Garbage – Milano

Pubblicato il 13 giugno 2016
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8 giugno 2016 – Fabrique Milano.
Un altro concerto indimenticabile, come tutti quelli pagati meno ( xD ), vedi Bat for lashes, Interpol o i Foo Fighters quando in Italia non erano ancora esplosi.
Ero dubbioso sull’estensione vocale di Shirl, mi rimangio tutto. Ha sostenuto due ore di concerto con una potenza vocale e soprattutto un’energia fisica incredibile. Alle soglie dei 50, ogni tanto si è concessa qualche simpatica smorfia di fatica, ma poi è sempre ripartita più energica di prima.
Scaletta non ovvia: da un parte sorprendente, dall’altra un po’ deludente per l’assenza di alcuni dei miei pezzi preferiti sostituiti da altri più tiepidi. Solo tre pezzi (e mezzo, con l’intro) del nuovo album, poi un recursus totale della loro ventennale carriera.
Pubblico preparatissimo ed entusiasta che cantava a squarciagola ogni pezzo, dando grande soddisfazione a Shirl.
Due incidenti divertenti: dopo dieci secondi di Sex is not the enemy, un cambio di microfono al volo che ha obbligato a interrompere il pezzo. Shirl ha preso giustamente un po’ in giro l’organizzazione, poi è ripartita dicendo “I have microphone, we have power”.
Immediatamente dopo la fine di Push it, poi ha iniziato a sbraitare incazzatissima, in scozzese stretto, verso un punto del pubblico. Probabilmente c’era un gruppetto di tizi che avevano creato un piccolo cerchio di pogo. La cosa non le è piaciuta per niente: ha fatto intervenire la security, i tizi si sono scusati e il concerto è ripreso. Però son stati due minuti memorabili, sembrava che Shirl stesse per scendere dal palco e prendere la gente a testate.:D

Garbage

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SCALETTA
Sometimes
Empty
Stupid Girl
Special
Blood for Poppies
Bleed Like Me
My Lover’s Box
Sex Is Not the Enemy
A Stroke of Luck
Control
#1 Crush
I Think I’m Paranoid
Battle in Me
Automatic Systematic Habit
The Trick Is to Keep Breathing
Blackout
Push It
Vow
Only Happy When It Rains
– – – – – – – – – Encore
Even Though Our Love Is Doomed
Why Do You Love Me
Cherry Lips (Go Baby Go!)

Niente Run baby run, Queer, It’s all over but the crying, You look so fine ;_______;

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Pubblicato il 12 giugno 2016
Tempo di lettura stimato: meno di un minuto.
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A moon shaped pool Album incredibile che suona come nient’altro.
La fusione perfetta di tutta la carriera dei Radiohead.
Una miscela di suoni sorprendenti e inaspettati, come i violini distorti di Burn the witch o l’organetto elettronico che fa da tappeto ai cori pseudo-gospel di Identikit.
Non mancano gli strumenti acustici, che talvolta dominano l’intero pezzo, come in Desert Island Disk.
Una meraviglia di ascolto catartico dall’inizio alla fine, che arriva con la struggente True Love Waits.

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Pensieri sfusi sul film di Warcraft

Pubblicato il 11 giugno 2016
Tempo di lettura stimato: 4 minuti.
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WarcraftLeggo che lo massacrano un po’ dappertutto. Sono andato a vederlo quindi con aspettativa bassa, e sono uscito chiedendomi perché lo massacrano un po’ dappertutto, perché non ha nulla da invidiare al film Marvel medio – anzi.

Prima di tutto: mi è sembrato abbastanza palese che fosse un film pensato per i fan. Io che ho giocato a Warcraft 3 e WoW per anni, e ho approfondito la lore (il background dell’universo narrativo) del passato, ho avuto comunque dei momenti di difficoltà a seguire alcuni passaggi, e ho notato diversi ammiccamenti e citazioni, il che significa che me ne sono perse altrettante.
Ora: questa cosa non è da sottovalutare, perché non l’ha mai fatta nemmeno la Marvel.
La Marvel ha sempre cercato di fare film del tutto introduttivi, per un pubblico che non ha mai toccato un loro albo.
Questo perché fare un film – che ha costi enormi e conseguenti rischi altissimi – per una nicchia, non solo sarebbe una sciocchezza, ma semplicemente non si può fare. Non esiste un produttore che darebbe l’ok. Te lo dovresti autoprodurre, dando per scontato che tu riesca a tirare su i fondi necessari per un blockbuster (finora non è mai successo).
Ecco, questa cosa mi ha colpito molto. Non so davvero come diavolo siano riusciti a produrre questo film in questa maniera. Mi devo andare a cercare qualche informazione più specifica sulle dinamiche di produzione.
L’altro piccolo miracolo è che una ditta pignola e rompipalle come la Blizzard sia riuscita a collaborare con la produzione (Legendary + Universal) senza far aggiungere troppe sciocchezze.
Insomma: Il Signore degli anelli ci ha fatto capire che basta un capriccio del produttore per far aggiungere un elfo che spara frecce in piedi facendo surf con uno scudo sul corrimano di una scalinata; il fatto che questo Warcraft sia tuttosommato equilibrato, vista la quantità di primedonne distribuite in tre diverse produzioni, è davvero notevole.

CGI e in generale visuals ottimi, e secondo me anche piuttosto originali. Aspettavo un film moderno che mi facesse vedere un po’ di magie spettacolari e questo è quello che ci va più vicino. Vedremo poi Dr. Strange come si comporta, ma per ora Warcraft mi ha dato soddisfazioni.

Da quello che avevo visto, i costumi, armature, armi eccetera mi sembravano ridicoli, e anche altri elementi del gioco mi sembravano pigiati a forza, invece vedendo il film mi è sembrato tutto coeso e credibile, il che di solito significa che la narrazione è stata buona.

Infatti la sceneggiatura per me regge. La storia è semplice e banale, ma d’altronde è quella di Warcraft, non vedo motivi per cui avrebbero dovuto fare qualcosa di diverso. È arricchita dall’intreccio dei personaggi, pure troppo: io pur conoscendo abbastanza la lore, a volte ho arrancato a seguire i vari personaggi.

La regia per quanto mi riguarda è buona. Non emerge il talento di Jones, ma non era una cosa che mi aspettavo. Come ho detto, questo è un film che sarà stato gestito con il pugno di ferro dalla produzione e dalla Blizzard; era improbabile che al regista fosse data carta bianca. Anzi, è riuscito comunque a inserire inquadrature interessanti e pure a citare i vari giochi senza risultare dozzinale (la scena a volo d’uccello sulle incursioni degli orchi, per esempio). Il mio terrore era che questo film stroncasse la carriera di uno dei miei registi giovani preferiti, e sinceramente non credo succeda; ha dato un’ottima prova il buon Bowie Jr.

Gli attori sì, sono tutti abbastanza cani. Però anche qui c’è da vedere il discorso produzione. Così a occhio, mi è sembrata la classica direzione attoriale per produzioni di marchi famosi: piatta, con volti poco noti, mai sopra le righe. A volte è una scelta ponderata per non far rubare l’attenzione del pubblico a uno o più attori. Scelta del cavolo, ne convengo (anche perché la Marvel ha dimostrato che è una idiozia), ma pur sempre una scelta di produzione.

Ci sono delle incertezze nel ritmo, a volte, e i dialoghi su amore e famiglia sono le cose meno riuscite, però io mi son divertito e la mia incredulità è rimasta sempre sospesa, quindi per quanto mi riguarda il film è riuscito.

Inoltre spero che incassi bene perché voglio il film su Arthas, sperando che non lo traggano dal libro.

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Hold the door, Wylis

Pubblicato il 24 maggio 2016
Tempo di lettura stimato: 5 minuti.
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SPOILER GAME OF THRONES S6E5

 

Da oggi in poi, quando qualcuno – dopo che avrò dichiarato l’ennesima volta che George R. R. Martin è uno dei più grandi scrittori contemporanei e che può essere affiancato degnamente ai grandi scrittori del passato – esclamerà “esagerato!”, io risponderò laconico: “Hold the door.”

Hold the door, Wylis.

La puntata di domenica 22 maggio 2016 – uscita “leaked”, “per sbaglio” alcune ore prima – non ha solo un finale spiazzante ed emozionante; non è l’ennesimo kill count che scoccia, messo lì un po’ fuori contesto (ogni riferimento a Osha è intenzionale), ma invece sottintende una chiave di lettura fondamentale per la macro trama di Game of Thrones (e anche di A song of ice and fire, ovvero i romanzi). In maniera sottile e quasi invisibile, come solo i più grandi narratori sanno fare, Martin utilizza un vecchio espediente narrativo (i viaggi nel tempo e i relativi e inevitabili paradossi) in un modo nuovo e sorprendente.

Cominciamo col dire quello che secondo me è successo (ovviamente è una mia teoria).
Si sa ancora molto poco dei poteri del Corvo dai tre occhi e di conseguenza di quelli di Bran (che teoricamente dovrebbe diventare anche più potente).
Quando Bran comincia a visitare il passato, alcuni indizi dell’ultimo libro – confermati in maniera ancora più palese dalle ultime puntate della serie tv – hanno spinto i lettori a pensare che sia in grado di cambiare il passato, agendovi in maniera diretta (molto interessante la teoria di un tizio che dice che le “voci” che Aerys Targaryen – il Re folle motore della storia dei libri e della serie – sente nella sua testa, siano proprio merito/colpa di Bran).

L’ultima puntata conferma in pieno questa teoria, nel modo più doloroso possibile, come Martin ci ha abituato.
Bran si trova in warg, nel passato di Grande Inverno, mentre suo padre sta per partire con Jon Arryn verso Nido dell’Aquila. Il povero Wylis/Hodor si sta facendo i cavoli suoi lì in giro.
Contemporaneamente, il corpo fisico di Bran è assaltato dagli Estranei e dalla loro allegra compagnia di morti viventi infiniti, per colpa della sua curiosità di esplorare mondi sconosciuti senza guida (c’è da dire anche che il Corvo magari glie la poteva buttare lì che se fosse andato a wargare in giro a cavolo avrebbe potuto incappare nel Re Estraneo ed essere marchiato, eh… Ma immagino che nei libri le cose si svolgano in maniera meno stupida).
Muoiono tutti per salvare il bimbominkia storpio di Grande Inverno, tranne la povera Meera e Hodor.
Meera urla a Bran di prendere possesso di Hodor perché le cose si stanno mettendo veramente male, e Bran esegue – su suggerimento del Corvo – direttamente dal passato, senza cioè svegliarsi e wargare in Hodor nel presente.
Entra nella mente del giovane Hodor (chiamiamolo Wylis per distinguerlo).

Qui sta il punto.
Bran ordina a Wylis di “tenere chiusa la porta” (“hold the door”. Tra l’altro son curioso di vedere come diavolo adatteranno in italiano questa cosa. Altieri darà il meglio di sé)… Porta che però si trova nel futuro.
Quello che secondo me succede, è che la mente di Wylis viene traslata nel futuro, al momento della sua morte, obbligata a eseguire un ordine che non può comprendere. Qualcosa che manderebbe in pappa il cervello di chiunque.
Credo che il gesto di Bran abbia implicazioni ancora più inquietanti.
Da quel momento, la mente di Wylis rimane ancorata al momento della sua morte.
Wylis è condannato a vivere la sua morte – e quell’ordine dannato, “hold the door” – per tutta la sua vita futura. Tutta l’esistenza a tenere chiusa una porta al costo della vita, senza sapere perché.

Una variante – che spiega come mai Hodor in fin dei conti non sia costantemente in preda al terrore della morte in ogni istante della sua vita – potrebbe essere che la mente del giovane Wylis venga rimpiazzata da una sorta di “pilota automatico”, un fantasma semi-cosciente che anima il suo corpo.

In entrambi i casi, una supposizione che mette i brividi, e che rimarca ancora una volta l’abilità narrativa di Martin di mettere in scena agghiaccianti pensieri di pessimismo cosmico, già dimostrata nei meravigliosi racconti di fantascienza, purtroppo non diventati famosi quanto A song of ice and fire, ingiustamente.

È tutto vuoto, freddo, siamo soli in mezzo al buio e al nulla, e anche personaggi eroici e positivi, come dovrebbe essere Bran, finiscono per diventare dei dementi viziati che fanno pagare i loro errori a gente innocente.
Alla fine di questa puntata, con i brividi e un magone che non mi sono spariti fino alla mattina successiva, mi sono trovato a rivalutare la mia famiglia preferita, gli Stark, e a sperare che Bran salvi il mondo e poi crepi in maniera misera.

La storyline di Hodor palesa anche quale livello di dettaglio Martin sia riuscito a pianificare con vent’anni di anticipo (A game of thrones è del 1996), e getta un’ombra gelida sul finale di questa grande epopea, che Martin stesso ha già dichiarato essere “agrodolce” (“bittersweet”).

Chapeau.

La copertina spagnola di The world of ice and fire

La copertina spagnola di The world of ice and fire, che se non fosse solo un’interpretazione, la direbbe lunga sul finale della storia.

BONUS.
Prima che uno scrittore, Martin è un rigido moderatore del suo Not a Blog.

Martin blog

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Hardcore! – La differenza tra innovazione e ignoranza

Pubblicato il 14 aprile 2016
Tempo di lettura stimato: 4 minuti.
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hardcore“Ogni generazione ha un film che cambia tutto per sempre.”

Abbastanza vero. Anche più di uno, in realtà. Solo che si scopre qualcosa come dieci, venti anni dopo.
Ora, magari mi sbaglio, ma sono abbastanza sicuro che di Hardcore! (Hardcore Henry in originale), tra vent’anni, non si ricorderà nessuno. Forse nemmeno tra dieci.

Intendiamoci: è una tamarrata superfiga. Un action adrenalinico che funziona alla grande, soprattutto grazie alla durata contenuta (90 minuti); uscendo dalla sala stavo per spalancare la porta d’uscita con un calcio volante, davvero.

Hardcore nasce da questo video di super successo:

33 milioni di visualizzazioni, e gli autori trovano qualcuno che gli produce un film fatto tutto così, in prima persona, tra cui Sharlto Copley (il Murdock del remake dell’A-Team, ma soprattutto il protagonista di District 9), che poi sarà uno dei protagonisti.

Il mio principale dubbio nei confronti di questo film era molto semplice; una massima a cui cerco sempre di rispondere, quando mi viene in mente un’idea che mi sembra originale:

C’è un motivo per cui questa cosa non è mai stata fatta prima?

Dopo aver molto cercato, indagato e studiato, se si conclude che la risposta è “no”, allora si può procedere, cercando di fare le cose in modo intelligente.

Non è il caso di Hardcore che, ripeto, è una tamarrata superfiga, ma non è di certo cinema.

Il cinema è arte sequenziale. Deriva da un’esperienza millenaria di teatro, e negli ultimi decenni è stato contaminato da molto altro, ma il nucleo centrale che lo fa funzionare è rimasto sempre lo stesso: arte sequenziale.
Sarà che ho appena finito di leggere David Mamet – un personaggio molto acuto che ti fa rivalutare (e buttare nel cesso) il 90% di ciò che vediamo al cinema e in tv – ma davvero si può dire che il cuore pulsante del cinema sia proprio la sequenzialità con cui si montano piccoli video frammenti. Ejzenstejn, Kulešov, ok?

Fare un film tutto in prima persona, semplicemente cancella con un colpo di spugna tutto ciò.
È un cambio di linguaggio netto, che richiede molta, molta abilità nella sua gestione, soprattutto perché genera tutta una serie di problemi, soprattutto di tipo narrativo.
Dal film si evincono bene questi problemi, e la fatica che fanno gli autori per cercare di dare un senso alle botte e alle esplosioni. Si impegnano davvero molto per infilare a forza una storia in Hardcore!, anzi: si impegnano pure troppo, incasinando la faccenda. È molto più intrigante la “storia” (peraltro nemmeno raccontata) del video che ho postato sopra, che quella di Hardcore! Molto più cinematografica, anche.

Hardcore! è montato molto bene: sono usati molti jump cut al momento giusto, in modo da tagliare gli ovvi momenti morti di una continua ripresa in prima persona e – soprattutto – per non incasinare tutta la produzione con continui piani sequenza (bravi sì, ma non tutti sono Cuaron o Innaritu, e non tutti hanno Lubezki come direttore della fotografia), e gli stacchi non danno mai fastidio. Persino la camera a mano risulta quasi sempre sopportabile (ovvio che non consiglierei mai la visione a uno che dichiara che la camera a mano gli dà fastidio) e l’azione piuttosto chiara.

Quello che proprio non funziona è appunto il linguaggio. La sensazione persistente non è quella di stare vedendo un film, ma un videogioco. Anzi, nemmeno: di stare guardando un video di gameplay di un videogioco su youtube.
La differenza è sottile ma fondamentale: la prima persona funziona in un videogioco perché sei tu stesso che controlli le azioni del protagonista. Nel videogioco tu sei il protagonista; la meccanica funziona e ti permette di entrare dentro la storia. In un video di gameplay, no: sei tu che stai guardando uno che gioca. La storia in cui ti stai immergendo è quella del tizio che gioca, non quella del protagonista del videogioco.

Al cinema, funziona ancora meno. Sembra quasi un paradosso, ma nonostante la prima persona, ho trovato molto difficile immedesimarmi nel protagonista di Hardcore!
Torniamo alla massima che dicevo prima: c’è un motivo se una cosa del genere non è mai stata fatta? C’è eccome, e non è un motivo tecnologico. Semplicemente, è una cosa che non è compatibile con il linguaggio sequenziale cinematografico.

Insomma: andate pure a vedere ‘sto film. È sicuramente originale, ben realizzato, divertente, eccitante… Ma la sensazione finale è quella di stare guardando un lungo filmato youtube in una stanza molto grande, su uno schermo molto grande, e aver pure dovuto pagare per farlo.

Se poi ripassate di qui tra dieci o venti anni… Fatemi sapere, magari mi sbaglio.

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Star Wars – Silver Screen 35mm edition

Pubblicato il 23 febbraio 2016
Tempo di lettura stimato: 10 minuti.
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Star Wars Silver Screen editionÈ uscita da pochi giorni una nuova riedizione, ovviamente non ufficiale e assolutamente pirata, dello Star Wars originale, a cura di un team che si fa chiamare Negative1 e che ha sottotitolato la loro versione Silver Screen 35mm edition.
Mentre aspettate che finiate di scaricarlo, facciamo un po’ di storia. Abbiamo tutto il tempo, dato che si tratta di circa 26Gb.

I millemila remastering di Star Wars
A meno che non abbiate un VHS registrato negli anni ’80, la versione originale di Star Wars (oggi conosciuto anche come Episode IV: A new hope) è ormai completamente irreperibile. Perché?

George Lucas è stato senza ombra di dubbio uno dei più grandi geni del cinematografò, e se proprio non vogliamo allargarci, possiamo comunque dire che è stato uno dei registi moderni che ha portato più innovazione in questa arte. Questo è evidente soprattutto nel comparto tecnico, con metodi e strumenti che hanno ridefinito il concetto di effetto speciale e che sono stati così semplicemente geniali che le utilizzano ancora oggi, con quasi nessuna modifica (si pensi al solo green screen, o chroma key); ma da scrittore/sceneggiatore permettetemi di ricordarvi (o farvi scoprire), che Lucas è stato anche uno degli artefici della riscoperta del modo di raccontare storie, applicando al cinema i concetti del famosissimo libro di Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, e dando il via a una vera rivoluzione del cinema d’avventura, insieme ad autori come Spielberg (Indiana Jones), Zemeckis (Ritorno al futuro), Howard (Willow), Donner (I Goonies) e altri.

Dopo quei gloriosi anni, però, Lucas è purtroppo caduto in un loop auto-distruttivo tipico degli innovatori e dei pionieri come lui, che mai si potranno accontentare di fare sempre la solita cosa.
Impossibile riassumere brevemente i commenti sui prequel di Star Wars (gli episodi 1,2 e 3), tanto criticati da spingerlo, in ultima istanza, a vendere i diritti della sua creatura alla Disney, che ne ha fatto quello che ne ha fatto.

Nel frattempo, però, Lucas ha anche rimesso mano dodicimila volte sia ai film prequel, sia alla trilogia originale, aggiungendo dettagli, effetti speciali della sua Industrial Light and Magic (ILM), talvolta modificando pesantemente alcune scene (il famoso meme “Han shot first”).
Contemporaneamente, ha fatto sparire di circolazione tutte le vecchie versioni.
Decisione piuttosto discutibile, dato che il film originale del ’77 ha vinto sette premi Oscar ed è stato incluso nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Ecco perché finora non siamo più stati in grado di vedere lo Star Wars originale, a meno di non aver conservato una copia pre-inquisizione.

La de-specialized edition di Harmy
Un eroe moderno chiamato Harmy, dalla Repubblica Ceca, ha deciso così di ovviare a questo problema iniziando un lavoro titanico che avrebbe fatto venire qualche dubbio anche a Ercole: si è messo a raccattare tutte le versioni di Star Wars che è riuscito a trovare e, partendo dalla base della versione DVD, ha sostituito tutte le scene modificate nel corso degli anni con le scene più fedeli all’originale. Non solo, si è messo pure a restaurare le versioni rovinate, fotogramma per fotogramma, finché non è riuscito a ricostruire una versione di Star Wars molto fedele, in qualità Blue Ray.
Mentre inizialmente è stata distribuita con i soliti metodi loschi, adesso si tratta di un progetto ufficiale che pare sia stato autorizzato dallo stesso Lucas (vallo a capire quel tizio). Nella guida semi-ufficiale si dice che è possibile scaricare gratuitamente la Despecialized, a patto di aver acquistato regolarmente una versione HD dello stesso film (cioè in Blue Ray o in formato digitale).

Pregi della De-specialized: sono disponibili tutti e tre i film della saga originale, persino in italiano, ed escono relativamente spesso versioni sempre più precise e fedeli.
Difetti della De-specialized: è “solo” molto fedele, non completamente fedele, per i motivi che dicevo sopra.

Ecco che entra in gioco la versione dei Negative1. Questo team è infatti riuscito a mettere le mani su un oggetto che Harmy e le persone che si sono unite per dargli una mano, non sono mai riusciti a trovare: una pellicola 35mm del film originale, quello uscito nei cinema nel 1977.

Fine della lezione di storia.

R2D2

Riscoprire un capolavoro assoluto, per l’ennesima volta
Tre giorni di impaziente attesa per tirare giù i 26Gb di questo lavorone, e ne è valsa la pena in una maniera che non sospettavo. Impagabile l’emozione che non pensavo di ritrovare.
È davvero una visione del tutto nuova che mi ha fatto sorgere un’illuminazione sul perché le nuove edizioni del film non possono in nessun modo reggere il confronto con l’originale:

IL CONTESTO.

A scriverlo nero su bianco, adesso, sembra quasi una banalità, ma anche lo fosse, è una banalità che abbiamo probabilmente dimenticato, abituati a rivedere meccanicamente e sistematicamente le versioni più recenti del film.
In quelle versioni, ho sempre ritrovato solo parzialmente la magia che percepivo da bambino.
Alt. So cosa state pensando. Le solite frasi fatte: “eeeeeeeh vabèèèè ma è perché non sei più un bambino, hai perso l’innocenza, la fanciullesca meraviglia, la purezza di pensiero, lo sai che le cose si ricordano sempre meglio di come sono, si stava meglio quando si stava peggio, qui una volta era tutta campagna”.
E la mia preferita:

“che poi, diciamocelo: gli Star Wars sono molto sopravvalutati, in fondo sono filmetti”.

Qui è dove sbatto il pugno, mi alzo e proclamo a piena voce: CAZZATE!

Lo so che non ho ancora chiarito il concetto di “contesto”, ci arrivo, pazientate.

Star Wars lineOggigiorno siamo un botto di gente nel mondo.
Sono ormai finiti (anche per merito di Lucas) i tempi in cui andare al cinema era un’attività per pochi appassionati che quasi condividevano un segreto comune.
Oggi il cinema è un business esagerato che genera un’offerta sterminata per un pubblico sempre più ampio e preparato.
Non è del tutto vero: al cinema ormai ci vanno cani e porci, e circa tutti si sentono poi in dovere di dire la loro su facebook.
Questo non toglie che una percentuale sempre più grande di questo pubblico sia ormai abituata al linguaggio cinematografico, e conosca persino concetti molto tecnici, da “dietro le quinte”, come “sospensione dell’incredulità” (ovvero quel meccanismo che un bravo narratore sa innescare nello spettatore, e che consiste nel rendere credibile ciò che a ben vedere non lo è affatto).

Questa è sempre stata una delle mie preoccupazioni da wannabe scrittore più urgenti: se il pubblico diventerà sempre più esigente e difficile da convincere, non diventerà un problema anche continuare a narrare storie?

Quando posi questa domanda a Troy Denning nel 2007, durante un workshop al Lucca comics, non capì cosa intendessi e probabilmente pensò che fossi uno stupidino.
Oggi purtroppo questo problema si è fatto invece più evidente, perché ogni singola persona che vede un film si sente in dovere di criticare ogni minimo, stupido e insignificante dettaglio che secondo lui “è una cosa grave”, “non torna”, “non ha senso”, “è fatto male” e – fossilizzandosi su queste sciocchezze – non riesce a perdersi nella magia della narrazione, persino quando è ben fatta.

Resistete, sto per arrivare al punto.

Quello che Lucas ha voluto fare, restaurando i vecchi film, è stato riportarli a un linguaggio più moderno, in modo che la saga continuasse a vivere anche in un pubblico molto, molto diverso rispetto a quello del 1977.
Questo è stato il suo primo e più grande errore.

Cercando di attualizzare il linguaggio di una vecchia opera, tu darai a uno spettatore non preparato (“casual“, o “spettatore medio”) un qualcosa che non è capace di decifrare.

Per dirla meglio: lo spettatore cercherà di decifrare ciò che gli stai facendo vedere con gli strumenti che ha. Strumenti che si sono costituiti grazie alla visione di film moderni, cioè che hanno attraversato tutta la storia del cinema e sono arrivati a una sintesi molto diversa da quella da cui traggono le origini.
Però il tuo film non è un film moderno, ma un vecchio film modificato.

È come mandare una cinquantenne rifatta a miss Italia.
Magari qualcuno ci casca.
Magari qualcun altro si accorge che è una cinquantenne rifatta.
Ma è più probabile che la maggior parte del pubblico casual veda semplicemente un qualcosa di molto strano, non riesca a capire cosa si trova davanti, e gestisca quell’elemento estraneo con gli strumenti che usa per gestire tutte le altre modelle ventenni, facendo quindi un paragone fuoriluogo.

Facciamo un esempio semplice: gli effetti speciali.
Essendo Lucas un pioniere, come abbiamo detto, ha purtroppo fatto spesso il passo più lungo della gamba, e messo in gioco tecnologie piuttosto acerbe, che oggi sono ben consolidate e perfettamente integrate, ma negli anni 2000 non tanto.
I nuovi effetti speciali aggiunti nei film della vecchia trilogia, semplicemente non reggono. Sono decontestualizzati, forzati, brutti.
Lo spettatore di oggi che guarda Una nuova speranza non si metterà a dire “guarda che effetti speciali! Sono bruttini, ma per l’epoca in cui è uscito questo film erano veramente una forza!” (a parte che secondo me erano brutti anche per quegli anni lì, ma tralasciamo); quello che lo spettatore farà sarà semplicemente comparare Una nuova speranza con Il risveglio della Forza e dire: “ma che è stammerda?”

Finalmente abbiamo chiuso il cerchio: IL CONTESTO.

Se tu prendi un vecchio film e lo de-contestualizzi, dandolo in pasto allo spettatore moderno, questo lo giudicherà al pari dei film della sua modernità.

Ma se tu prendi un vecchio film così com’è e lo dai in pasto allo spettatore moderno, questo lo giudicherà in quanto “vecchio film”.

A nessuno che non sia un idiota verrà mai in mente di paragonare un film muto in bianco e nero con un film moderno dello stesso genere, giusto?

Il contesto, in questa percezione, agisce come protettore della sospensione dell’incredulità: rende credibile allo spettatore il mondo desueto che rappresenta.

Contemporaneamente lo istruisce sui mezzi dell’epoca. In pratica non rimane l’ennesimo film aggiunto a quelli già visti, ma diventa formativo; un’esperienza che sarà più facile ricordare con il passare del tempo.

Star wars title

Il secondo errore che Lucas ha fatto nei confronti della sua opera è stata la gestione della continuity, o coerenza del background narrativo.
Guerre stellari, in origine, non era affatto “Episodio IV: Una nuova speranza”. Quello è arrivato in un secondo momento, quando il film ha avuto successo e Lucas si è messo a elaborare in maniera più decisa il background del suo universo narrativo.
Se noi guardiamo Star Wars come singolo film, e non come il capostipite di una saga, vediamo che è completamente autosufficiente. Solido, compatto, coerente.
Già dopo la visione de L’impero colpisce ancora (Episodio V) e il famoso colpo di scena, le cose cominciano a scricchiolare, nonostante vengano più o meno chiarite nel terzo film. Sempre nel terzo film, vengono “buttate lì” altre informazioni che poi rimarranno sterili praticamente per sempre (non glie ne fregherà mai niente a nessuno, nemmeno ne Il risveglio della Forza, che Leia sia sorella di Luke e papabile Jedi).
La tragedia, come si sa, si concretizza nella “nuova trilogia” (Episodio 1,2 e 3), che fornisce una storia molto incongruente con le informazioni che abbiamo ricevuto nella “vecchia trilogia”, dai dettagli sulla guerra dei cloni al rapporto tra Obi-Wan, Yoda e Anakin, fino ai miserabili e famigerati midi-chlorian.

Di fatto, quindi, tutti i film successivi – compresi Episodio V e VI – non fanno altro che indebolire la fruizione di Star Wars.

All’interno della saga, il film migliore è unanimemente considerato L’impero colpisce ancora, che però non è per niente godibile come film a sé, al contrario di Star Wars.

Finiti tutti i pipponi tecnici, posso finalmente concludere dicendo che questa Silver Screen 35mm edition è riuscita FINALMENTE a riportarmi la magia di trent’anni fa e che non ero più riuscito a ritrovare fino in fondo.
Vader see-through È quella magia che rende credibili le ditate di vaselina usate per nascondere sulla pellicola le ruote dello speeder di Luke; che dà vita a un universo pullulante di creature strane e affascinanti partendo da quelli che in realtà sono dei set mezzi vuoti e tre comparse con costumi messi assieme con tre soldi; che scurisce le lenti del casco di Vader, attraverso le quali si vedono gli occhi di David Prowse; che rende epico il duello tra Obi-Wan e Vader, nonostante sia uno sciapo, lento e noioso cozzare di bastoni tra un vecchio e un disabile.
La cosa degna di nota, è che fa tutto questo utilizzando gli stessi fotogrammi, le stesse inquadrature e lo stesso montaggio delle nuove versioni, quasi sempre. Ma il sapore, l’atmosfera, il CONTESTO, rende l’esperienza completamente diversa.

Questa è la versione di Star Wars che dovrebbe essere liberamente acquistabile, ritrasmessa in televisione, riproiettata al cinema, discussa nei cineforum, tramandata ai posteri e – soprattutto – usata come base per i capitoli futuri!

Finalmente posso dire che Han non ha solo sparato per primo: ha ammazzato quel bastardo di Greedo prima ancora che potesse tirare il grilletto!

Han shot first

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La grande scommessa

Pubblicato il 27 gennaio 2016
Tempo di lettura stimato: 4 minuti.
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La grande scommessaSu questo sono parecchio dibattuto, perché è un film necessario, ma anche bruttarello.

Partiamo dai difetti.
Il regista: Adam McKay. Purtroppo è un bambino affetto da deficit d’attenzione con una telecamera in mano. Non ha una benché minima idea stilistica in testa, e il risultato finale è che La grande scommessa non si capisce se sia un documentario, un mockumentary (finto-documentario) o un film – e se è un film, non si capisce se sia una commedia, un comico, un drammatico, un boh.
Ve lo dice uno che odia generi ed etichette e le cui opere preferite non sono ascrivibili in nessuna categoria, ma in questo film la cosa si sente tanto e dà fastidio. Ogni tanto gli attori ammiccano in camera, sfondano la quarta parete, si mettono a spiegare il film – e questo ci potrebbe anche stare -, poi ci sono delle scene metanarrative buttate lì a caso (“ecco Margot Robbie che vi spiega il default nella vasca da bagno”), carine ma anche estemporanee. A volte vi prende a schiaffi con la dura realtà, nella scena successiva diventa la parodia di sé stesso. Insomma, decisamente delle mancanze ascrivibili alla sola regia, e ora vediamo perché.

Il cast – vabbé – il cast parla da sé. La prova migliore l’ha data forse Carell, un attore versatile e sottovalutatissimo che sta dando delle prove incredibili in film non comici (non che fare il comico sia più semplice). A Christian Bale è affidato un personaggio davvero particolare; una sorta di sociopatico ad alto rendimento. Fa una buona prova (complice anche il trucco dell’occhio di vetro), ma personalmente non sono riuscito a empatizzare con il personaggio, non saprei dire esattamente perché. Senza infamia né lode sia Ryan Gosling – che fa il simpatico con la faccia da schiaffi, un ruolo alla wolf of Wall Street – sia Pitt, una sorta di naturista moderno distaccato e sempre serio, che insieme a Carell rappresenta l’anima morale e più umana del film.

Big Short parodyVeniamo al cuore della faccenda. Un film che pretende di spiegare i meccanismi alla base della moderna crisi economica in termini quanto più semplici possibili, cercando pure di raccontare una storia cinematografica (che – tenetelo a mente: è SEMPRE romanzata. Poco, tanto, come, dove, perché… questo può cambiare, ma non il fatto che ci sia SEMPRE una percentuale di finzione), deve necessariamente avere una sceneggiatura eccellente. La grande scommessa ce l’ha. Niente che faccia gridare “al genio!” o invocare una pioggia di Oscar, però fa il suo compito perfettamente e in maniera piuttosto elegante.
Il vero problema è la materia prima.
La finanza è una roba malsana, barbara e criminale inventata dagli uomini malvagi per trovare un sistema di speculare sull’economia (che invece è una caratteristica naturale e imprescindibile che si genera automaticamente in presenza di un qualunque tipo di scambio, anche in natura) e arricchirsi creando povertà.
Affinché questa cosa funzioni senza che gli altri possano mettere bocca, negli anni la finanza ha inventato tutto un sistema di scatole cinesi burocratiche, che cela ulteriormente dietro nomi stupidi e assurdi che il conte Mascetti definirebbe senza dubbio supercazzole.
Non esiste, nella logica e nella dialettica umana, un modo per spiegare chiaramente questi meccanismi, proprio perché sono stati pensati per non essere spiegati chiaramente.
Tenendo questo di conto, la scrittura de La grande scommessa è quasi incredibile, perché espone i fatti in maniera più chiara possibile rendendoli anche interessanti. Se ha un difetto è forse la prolissità, che ha portato a un film troppo lungo (ma anche qui avrebbe potuto intervenire il regista).
Peccato che questo film l’abbia girato McKay e non Scorsese, perché – tanto per infamare un altro po’ la regia – il montaggio troppo rapido e intricato, il ritmo concitato che non dà mai respiro e non permette di assimilare le informazioni snocciolate, e questa ca*** di telecamera a mano che sbatte da un dettaglio a un primissimo piano senza raziocinio, rende il tutto meno decifrabile e comprensivo.

Nonostante l’impegno di McKay per rovinare una buona sceneggiatura, il film arriva dove deve arrivare e genera un giusto senso di malessere e angoscia. Vi alzerete dalla sedia sussurrando parolacce, preoccupati per il futuro dei vostri parenti più giovani.

Per farla breve: La grande scommessa non è un gran film, ma dovreste comunque andarlo a vedere, perché io l’ho trovato piuttosto necessario.

La grande scommessa sul Cinesemaforo (GIALLO)

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