Dieci anni e non sentirli!

Pubblicato il 8 maggio 2013
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Birthday_Candles


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Buon compleanno a questo blogghe! Esattamente dieci anni fa, dal grigio e artificialmente illuminato sgabuzzino che era il mio ufficio, nella ditta di supporti per il sonno in cui lavoravo mestamente come tecnico informatico, scrivevo:

Ecco che comincio.
Scrivo.
Adoro scrivere. E mi piace più farlo al computer.
Le dita si muovono coordinate… lente o veloci loro non sanno cosa stanno scrivendo, ma magicamente compongono pensieri a video, collegano il cervello biologico con la macchina artificiale.
E improvvisamente un diario personale si trova su internet, alla portata di milioni di persone in tutti il mondo.
Non ho mai capito come questo possa succedere, ma mi piace.
Ci sentiamo, gente.

E a seguire il primo commento del buon Griso, uno dei tanti amici (peraltro l’unico che non ho mai incontrato dal vivo) che ho conosciuto sull’antico forum di tgmonline; amici che mi sono vicini tuttora, dopo dieci lunghi anni, nonostante tutto.

copertinafb2

Nel 2003 il blog era appena nato. Erano i primi anni della… uhm, come chiamarla? Espansione? Globalizzazione? Commercializzazione di internet? Insomma, i primi anni in cui internet diventava uno strumento mondiale davvero alla portata di tutti… Connessioni veloci, l’avvento del web 2.0, eccetera.
Io avevo messo in pratica da poco la mia passione per la scrittura, sostanzialmente per riempire i pomeriggi di noia in ufficio, e il blog mi aiutò parecchio. L’attitudine mentale di scrivere qualcosa quasi ogni giorno – il consiglio per i giovani scrittori di Ray Bradbury – mi aiutò a relazionarmi con quello che oggi mi piace definire mestiere, anche se ancora non ci posso campare e probabilmente non lo farò mai. Inoltre c’era il rapporto con il “pubblico” – per lo più amici e conoscenti, ma occasionalmente anche sconosciuti – e tutto quello che ne consegue, ovvero qualche complimento ma soprattutto tante critiche. Ho imparato a gestirle, a selezionarle, a utilizzarle come feedback per migliorarmi.

Nella ministoria del blog non posso non citare il grande StM, che si sobbarcò l’ingrato e immane compito di scrivere un plugin per tradurre tutto il blog dallo schifoso codice utilizzato da bloggers.it (la piattaforma originale, che nel 2008 fallì, lasciando decine e decine di blog a marcire senza dare una riga di spiegazione) a WordPress. Dopo quel grande passaggio l’unico rinnovamento è stato recente, proprio perché ormai il blog era diventato un cassone ambulante ripieno di plugin rappezzati, e i miei host hanno minacciato di cancellare il blog dal server e bruciarmi la casa.

Nella mia incostanza di essere umano, una cosa di cui sono abbastanza orgoglioso è la relativa costanza del blog. Al di là della scrittura saltuaria e dei grossi buchi di continuità, nel lungo periodo il blog è stato una sorta di punto di riferimento. Un luogo familiare e piacevole a cui tornare.
Nel 2003, in piena blog-mania, imperversavano le comunità di blogger: siti per fare le statistiche, siti per fare i reindirizzamenti, siti aggregatori, forum che parlavano di blog e blogger, blogger che parlavano di forum di blogger sul blog, blogger che diventavano “scrittori” e pubblicavano libri… Diatribe, flame, faide, invidie, gelosie, gare di lunghezza peni (anche le donne)… Un ambiente non bellissimo, nel quale sono contento di non essere mai entrato, a scapito della visibilità e del contatore visite.
Sostanzialmente, questo blog si è sempre fatto i cazzi suoi. Non era stato aperto per ambizione, ma per bisogno, e così è rimasto per tutto il tempo, fino a oggi.
Oggi, che quella monomania è scomparsa e ormai si fa a gara per apparire su facebook (ma nemmeno tanto, alla fine, dai. Diciamo che le cose si sono normalizzate) e i blog muoiono a manciate, il mio blog sta ancora qua e fa più o meno quello che ha sempre fatto.

I contenuti scarseggiano. In generale, sembra che quasi tutti non abbiano più nulla da dire. Facebook e Twitter assorbono quel bisogno patologico di espletare pensieri e sensazioni umorali troppo velocemente; non si lascia il tempo per far sedimentare i pensieri, e quindi i contenuti più lunghi non riescono a formarsi. Vista la fauna blogghesca di dieci anni fa, forse è meglio così. Non voglio certo altre Pulsatille.
Anche io pare che abbia meno cose da dire. Meno incazzato con il mondo? Forse meno frignone? Nonostante continui ad apprezzare molto l’attitudine lamentosa, forse mi sto avvicinando all’estremo sano di quella meravigliosa frase di Henry Miller:

L’uomo scrive per liberarsi dal veleno che ha accumulato con il suo modo falso di vivere. Cerca di riconquistare la propria innocenza, eppure (scrivendo) riesce soltanto a inoculare nel mondo il virus della sua delusione. Nessuno metterebbe una sola parola sulla carta se avesse il coraggio di vivere ciò in cui crede. La sua ispirazione viene deviata alla fonte; se egli desidera creare un mondo di verità, bellezza e magia, perchè mai interpone milioni di parole fra se stesso e la verità di quel mondo?

La prima volta che lessi questa frase, mi colpì dolorosamente al cuore, perché mi immedesimai in quell’uomo avvelenato che interpone fiumi di parole tra i suoi ideali e la loro attuazione. Ora sono in un percorso di vita diverso, sto cercando di realizzare concretamente quegli ideali, e incidentalmente ho scoperto che molte di quelle parole non mi servono. Non ho più bisogno di un blog come valvola di sfogo. Ora, quando mi siedo a scrivere, ho bisogno di un progetto solido, reale, non astratte divagazioni post adolescenziali.

Insomma, siete qui a leggere più di mille parole di disquisizioni assolutamente noiose. Lo sapete che siete fantastici?
C’è un punto molto toccante nell’ultimo libro di Zerocalcare – Ogni maledetto lunedì su due – in cui l’autore si rende conto che la zattera su cui galleggia – in mezzo a un oscuro oceano senza orizzonte, metafora dell’esistenza – è stata costruita da tutti coloro che gli sono stati vicini, nel bene e nel male, che l’hanno aiutato a crescere, o anche semplicemente a farsi largo nella vita imparando a stare a galla.
Ecco, anche il mio blog è come quella zattera. Tutti voi che siete passati di qui, che mi avete lasciato un commento per dirmi “bravo” o “idiota”, o anche solo siete passati senza dire niente ma facendo scattare il contatore delle visite… Ecco, tutti voi mi avete aiutato a crescere, e a imparare come fare per stare a galla.
Per cui, l’unico modo per chiudere questo flusso di coscienza troppo lungo, è una delle parole più meravigliose che siano mai state forgiate, e che dovremmo imparare a dire più spesso e più sinceramente.

Grazie.
duegatti2013

 

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Film Kitchen e altre stanze strane

Pubblicato il 6 aprile 2013
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copertina fb

Che orribile locandina, priva di gusto e abilità grafica, vero? Lo posso dire, l’ho fatta io. Al momento siamo sprovvisti di grafici (hanno il brutto vizio di volere dei soldi in cambio del lavoro. Gente strana, valla a capire), ma d’altronde stiamo parlando di un programma radiofonico, quindi diciamo che non è l’urgenza più impellente, eh?

Proprio così, il mio primo programma radio! Diventate subito fan su facebook! Prima di capire cosa sia!
Io in realtà non faccio praticamente niente: revisiono i pezzi, occasionalmente ne scrivo, aiuto a fare la scaletta e rompo i coglioni. L’idea e lo sviluppo del programma è di Manuela Patti, che è stata uno dei fonici de L’ultimo giorno (ve la ricordate la Meow Productions?) e de La ballata dell’amore cieco.

L’idea è carina e anche piuttosto originale, perché Film Kitchen non vuole essere l’ennesimo programma generalizzato sul cinema, ma cerca di essere più specifico e di rivolgersi a veri cinefili e anche agli addetti ai lavori. Non disdegnerà quindi rubriche piuttosto tecniche (sull’attrezzatura, per esempio) e spazi di cerco/offro (sia per attrezzatura che per risorse umane).

Va in onda su RadioGas, che è una webradio, ogni domenica – DA DOMANI – dalle 21:30 alle 23:30. Dalla home del sito potete collegarvi in qualsiasi momento.

È stato un progetto che mi ha preso un po’ in contropiede, un po’ perché ero concentrato su altro (tra un po’ vi dico anche cosa), e un po’ perché la radio non è esattamente il mio media preferito. Non l’ho mai seguita particolarmente, e sinceramente le cose di cui mi ricordo e che mi interessano di più sono tutti sceneggiati, progetti narrativi: Orson Welles, La guida galattica per autostoppisti, Legali da legare dei fratelli Marx… Roba che ho recuperato fuori dal media radio, sinceramente. L’idea di scrivere una serie per la radio mi ha sempre bazzicato in testa, ma un programma… Un programma no. Troppo impegnativo: sbattersi ogni settimana per trovare materiale, arrabattarsi per riempire gli spazi vuoti… L’horror vacui della radio è forse la cosa che me la fa stare più sugli zebedei; il silenzio diventa qualcosa da scongiurare, come fosse veleno; e allora ecco che arrivano speaker che chiacchierano come macchinette, talvolta facendo errori, gaffe o parlando a sproposito, talvolta uno sopra l’altro, per cercare di non far affiorare nemmeno mezzo secondo di silenzio. Appurato che il mio lavoro sarebbe stato minimo e che la salvaguardia del mio fancazzismo e procrastinaggio ecumenico non sarebbero state violate, ho accettato.

MA CHE ALTRO STAVO FACENDO PRIMA DI INVISCHIARMI IN QUESTO LOSCO AFFARE?!

So che la suspance vi sta uccidendo, quindi ve lo dico subito: ho distrutto ogni mia credibilità come sceneggiatore accettando di lavorare con un certo Massimiliano. Anzi, per preservare la sua privacy chiamiamolo solo Boldrini. Anzi, usiamo solo le iniziali: MB.
Non che prima ne avessi molta di più, di credibilità, ma sentite un po’ in cosa mi ha indotto questo malefico individuo…

Come “MB” mi ha circuito per svendere la mia arte
(liberamente tratto da diversi dialoghi realmente avvenuti)

MB: Oh, Obi-Fran! Hai fatto un pessimo lavoro come aiuto regista su Vitrum. Millanti di essere uno scrittore, non ho mai letto niente di tuo, ma sarai sicuramente bravissimo! Mi scriveresti un trailer?

Obi: Un trailer? Cioè?

MB: Sì, un trailer di un ipotetico film.

Obi: Ipotetico nel senso che poi il film non esiste, tipo Maccio Capatonda?

MB: No, il film lo facciamo dopo, se troviamo il distributore.

Obi: Ah. Ma in teoria allora bisognerebbe prima scrivere il film e poi semmai fare un estratto per il trailer…

MB: Nono, che, troppo tempo, bisogna partire subito! Tanto c’ho già tutto pronto!

Obi: Ah, ottimo! Hai il soggetto? Le schede dei personaggi? Un abbozzo di scaletta?

MB: No, c’ho le location. Tanto a me mi serve proprio una cosa semplice, eh. Pochi personaggi, niente battute. Gente che corre nel bosco di notte tipo Blair Witch Project, capito?

Obi: Ma la coerenza, la narrazione, lo studio dei personaggi, la drammaturgia…

MB: Ahahah, sìsì, prematurato con scappellamento a destra! Ahahahah, grande Amici Miei! Vedi che andiamo d’accordo!

Obi: Ma quindi fammi capire: io dovrei scriverti un trailer di quattro o cinque tizi che si perdono in un bosco, E POI DOPO scrivere semmai una sceneggiatura di un film TRATTO dal suddetto trailer?

MB: Sì.

Obi: Pulendomi il culo con tutte le regole di scrittura che ho studiato e messo in pratica per dieci anni?

MB: Sì.

Obi: E come tempi come siamo messi?

MB: Scrivi il trailer in dieci minuti, lo giriamo in una settimana ad aprile, poi in quindici giorni scrivi la sceneggiatura del film e a luglio lo giriamo.

Obi: Quindici giorni?

MB: Sì.

Obi: La sceneggiatura di un film?

MB: Sì.

Obi: Qualcuno di questi lavori è pagato?

MB: No, e c’hai pure da fare un’ora di macchina ogni volta.

Obi: Ah, allora ok, accetto!

MB: Bravo!

Obi: No, perché a me i soldi mi fanno schifo, se me lo dicevi subito che dovevo lavorare a gratis, ti dicevo subito di sì!

MB: Eheheh, stupido io, l’importante è che ci siamo capiti!

 

E quindi da giovedì prossimo cominciamo le riprese del trailer di un film che ancora di sicuro non ha nemmeno il nome, mentre io cerco di mettermi avanti scrivendo la scaletta del film.
Ma verrà bellissimo ugualmente, state tranquilli.

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Sound City, regia di Dave Grohl

Pubblicato il 5 marzo 2013
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 Il film di Dave Grohl è uscito prima al cinema di Camminando Scalzi.

Sound City

Dave Grohl è la Musica incarnata.
Non vi posso stare a spiegare perché, ci vorrebbe troppo tempo: o siete d’accordo o non lo siete. Su Camminando Scalzi abbiamo comunque una nutrita documentazione con cui potrete passare diverso tempo, se non capite perché apro una recensione di un film con questa frase a effetto.
Ed eccone un’altra: non credo nell’evoluzionismo.
Va bene: forse sono pazzo, vedetela un po’ come vi pare, ma ho diversi motivi per giustificare anche questa seconda affermazione; una delle quali, per riallacciarmi alla prima, è che l’evoluzionismo non spiega l’esistenza e l’importanza fondamentale che la musica ha per l’essere umano. “Sopravvive il più adatto”? Cos’ha di “più adatto” un musicista rispetto a un cacciatore, nell’età della pietra? Sono consapevole che razionalmente si potrebbe demolire questa frase in diversi modi… È solo che nessuno di questi modi mi convince appieno. La discussione mi interessa poco e quindi me ne svincolo con agilità, spostando il discorso su quello che mi interessa davvero, cioè la musica come aggregatore sociale, il che porta inevitalmente al percorso inverso, ovvero: la socialità è necessaria per fare musica. Buona musica, almeno.

In questi anni bui e tetri siamo infestati di una musica disgustosa. Inutilmente rumorosa, vuota, cretina, inconcludente, raffazzonata, e potrei continuare. Il mezzo si è svenduto completamente attraverso la massificazione, per cui è ormai possibile per qualsiasi stronzo che non ha la più pallida idea di cosa sia una scala musicale realizzare una canzone in digitale e metterla in vendita su iTunes, dove altra gente ignorante come e più di lui ne comprerà un sacco di copie rendendolo ricco e famoso.
Viviamo nei tempi della “guerra del rumore“, una cosa che dovrebbe far rabbrividire ogni amante della buona musica degno di questo nome. In breve: dove una volta si cercava sempre più la purezza del suono, la sua vera anima, oggigiorno nel disco prodotto già a cazzo di cane in partenza con i metodi di cui sopra, si aggiunge ulteriormente del “rumore” di fondo per aumentare il volume, con lo scopo di far “suonare più forte” il disco in modo che risalti sugli altri “dischi concorrenti” e potenzialmente farlo vendere di più. Se questo non è un segno evidente dell’involuzione in cui l’umanità si sta affossando, non so cosa possa esserlo.

Ho finito di sparare proclami metafisici, moralistici e antiscientisti e posso quindi arrivare al punto, e il punto è che Dave Grohl ha diretto un documentario bellissimo (selezionato anche per il Sundance 2013, che è il festival del cinema indipendente americano) chiamato Sound City, che parla anche di queste cose.
Sound City“Sound City” è il nome di uno studio di registrazione molto famoso negli anni ’70, che salì agli onori della cronaca per essere uno dei pochi possessori di un mixer Neve (pronuncia inglese, dal nome del suo designer, Rupert Neve). Ovvio: salì agli onori della cronaca per via dei meravigliosi dischi che uscirono da quello studio (in particolare, i primi successi dei Fleetwood Mac), ma questi dischi sbancarono anche per merito del suono incredibile che l’innovativo mixer Neve riusciva a imprimere sul nastro, in particolare quello della batteria.
Non a caso i Sound City divennero presto i principali studi di registrazione di riferimento per tutti gli artisti rock, e andarono a gonfie vele per tutti i ’70 e parte degli ’80. Poi arrivarono i cd e, di conseguenza, l’avvento del digitale, con tutto quello che comporta: batterie elettroniche, sintetizzatori digitali, computer e relativo software. I Sound City provarono a integrarsi, ma inutilmente; non tanto perché non ne fossero capaci, ma perché trovavano nella registrazione a nastro tramite il Neve qualcosa che tutti gli altri aggeggi elettronici non avevano. Questa loro convinzione li portò sull’orlo del baratro, senonché nel 1991 arrivò un trio di ragazzetti che scelse loro come studio, Butch Vig come produttore, e registrò un piccolo album chiamato Nevermind che, inutile puntualizzarlo, riportò lo studio al massimo della gloria. Ma anche questa gloria non durò che alcuni anni… Il tempo di ottimizzare software come Pro Tools (montaggio audio) e Auto Tune (un’aberrazione che sostanzialmente può far sembrare veri cantanti e musicisti anche inetti perdenti che non sanno nemmeno da che parte parlare in un microfono), che si diffusero velocemente in tutti gli studi di registrazione del mondo semplificando, velocizzando e contemporaneamente economizzando il lavoro.
Nel 2011 i Sound City furono infine costretti a fare la cosa più triste che uno dei loro fondatori aveva sibillinamente messo in conto più di quarant’anni prima: vendere il Neve per pagare i debiti.
Lo compra Dave Grohl.

Dave Grohl e la console Neve

Nel tentativo di raccontare la storia di quella console a lui così cara, Dave si butta quindi in un progetto che comincia a vivere di vita propria. Infatti Sound City parla della storia dell’omonimo studio di registrazione, sì, della console Neve, certo, ma lo fa ripercorrendo le biografie di tutti i grandi della musica che sono passati di lì. Da Rick Springfield fino ai Queens of the stone age di Josh HommeSound City è forse uno dei più bei documentari musicali che siano mai stati realizzati, con una quantità incredibile di chicche, camei, interviste, tutte ottenute grazie all’insuperabile carisma e affabilità di Dave. C’è amore in questo film, tanto genuino amore per la musica, ma soprattutto per il suo significato di aggregatore sociale; la professionale e appagante ricerca della purezza, la fusione di diversi talenti creativi e, in ultima sintesi, l’umanità della musica, cioè esattamente quella cosa che sfugge dalle tabelline del Darwinismo.

“It’s not about being perfect, it’s not about sounding absolutely correct, it’s not about what goes on in a computer. It’s about what goes on in here [your heart] and what goes on in here [your head].”
(Il punto non è essere perfetti, non è suonare assolutamente corretti, non è cosa succede dentro a un computer. Il punto è cosa succede qui [indica il cuore] e cosa succede qui [indica la testa].)

Dave Grohl sul setQuesto estratto dal discorso di Dave alla premiazione dei Grammy 2012 – quasi precisamente un anno fa – è esattamente il riassunto di tutti i suoi sforzi degli ultimi anni (ma forse, di sempre), un riassunto coronato da questo suo film.
Sound City dura quasi due ore, ma quando sarete arrivati in fondo avrete la sensazione che siano passati venti minuti. È pieno di momenti divertenti, amari, nostalgici, magici. È talmente denso di suoni, musica, facce e immagini che andrebbe visto almeno un paio di volte di fila, e durante la seconda guardare alcune scene un fotogramma alla volta. Non c’è modo che quello che vedrete vi basti, ma vi lascerà addosso una carica e un’allegria incredibili, con quel retrogusto amaro che Dave così bene ha espresso come musicista finora e come regista da oggi in poi (pare che ci abbia preso gusto, dato che ha appena finito di dirigere il nuovo videoclip dei Soundgarden). Durante il film ci si sente tra amici che si raccontano le storie del loro periodo di gloria, con la differenza che gli amici sono alcune persone che hanno contribuito a dare forma alla musica rock. Alla buona musica rock.

Dave Grohl e la console NeveNon mi resta che darvi tutte le indicazioni per procurarvi questo piccolo gioiello.
Dal sito ufficiale potete acquistare il film. Costa un’inezia: 12,99$, cioè meno di 10€. Si capisce che lo scopo di Dave è far conoscere la sua storia e la sua visione del mondo della musica, non lucrare. Qui potete vedere alcuni estratti.
Il film si scarica in digitale, occupa 2,5Gb e ha i sottotitoli integrati in italiano, inglese, tedesco, francese, olandese, giapponese, portoghese, spagnolo e svedese. Se avete bisogno di una scusa per non comprarlo, insomma, dovrete sforzarvi non poco.

Pensavate poi che Dave non cogliesse l’occasione di chiamare tutte queste personalità della musica per fare un disco tutti insieme?
Ovviamente no, e infatti Sound City – Real to Reel uscirà il 12 marzo (ma potete sentire il disco completo in anteprima qui). È preordinabile su iTunes, e l’elenco delle guest star non ve lo sto a fare perché è lungo.

I soldi migliori che potete spendere, e il download migliore che potete fare oggi.
Muovete il culo.

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Perché non dovremmo poter essere cristiani?

Pubblicato il 18 febbraio 2013
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Questo articolo ha portato odio, zizzania e scompiglio prima su Camminando Scalzi.

Piergiorgio OdifreddiPiergiorgio Odifreddi è un matematico, logico e saggista italiano. Continuando a copiare da wikipedia, pare che sia “la frusta laica della Chiesa in Italia” e che il suo vizio sia “smontare dogmi”. È tutto vero. Aggiungo di mio che Odifreddi è un genio – nel senso moderno del termine – cioè ha un’intelligenza sopra la media, che ha sfruttato per tutta la vita per costruirsi un intellettualismo fuori parametro e una cultura smodata che spazia in (quasi) ogni angolo dello scibile umano (è l’unico matematico capace di intrigarmi anche quando parla di arte e musica classica) e che mette a disposizione della divulgazione scientifica grazie alla sua dialettica pimpante, energica e divertente, sotto forma di libri, interviste, documentari e quant’altro.

E questi sono gli ultimi complimenti che gli rivolgerò.

Tra i capisaldi della sua produzione letteraria spicca Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (che fa il verso a un testo di Bertrand Russel, che a sua volta fa il verso a Perché non possiamo non dirci cristiani di Benedetto Croce). L’ha scritto nel 2007. Sì, io l’ho letto solo ora, che volete farci? Ho una coda di lettura di circa ventiquattro mesi, e un sacco di altri libri l’hanno scavalcato come priorità.

Se uno conosce un minimo l’attività divulgativa di Odifreddi, da questo libro si dovrebbe aspettare una cosa sola: la messa alla berlina della religione (in questo caso cristiana e cattolica) e della Chiesa annessa. Una cosa che non servirebbe a niente, perché non smuoverebbe le opinioni di nessuno: i credenti continuerebbero a credere, offendendosi dello sbeffeggio, e i non credenti continuerebbero a non credere, felici di poter contare su un intero libro pieno di dati abbastanza accurati per poter continuare a prendere in giro all’infinito i credenti; una sorta di gruppo di bulletti arroganti che tirano le mutande agli altri bambini. Quindi, sapendo questo, uno direbbe: “ma no, Odifreddi è super intelligente, è superiore a queste cose, il libro sarà più pacato e ragionevole!” Poi, sempre a questa persona, potrebbe tornare in mente che Odifreddi è membro del CICAP, Presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, fervente sostenitore dello “sbattezzo”, che fu tra i massimi promotori della pubblicità sugli autobus sulla non esistenza di Dio, che fu “fulminato” in diretta nel programma di Corrado Augias proprio per questo libro, che fu l’unico a tenere testa agli esponenti della Chiesa durante lo scandalo del Crimen Sollicitationis (da 01:01:55), e che quindi, in fin dei conti, non è mai andato tanto per il sottile, e forse è proprio per questo motivo che piace tanto agli scettici. Ma se l’eccesso di sarcasmo è sopportabile e piacevole in televisione, forse da un libro ci si aspetterebbe un po’ più di serietà. Perché manca la serietà? Cito la recensione di un utente di anobii, tale Silverine:

“Chi sol sa che nulla sa ne sa più di chi ne sa…”
Sinceramente non ho capito questo libro. Non saprei nemmeno come descriverlo. Da scienziato prima e da cristiano poi, devo dire che vi ho trovato proprio ciò che più mi infastidisce in un certo modo di fare scienza (in particolare la supponenza e l’arroganza di chi pensa già di sapere tutto – e allora cosa ricerchi?) e di affrontare i temi della fede (si parte sempre dall’esperienza, mai dal dogma – avete per caso provato a spiegare una delta di Dirac ad un bambino delle elementari o anche ad uno studente di lettere? Credo vi dirà che è solo una serie di scarabocchi senza senso). Spesso mi capita di intervenire a dibattiti dove vengo opposto, in genere, a degli ambientalisti. Ecco, Odifreddi mi è parso un ambientalista della fede. Non dice (se non in qualche caso) cose “false”, ma la chiave di lettura è talmente ideologica (quasi puerile) e non contestualizzata da divenire una bugia. Un libro che senza dubbio (?) piacerà agli atei e non piacerà ai credenti, di certo però un libro che non aiuterà nè gli atei a capire i credenti nè a convincere i credenti delle proprie tesi. A che serve?

libro OdifreddiBreve e concisa, questa recensione centra il punto.
Odifreddi apre il libro con un sofisticato giro di parole che sfrutta alcune similarità etimologiche per dire che i cristiani sono cretini.
Poi va avanti per centoventisette pagine a smontare uno per uno tutti gli “avvenimenti” del vecchio e del nuovo testamento secondo canoni logico-matematici e storici. Centoventisette, lunghissime, noiosissime pagine farcite fino a scoppiare di dati e nozioni frutto di un immenso e accuratissimo lavoro di revisione e confronto. Centoventisette pagine in cui Odifreddi dà l’ennesima prova della sua tagliente sagacia e della sua immensa cultura per dimostrare l’inutile: “la bibbia è incongruente.” Ma davvero?
Certo che è incongruente, è un testo ermetico-esoterico! Se uno lo legge “a lettera morta” e si mette a cercare le congruenze storiche e razionali è ovvio che si spaccherà la testa sul muro. Il nuovo testamento, poi… lo sanno tutti che Gesù insegnava per parabole (mettiamo dell’etimologia tra parentesi come fa Odifreddi per tutto il libro: “parabola”, dal greco parabolé, “azione di mettere a lato”, cioè confrontare, cioè non spiegare direttamente, ma per simboli e metafore)! È impossibile che Odifreddi non ne sia a conoscenza! E infatti non lo è, perché a pagina centoventisette, finalmente, si legge la liberatoria frase: “Questo è ciò che succede quando si pretende di leggere in maniera letterale e storica ciò che è letterario e metaforico, e che comunque appartiene alla mitologia di molte culture.”
Alleluja (lol)! Allora lo sa! Quindi il libro comincia adesso! Che genio Odifreddi, prima fa vedere quanto è assurdo prendere la bibbia alla lettera, e adesso ci spiegherà a cosa ha portato il vero frutto della sua ricerca!

No. Le restanti cento pagine vanno avanti esattamente come le prime cento, ma dal punto di vista stavolta davvero letterale e storico, cioè le interpretazioni che gli uomini hanno fatto della bibbia, e la messa in pratica dei precetti cristiani prima e cattolici poi.
Questa seconda parte è l’unica davvero apprezzabile, dato che quanto meno contesta dei fatti storici più o meno documentati. Si entra nel campo delle opinioni: Odifreddi porta la sua – corredata dalla solita catasta di dati – la gente si scanna e siamo tutti contenti.

Cosa ho imparato da questo libro? Niente.
Niente, perché i meri dati nozionistici per me non hanno mai avuto alcuna utilità, e di riflessioni serie e profonde sinceramente non ne ho trovate. Il valore letterario è pressoché nullo, proprio perché invalidato dalle infinite sequele di date, numeri, etimologie fra parentesi e confronti tecnici.
Questo libro è solo un noiosissimo j’accuse pieno di retorica, sarcasmo in malafede e pernacchie infantili. Odifreddi non rinuncia mai a ostentare la sua presunta superiorità non solo intellettuale e culturale, ma anche etica e morale. È un saccente che fa l’occhiolino ai suoi lettori saccenti, con la certezza che questi gli faranno l’occhiolino a loro volta e sghignazzeranno divertiti prima di andare a tirare le mutande alla vittima di turno.

In breve: questo libro è l’”arma” definitiva non per gli atei – perché per fortuna non tutti i non credenti sono così – bensì per gli anti-credenti, in particolare per i fondamentalisti anti ecclesiali. Coloro che non perdono occasione per attaccare la Chiesa a prescindere e deridere le religioni e chi le segue troveranno qui un prezioso strumento per “vincere” qualsiasi tipo di discussione al riguardo, con chiunque, fosse anche il Papa, a patto di studiarsi bene tutti i riferimenti che Odifreddi riporta con estrema cura.
Per tutti gli altri, si tratta di un libro poco voluminoso, quindi inadatto sia a essere usato come zeppa per tavoli e sedie sia come brace per il camino, per cui potete lasciarlo in libreria.

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Playlist bat for lashes

Pubblicato il 16 febbraio 2013
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Visto che c’ho preso gusto a spammare su questo bel blogghino nuovo, beccatevi un mio best of di Bat for lashes. Sta su un cd da 80 minuti. Buon ascolto.

1. Glass
2. Trophy
3. Bat’s mouth
4. Oh yeah
5. Sleep alone
6. What’s a girl to do
7. Marilyn
8. Prescilla
9. Pearl’s dream
10. Lilies
11. Daniel
12. A wall
13. Siren song
14. Winter fields
15. The wizard
16. Laura
17. Travelling woman
18. The haunted man

Legenda: Fur and gold (2007), Two suns (2009), The haunted man (2012).

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Bat for lashes e l’amore mio Natasha

Pubblicato il 16 febbraio 2013
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Natashina mia si è esibita prima su Camminando Scalzi.

     È probabile che conosciate una sola canzone di questa sottovalutatissima e poco conosciuta artista; questa:

    Natasha KhanDietro lo strano nome Bat for lashes (scelto per la sua musicalità, dato che non significa niente di sensato) si nasconde una sola, squisita persona: Natasha Khan.
Classe ’79, di padre pakistano (che abbandona la famiglia quando Natasha è piccola) e madre inglese, la Khan vive la sua giovinezza nel disadattamento a causa di vari episodi razzisti avvenuti a scuola, e impara a suonare il piano da autodidatta a undici anni per catalizzare i suoi malesseri. La madre se ne fotte di questa sua vena creativa e cerca di indirizzarla verso la carriera di insegnante. Natasha se ne fotte a sua volta e spende i suoi risparmi, accumulati con vari lavoretti, per farsi un road-trip di tre mesi in America e Messico.
Quando torna si laurea in musica e arti visive all’università di Brighton, e tuttavia accontenta pure la mamma lavorando come maestra in una scuola materna. In questo periodo scrive i pezzi per il suo disco di esordio, Fur and gold, che esce nel 2006 per l’etichetta Echo. L’anno successivo la Parlophone compra tutti i diritti e ristampa il disco. Vende 60.000 copie e la Khan si ritrova ad aprire diversi concerti dei Radiohead.

    Fur and gold è un disco particolarissimo, tanto tranquillo e delicato da sembrare fragile. Agli strumenti classici Natasha aggiunge con un tocco mai volgare l’elettronica, in particolare le sonorità anni ’80 che contraddistinguono la sua musica. Viene accostata a un sacco di artisti, da Tori Amos a Bjork, ma la verità è che Natasha ha fin da subito una sua identità inconfrontabile che la rende originale e unica.

Two sunsMa con il disco di esordio non ha dato il meglio di sé. Nel 2009 esce Two Suns, e il singolo Daniel apre le danze che portano Natasha a vendere 100.000 copie senza tuttavia arrivare più in alto della trentaseiesima posizione nella classifica dei singoli inglesi. Eppure Two Suns è un disco praticamente perfetto; costantemente equilibrato, non strafà mai, non ha momenti deboli, è retto da musiche sciamaniche e testi ipnotizzanti, è affascinantemente omogeneo, dato che è anche una specie di concept, con l’alter ego di Natasha – tale Pearl – protagonista dei testi e dell’evoluzione musicale del disco. Prodotto ottimamente, dalle sonorità sopraffine e dalla bellissima voce di Natasha, Two Suns vince solo il Best alternative act agli UK Asian Music Awards e qualche manciata di nomination.

Bat for lashes liveForse per questi motivi, e/o per la famosa crisi del secondo disco, Natasha sparisce un po’ di scena. Il suo sito a tratti sembra del tutto abbandonato, e la sua carriera sembra definitivamente morta quando, dopo un “viaggio spirituale” in America, si rimette a fare l’insegnante di scuola materna e cazzeggia facendo un singolo con Beck per la colonna sonora di Twilight (Let’s get lost) e una cover dei Depeche mode per una pubblicità di Gucci.
Per fortuna, a maggio del 2010 annuncia di voler tornare a lavorare su un terzo album, “con più calma e tempo”, e a giugno del 2012 ne annuncia l’uscita per ottobre dello stesso anno.

The haunted man    The haunted man si annuncia come un disco liberatorio per Natasha, che pare decisa a mettersi a nudo, a partire dalla discutibile copertina.
Di pseudo artistico per fortuna c’è solo quella, perché il disco è formidabile. Se Two suns rimane il più “commerciale” e apprezzabile dal vasto pubblico, apparentemente The haunted man sembra quasi un passo indietro, fino all’intimismo catartico del primo disco. È solo dopo numerosi ascolti che questo disco si schiuderà all’interno dell’ascoltatore rivelando tutta la sua ricchezza, l’accuratissima ricerca sonora e la sua delicata profondità.

    Lilies, un pezzo dal ritmo trasportante, scandito da un incalzante bass synth, che soprende con l’apertura melodica nel ritornello.
All your gold, secondo singolo dopo Laura,  che torna abbastanza esplicitamente ad alcune sonorità del primo disco.
Horses of the sun, dalle strofe cupe e apocalittiche che portano alla “rivelazione” del ritornello.
Oh yeah, pezzo semplicemente sorprendente, assolutamente sexy, che strizza l’occhio alla musica soul pur avendo una base costruita puramente sul synth. I vocalismi di Natasha qui raggiungono una vetta armonica quasi perfetta, che va a mescolarsi con assoluta grazia agli azzeccati e originali cori maschili. Questo pezzo visto dal vivo è semplicemente ipnotizzante.
Laura è la ballatona solo pianoforte un po’ triste e dal testo struggente che è stata scelta come singolo d’apertura. Grande pezzo, molto emozionante, ma non il più geniale dell’album.
Winter Fields è invece molto più interessante. Ha il sapore della favola raccontata intorno al fuoco, quel sapore mistico, avventuroso e al contempo un po’ spaventoso, con gli stridenti synth in controtempo rispetto agli arrangiamenti di archi.
The haunted man liveLa title track, The haunted man, arriva poco dopo la metà del disco. Scelta particolare perché questo pezzo trasmette esattamente l’idea globale del disco, mai title track fu scelta meglio. Fornisce una sorta di catarsi, un momento di riflessione, una pausa scenica molto teatrale, prima dell’atto finale. Dalla prima parte quasi banale, con una melodia abbastanza semplice così come il testo, veniamo tenuti sospesi sul rullo della batteria fino all’ingresso dei bassi cori maschili già sentiti in Oh yeah, fino all’esplosione finale di Natasha. Dal vivo questa canzone è semplicemente un’esperienza, con lei che canta tenendo sospeso sopra la testa un vecchio subwoofer.
E come dicevo, nonostante il finale di The haunted man sembra esigere la chiusura del sipario, invece si prosegue con la seconda metà del disco, il cui nuovo inizio è affidato a Marilyn, una dolcissima canzone che ci immerge in un mondo fatato pieno di lucette colorate (impagabile il bridge con le voci dei “folletti”).
A wall è il terzo singolo, il cui video è uscito il giorno della fine del mondo, ed è un pezzo che se lo passassero in discoteca potrei pensare persino di metterci piede per la prima volta in vita mia.
Rest your head porta sonorità esotiche e piuttosto dance a un passo dalla fine del disco, che è invece compiuta da Deep sea diver, di nuovo un pezzo molto tranquillo e minimalista che porta alla catarsi con le melodie vocali di Natasha e l’accompagnamento dell’harmonium.

Guardate che amore.Ben riassumono il disco le parole di Natasha nel libretto: “questo è un album che riguarda la guarigione, la gioia di essere vivi e il lasciar andare i fantasmi”.
The haunted man 
non è certo un disco facile, che va incontro all’approvazione delle masse, ma è sicuramente il picco artistico di Natasha, e ci fa intuire che ci dobbiamo aspettare altri grandi dischi, soprattutto dopo averla vista live.
Bat for lashes ha infatti suonato il 19 novembre 2012 all’Alcatraz di Milano. È stato un concertino molto ristretto e intimo – saremo stati forse un migliaio di persone – e per questo estremamente appagante. Dal vivo Natasha incanta con la sua voce soave e precisa e la sua capacità tecnica, che le permette di suonare un po’ di tutto, dal piano alla chitarra all’autoharp (bellissima l’esecuzione di Prescilla), alla celesta, fino ai più strani aggeggi elettronici, come l’omnichord.
Bat for lashes live Alcatraz MilanoA parte questo, Natasha è uno splendore anche visivo, con il suo dolcissimo sorriso triste e le movenze aggraziate, che a Milano ha fatto risaltare grazie a un intrigante lungo vestito bianco, che lasciava sbirciare tra le trasparenze fatte risaltare dai riflettori.
Una vera esperienza audio-visiva per un’artista che, come ho scritto in apertura, ritengo davvero esageratamente sottovalutata. Forse in questi giorni apocalittici, così frenetici, brulli e cinici, la gente non ha né tempo né voglia per mettersi seduta ad ascoltare la musica… Tutto ciò di cui ha bisogno è un sottofondo il più rumoroso possibile per cercare di non pensare.
Vi lascio con un pezzo live del concerto di Milano e con il video dell’ultimo singolo.

    Le foto del live sono di Andrea Bertolini.

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Cronache di un disadattato 3.0

Pubblicato il 15 febbraio 2013
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E bòn, quattro giorni a sbattere la testa contro il muro per rimettere a posto il mio spazietto webbe: mal di testa, debolezza, depressione, attacchi di nevrastenia… Ho avuto di tutto. Sono stato persino costretto a dare le dimissioni perché sono stato accusato dell’omicidio della mia ragazza fotomodella. Dicono che l’ho uccisa con un meteorite.

Comunque, il blog è più o meno pronto e ha più o meno la stessa roba di prima. Messa un po’ meglio, un po’ più bellina e si spera più funzionale e meno permissivo verso trojan e altre schifezze.

Se mi potete fare il piacere di navigare un po’ e vedere se va tutto bene, sarebbe gradito. ^____^

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