analogia strana: è come se i violenti di Cane di paglia di Peckinpah fossero i protagonisti di questa storia di Chiaverotti. Uno di loro ha un passato molto simile a quello del Rorschach di Watchmen. Aggiungiamoci un po’ di soprannaturale e un finale davvero cupo, ed ecco una delle storie che emotivamente mi hanno colpito di più quanto ad atmosfera e sensazioni. I ricordi inquietanti che ne avevo sono rimasti quasi immutati.

71) I delitti della mantide
Chiaverotti fa il bis con un’accorata storia sulla solitudine.

72) L’ultimo plenilunio
Sequel del terzo numero (Le notti della luna piena) ed esordio del giovine soggettista Mauro Marcheselli, che più avanti diventerà curatore della testata e lo resterà fino al 2009, con l’arrivo di Gualdoni. Purtroppo non è che smuova granché, anzi: è l’ennesima storia con la morale “l’uomo è più mostro dei mostri” e il messaggio animalista.

73) Armageddon
L’Armageddon è un gioco a premi organizzato dal burocrate di uno degli inferni (visto nel 41, Golconda! e nel 46, Inferni). Chiaverotti nun ce la fa. Forse la storia avrebbe funzionato con una tonnellata di ironia in più, ma tra Chiaverotti e Sclavi, è il secondo quello più ironico.

74) Il lungo addio
Vabbè. Ti piace vincere facile. Sicuramente una delle più iconiche e amate storie di Dylan di sempre – guarda caso una delle poche in cui scopriamo qualcosa del suo passato (come ha trovato la sua pistola, per esempio). dyd74aIl soggetto è di nuovo di Marcheselli, che stavolta osa abbastanza. Sclavi gli dà credito e fa bene. Ci sono alcune incongruenze con la continuity di Dylan, o comunque cose un po’ buttate lì, ma Ambrosini ai disegni è qualcosa di eccezionale, pura poesia in immagini, soprattutto nelle vignette dei flashback, e sicuramente la memoria visiva di quest’albo è uno degli elementi che ha permesso la sua impressione a fuoco nei cuori di tutti i lettori di Dylan.
Ci sono anche delle trovate geniali e bellissime, che mi hanno fatto commuovere tuttora; una su tutte, Groucho che non fa battute.

75) Il tagliagole
Concludiamo questo secondo gruppo di riletture, purtroppo, con uno Sclavi ampiamente fuori forma e stanco. La storia è sciapa, i personaggi e le situazioni sono piatte, i dialoghi sembrano mozzati. Ai disegni c’è un legnosissimo Gianluigi Coppola, che non riesce a descrivere bene l’azione e aumenta la confusione dell’albo.

 

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