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Terry Pratchett – scegliere di morire

Già pubblicato su Camminando Scalzi.

     Sir Terry Pratchett è il geniale scrittore che ha inventato il genere comico-fantasy, unendo abilmente Wodehouse con Tolkien. Ha scritto più di trenta libri, dei quali ha venduto circa sessanta milioni di copie, tradotte in trentacinque lingue (e che sono anche "i più rubati nelle biblioteche inglesi", come sfoggia amabilmente ogni terza di copertina), è stato insignito del titolo di Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico e di una laurea honoris causae in Lettere all'Università di Warwick.

     La sua opera è tendenzialmente più famosa del suo nome, e si riassume con le parole "Mondo Disco". Una gigantesca tartaruga vaga nello spazio infinito, reggendo sul suo dorso quattro enormi elefanti che a loro volta sorreggono un pianeta piatto, in cui la magia è ancora molto concentrata e sul quale si possono trovare ogni genere di luoghi e personaggi bizzarri.

     Se non avete mai letto niente di suo, vi consiglio di provvedere al più presto, per unirvi alla vasta schiera di suoi fan adoranti.
     Ma questo articolo parla di altro.

     Nel 2007, a sir Terry Pratchett è stato diagnosticato un raro caso di Alzheimer giovanile. Lo sconcerto e il dolore si è propagato nella sua vasta schiera di fan adoranti alla velocità dell'ottarino.
     Tutti i dettagli pubblici sono raccolti in questa bellissima – e lunga - intervista dell'Independent del 2008.
     Pratchett è passato dalle prime due delle famose fasi dell'accettazione del lutto: negazione e rabbia, e da quel che si può capire, sembra essere adesso nella fase della contrattazione. Ma etichette e schemi vanno bene per le persone comuni, non per i geni come Pratchett. La sua personale interpretazione di questo terzo passo è stata fare ricerche su ricerche, scoprire che l'Alzheimer è una delle malattie che beneficia di meno fondi per la ricerca, donare quindi un milione di dollari per la ricerca, infine riflettere meglio su cosa siano la vita e la morte.

     Perché quando un uomo che dichiara "scrivere è la cosa più divertente che si possa fare da soli" si ritrova a non essere più in grado di battere al computer da solo i propri libri, o a dimenticarsi di una frase che ha formulato pochi secondi prima, capita che gli passi per la testa l'idea di farla finita.

     E come capita sempre a tutti quanti, un argomento che prima a stento si credeva esistere, appena ci colpisce in prima persona diventa la cosa più importante del mondo. Pratchett comincia a guardarsi intorno e a cercare un modo per morire dignitosamente e pacificamente come e quando ne avesse avuto il desiderio. Eutanasia e suicidio assistito sono le due forme esistenti per questo genere di casi. Troverete tutte le inutili differenze tecnico-etimologiche riguardo le varie sfumature dei termini su wikipedia; qui mi limito a ricordare che si tratta nel primo caso di uccidere una persona nel suo stesso interesse, nel secondo di dargli i mezzi per porre fine alla sua vita autonomamente.

Terry Pratchett - choosing to die     Le ricerche di Pratchett sono state raccolte in un documentario realizzato dalla BBC: "Terry Pratchett – Choosing to die".
     È ben realizzato, ma soprattutto è crudo e disperante nella sua semplicità. Non ha bisogno di orpelli tecnici o narrativi per sottolineare la gravità dell'argomento. Pratchett segue le decisioni di tre persone afflitte da gravi mali. Solo uno ha deciso di continuare a vivere, gli altri due hanno già appuntamento con la clinica svizzera dove finiranno i loro giorni. E Pratchett segue il loro percorso con il suo assistente e la troupe della BBC.

     Da persona intelligente quale è, Pratchett si ritrova quasi più dubbioso alla fine della sua esperienza di quanto non lo fosse all'inizio. Sono le situazioni come queste che permettono la riemersione di tutti i dubbi filosofici-esistenziali a cui, se va bene, abbiamo dedicato qualche pomeriggio uggioso nell'adolescenza, per poi nasconderli nei recessi del nostro intimo.

Tartarughe Divine     Che cos'è la vita? Che cos'è la morte? La mia vita mi appartiene? Ho libertà di decidere cosa farne? Cos'è il dolore, e perché esiste? Perché a me? Esiste un Dio? Se sì, perché permette tutto questo? C'è vita dopo la morte? Se sì, cos'è il corpo fisico, a cosa serve? Perché siamo qui, da dove veniamo e dove dobbiamo andare? Cosa dobbiamo fare?

     Da ateo (e probabilmente scientista), un po' come il suo compianto collega Douglas Adams, con cui ha molto in comune – Pratchett ha sempre ritenuto la religione un fardello inutile di cui doversi disfare, e l'ha spesso criticata nei suoi libri, in particolare in "Tartarughe Divine" (Salani, 2011). Pur dimostrando una vasta cultura delle tradizioni e dei miti – religiosi e non – delle antiche popolazioni, li ha sempre utilizzati in chiave comica, talvolta satirica, ma mai "seria", sempre beffandole un po', almeno tra le righe.
     Adesso si ritrova a dover mettere in discussione persino questo.

     Certamente non sono un uomo di fede, ma un giorno stavo facendo le scale di corsa e… È stato davvero strano. Improvvisamente ho avuto l'impressione di sapere che era tutto okay, che ciò che stavo facendo era giusto, senza sapere perché. È stato come la sensazione che tutte le cose giuste stessero succedendo nelle circostanze, e ho pensato: 'Oh, bene, allora'. È una sorta di filosofia totalmente inutile – non ti porta da nessuna parte. Ma riempie un vuoto.

(The Telegraph, giugno 2008)

     L'unica delle tre persone che Pratchett intervista nel documentario che ha deciso di non ricorrere al suicidio assistito – malato di SLA da sette anni e mezzo – dice a Pratchett che è solidale con lui, e che la gente dovrebbe avere la possibilità di ricorrere a un mezzo simile, ma gli dice anche che lui ha deciso di "fare un altro lancio di dadi", "provare ad andare avanti ancora un po'"; e continua: "E poi… Quand'è la 'fine? Noi lo sappiamo? Quand'è che possiamo dire: 'siamo vicini alla fine?'". È l'unico momento in cui Pratchett è costretto ad abbassare lo sguardo, quando invece non aveva problemi a sostenere quello di chi gli diceva di aver deciso di andare in Svizzera a uccidersi; è l'unico momento in cui i toni del documentario diventano più accesi. Poi Pratchett risponde: "non essere più in grado di fare lo scrittore, non essere più in grado di comunicare". È la risposta lecita di una persona che si è identificata completamente con quello che fa. Ma non sarebbe meglio se quella persona scoprisse invece chi è?

     La clinica dove le due persone intervistate da Pratchett decidono di porre fine alla loro vita è un posto lontano dalla loro casa, dalle persone che hanno conosciuto nel resto della loro vita. Freddo, anonimo. Le persone che sono lì per assisterli staranno con loro fino alla fine, sconosciuti che li vedranno morire. Sono molto gentili e premurosi, certo, ma hanno volti stranieri e un accento strano.
     A volte non ci sentiamo a proprio agio quando siamo invitati a casa di estranei per bere un caffé insieme… Come può essere stringere la mattina la mano della persona che la sera ti porgerà il bicchiere contenente il veleno che ti ucciderà?
     Gli inglesi hanno una cultura forte e ligia, che forma persone con una personalità granitica, mai disposti ad ammettere le proprie debolezze. Questo per certi versi è un grandissimo pregio, una cosa che ho sempre apprezzato, ma vedere la moglie del candidato suicida non essere nemmeno in grado di poterlo abbracciare mentre questo le sta rivolgendo le sue ultime parole… Non so, mi ha lasciato una sensazione di "errore", qualcosa che sento non dovrebbe andare così.
     E poi c'è la sconvolgente impressione di un essere umano che passa dalla ragione al delirio, dal delirio al sonno, e dal sonno alla morte. Qualcosa che non ha nessun diritto di essere stampato su pellicola.

     Ma non vorrei far passare l'idea che questo sia un articolo contro il suicidio assistito. Non è così, e comunque il mio personale pensiero non è il punto del discorso. Il punto vero è: voi quanto tempo avete dedicato a riflettere su questi argomenti? Cosa fareste se succedesse a voi? Le statistiche di WordPress mi dicono che siete tutti più o meno adulti e vaccinati. Ormai dovreste avere i mezzi per schiarirvi le idee, altrimenti c'è stato qualcosa che è andato storto, nel vostro percorso vitale.

     La mia esortazione è di entrare in voi stessi e andare a rispolverare quelle domande chPhilippe De Champaigne - Natura morta con teschioe avete lasciato lì da così tanto tempo, o qualcuno persino a porsele per la prima volta. Non smettete mai di farvi domande, di mettere in dubbio voi stessi ma soprattutto le strutture mentali che date per scontate. Soprattutto quelle. Riflettete sulla natura della morte come facevano i filosofi antichi, e sulla vostra personale morte come facevano i samurai giapponesi ogni giorno. Cercate, cercate continuamente, non stancatevi mai finché non arriverete da qualche parte, perché quando quel singolare, incredibile momento arriverà – quello della vostra morte – non importerà più in cosa avete creduto per tutto il resto della vostra vita, non importerà più quanti amici siete riusciti ad avere intorno: sarete soli e nudi davanti alla Verità.

     Per quanto essa permei ogni atomo dell'Universo, noi non siamo più in grado di concentrare la nostra attenzione su di lei. Ci riusciamo, brevemente, solo grazie a quello sconvolgente evento, perché per noi che siamo così legati al mondo materiale rappresenta la Fine di Tutto. Eppure, nessuno può garantirci, senza ombra di dubbio, che sia davvero così. Non delegate una decisione del genere agli altri, siano amici, familiari, preti o scienziati: non sono loro che dovranno morire al posto vostro.

     Vi lascio al toccante documentario della BBC (sottotitoli in italiano) e a una citazione da uno dei libri di Pratchett.

Non si può costruire un mondo migliore per gli altri. Solo gli altri possono costruire un mondo migliore per sé stessi. Altrimenti è solo una gabbia.

Streghe all’estero, Salani 2009

La traccia di Benni

Ennesimo plagio del revisore di Camminando Scalzi. Sì lo so, vi dò solo roba di seconda mano, ma letti qui sono più belli. :V

 - Lo so Roby, vuoi vivere maledetto fino in fondo. Solo così si accorgono di te. Ma la gente non ama stare vicino a chi soffre troppo. Resterai solo.
- Ma è la dannazione di chi è diverso, di chi non vuole essere come tutti, è il genio…
- Pensaci bene, Robi, Van Gogh avrebbe scambiato un suo quadro con un giorno di gioia?
- Non capisco…
[…]
- Se un giorno uscirai di qui, vai da Van Gogh e digli: eccoti i soldi per una scatola di colori e una bottiglia di buon vino, sii felice oggi, non dipingere i Girasoli, i mercanti avranno un argomento in meno, nel museo ci sarà un vuoto nella parete e i miliardari non faranno l’asta per aggiudicarselo. Ma esisterà quel giorno di felicità, il vino e i colori. Il giorno splendido in cui il capolavoro non fu dipinto e il pittore fu felice.

La traccia dell'angelo     È l'unica cosa che sono riuscito a salvare dal libro.
     Su anobii tutti si chiedono cosa stia succedendo a Stefano Benni.
Interrotta la storica collaborazione con Feltrinelli (temporaneamente, pare), Benni passa da Milano a Palermo e contemporaneamente dalle stelle alle stalle. Sì, esatto.
     Undici euro per un libretto di cento pagine in corpo sedici, e sono soldi che qualsiasi fan del Lupo avrebbe sborsato volentieri… Se fossero state pagine contenenti qualcosa.
     Invece Benni sembra affondare inesorabilmente in quella deriva artistoide-metasatirica-melatonostalgica che si era già annusata nell'ultimo paio di romanzi, incapace di risalire a galla con idee nuove.
     Ne "La traccia dell'angelo" tutte le armi di Benni gli si ritorcono contro; ciò che era il suo cavallo di battaglia – la prosa "di pancia", sgrammaticata e poetica – si imbizzarrisce e lo disarciona; i suoi assi nella manica – la quantità smodata di personaggi squinternati – diventano due di picche; la sua originalità stilistica – un amore indiscusso per la fabula con una certa sufficienza verso l'intreccio – si trasforma in un impacciato scimmiottamento auto-referenziale; la sintesi si disperde e muta in incompletezza.
     Voleva dire troppo, Benni? O forse non ha davvero più nulla da dire? Quando un autore è costretto a raccogliere con la punta delle unghie stralci autobiografici dal fondo del barile della sua creatività, è buono o cattivo segno?
     C'è di tutto e di più, in questo costoso libretto: sofferenza, malattia, morte, angeli, demoni, dottori, complotti, satira… Eppure niente di tutto questo, perché i personaggi e i concetti vengono derubati del tempo necessario a dispiegarsi. È un continuo rimandare il punto del discorso, finché non si arriva alla fine, in poche ore di lettura, e ci si accorge che non c'è nessun punto, forse anche nessun discorso, e che il racconto non ci ha lasciato nulla, nonostante il solito finale Benniano dolce-amaro, che però stavolta è forzato e vuoto: si percepisce chiaramente la commozione dell'autore, ma è un'emozione che rimane sulla carta – parola morta – senza raggiungere il lettore. Come ha intelligentemente commentato un lettore su anobii: sembrano appunti per un romanzo, non un romanzo vero e proprio.
     Negli anni sono stato mio malgrado costretto a rivedere e rivalutare tanti miei punti di riferimento. Con la morte nel cuore devo necessariamente consigliare di lasciare "La traccia dell'angelo" di Stefano Benni sulla mensola della libreria, o al massimo di andare alla FNAC e leggerlo nell'area relax.
     Come questo libro, anche questa recensione è breve e incompl

Eastwood racconta Hoover

Articolo rubbbato da Camminando Scalzi

     J. Edgar HooverJ. Edgar Hoover ha avuto un ruolo talmente primario nella nascita di quella che oggi chiamiamo FBI (Federal Bureau of Investigation, ovvero la polizia federale degli Stati Uniti d'America), che comunemente si dice ne sia stato il fondatore. Ma soprattutto è conosciuto come l'uomo che ha tenuto per le palle l'America per più di quarant'anni, utilizzando informazioni estremamente confidenziali per manipolare a suo vantaggio – o a vantaggio di ciò che egli credeva di dover difendere (la sicurezza dei cittadini) – i personaggi più potenti del suo tempo, da Roosevelt ai Kennedy fino a Nixon.

     Il nuovo film di Clint Eastwood è un biopic su questo personaggio, interpretato da Leonardo Di Caprio, e si intitola semplicemente "J. Edgar".
Ad affiancare Di Caprio un cast veramente soddisfacente, a partire da Naomi Watts – che purtroppo non abbiamo avuto il piacere di vedere molto sul grande schermo, nell'ultimo paio d'anni – per passare ad Armie Hammer, "i gemelli" di The Social Network, nuova scoperta di Fincher che per Eastwood ha fatto veramente un lavoro notevole. La direzione degli attori è uno dei tanti fiori all'occhiello di nonno Eastwood, e quindi anche l'ultima delle comparse appare come il migliore degli attori, ma oltre allo stupendo trio di cui sopra, che funziona come il più perfetto dei meccanismi, non si può non citare l'immensa Judi Dench, nella parte della madre di Hoover.

Eastwood dirige Di Caprio     J. Edgar è il biopic perfetto. Se mai voleste fare una biografia di qualcuno, con qualsiasi media, andate al cinema con un bloc notes e una penna, perché la sceneggiatura è dell'astro nascente Dustin Lance Black, premio Oscar 2009 per la miglior sceneggiatura originale con "Milk". La struttura narrativa è esattamente quella che deve essere: Black ed Eastwood ci raccontano la storia del personaggio fin dall'inizio della sua carriera, mostrandoci la nascita di quello che io paragono a un Batman della vita reale… Un uomo ciecamente ligio a ferrei principi morali, estremamente pignolo e rigido, determinato oltre ogni limite a ottenere il suo scopo. E contemporaneamente, mosso probabilmente da un qualche tipo di squilibrio mentale. La differenza che passa tra Batman e Joker è lo schieramento. Direi che è stato un enorme bene che un uomo come J. Edgar Hoover avesse come scopo la protezione dei cittadini e il superamento in mezzi, abilità e astuzia dei criminali.

Hoover e Tolson      Sceneggiatore e regista ci raccontano tutto questo addentrandosi senza paura nei risvolti psicologici più profondi del personaggio, non solo snocciolandoci la pur interessante cronologia dei fatti. Il rapporto morboso con la madre, l'insicurezza con le donne, il rapporto con il potere e chi lo esercitava, l'omosessualità latente… Forse su questo punto abbiamo gli unici eccessi di una scrittura altrimenti perfettamente distribuita. Mentre non abbiamo dati obiettivi sulle preferenze sessuali di Hoover, Black romanza invece un battibecco tra checche (passatemi il termine, credo che renda l'idea) che sinceramente ho trovato un po' stonato nel complesso del film. Validissimo e plausibilissimo invece come tratta il resto del rapporto tra Hoover e Clyde Tolson, un'amicizia solenne e fraterna, che sfocia tranquillamente ma non ambiguamente nell'amore reciproco.

     Non c'è nulla di particolare da segnalare riguardo al resto… Parliamo di Clint Eastwood, ogni reparto raggiunge standard altissimi: il makeup degli artisti invecchiati è stupefacente; la ricreazione scenografica e stilistica del periodo storico è ottima; la colonna sonora assolutamente non invasiva, anzi forse anche troppo; il montaggio brillante, con delle idee davvero geniali sui raccordi ai flashback. Come sempre, Eastwood dirige la sua troupe riuscendo a permeare ogni singolo fotogramma e al contempo facendo dimenticare allo spettatore che sta vedendo un film. Pura maestria, insomma.

     Hoover e DiCaprioIl film rimane comunque un biopic, con tutto ciò che ne consegue: per quanto ben scritto, potreste trovare parti più noiose di altre, ad esempio, e la lunghezza non aiuta (137 minuti). Se insomma non siete minimamente interessati al personaggi di Hoover e/o al periodo storico, potreste considerare di aspettarlo in dvd o sul satellite. Certo che non se non si finanziano i film belli…

     Per quelli che al contrario, come me, sono innamorati degli anni '30 – '40 e da personaggi come J. Edgar Hoover, vi consiglio una playlist per approfondire lo zeitgeist di quel periodo. Da vedere in quest'ordine:

- "Nemico Pubblico", di Michael Mann, 2009. Con Johnny Depp nella parte di John Dillinger.

- "J. Edgar", di Clint Eastwood, 2011. DiCaprio nella parte di J. Edgar Hoover.

- "Tutti gli uomini del presidente", di Alan Pakula, 1976. Sullo scandalo Watergate, con Robert Redford e Dustin Hoffman.

- "Frost/Nixon", di Ron Howard, 2008. La storia della famosa intervista rivelatoria a Richard Nixon (Frank Langella).

Recap 2011

     A me il 2011 è garbato parecchio.

     È iniziato con uno dei migliori capodanni che abbia mai passato (vinto solo da il capodanno di quest'anno), alla mia prima cena con delitto (dietro le quinte a lavorare, non come spettatore :P ).
     A febbraio è uscita l'antologia horror che conteneva il mio "Lucifero in provetta" (vedi la pagina delle pubblicazioni), seguita ad aprile da quella noir che contiene "Il cuore del San Lorenzo"; le mie due prime pubblicazioni serie (non proprio; anche 365 racconti erotici per un anno è stato un bel colpo, ma condiviso con un po' troppa gente… Mettiamola così).
     Poi è arrivata un'ondata di lavoro continua, iniziata con piccole cose come il secondo spettacolino teatrale per uno spettatore, scritto per la Scuola di cinema Anna Magnani, continuata con cose più serie (che però, al momento, sembrano essere state fini a loro stesse, dato che non si è più parlato di niente…) come un progetto di graphic novel sugli zombie con Luigi Criscuolo, per arrivare a quelle serie e concrete, come fare l'aiuto regista sul set di Vitrum, di Marco Cei, a settembre.
     Nel frattempo, ad agosto sono stato al primo congresso mondiale degli studi più importanti della mia vita, un'esperienza faticosa e impegnativa, ma immensamente gratificante (che bisserò quest'anno in MESSICO!).
     Infine, sorvolando sul solito Lucca comics annuale, l'adattamento cinematografico di Muay Thai, di Christian Lenzi, un lavoro che mi ha enormemente sorpreso per la velocità con cui l'ho svolto. È stata una conferma importante riguardo la mia capacità professionale.

     Uno spettacolo, insomma. :)

     Nel 2012 mi aspetta la chiusura definitiva di Muay Thai, e poi una bella chiacchierata con Niccolò Storai per vedere se e come possiamo realizzare 'sta benedetta rivistazione della Cicala e la Formica, che mi porto dietro da veramente troppi anni e di cui mi devo assolutamente disfare (non lo dico nel senso frettoloso, è che le idee se si lasciano maturare un po' migliorano, ma se si lasciano maturare troppo, poi marciscono).

Dice se tu fai icché ti garba fare i’ tempo va via un tu te n’accorgi nemmeno

     Vi capisco. Stavo lavorando su un film e non ho postato niente al riguardo. Starete soffrendo come cani dalla curiosità e dall'avidità di poter leggere di nuovo qualcuna delle mie accurate e succulente parole. Vi chiedo scusa. Sono qui ora, calmatevi.

     Sono stati due mesi interessanti, questi ultimi. Il film grosso modo è finito; manca una scena e qualche fegatello, che probabilmente gireremo ormai ad anno nuovo, ma il grosso è fatto. Il montatore sta lavorando sul materiale, e io ho scritto due trailer che vedrete tra non molto.
     L'esperienza in sé è stata fortissima… Ogni volta che comincia un set ci si ritrova invischiati in un vortice di impressioni e sensazioni che tendono a sbarellare completamente l'equilibrio mentale ed emotivo. Le mie prime esperienze con la Meow Productions sono marchiate a fuoco nel mio intimo, con una forza indimenticabile. Quando tutto finisce ci si sveglia la mattina dopo con la bocca asciutta e ci si domanda: "e ora?". La sensazione di vuoto è debilitante. Per il mio primo corto mi sono quasi depresso. La gente normale direbbe che poi ci si abitua, ma io sono un disadattato, e questa cosa non è mai successa. Finora.
     La meditazione è stata quella cosa che mi ha permesso di affrontare il tutto… Le responsabilità, la fatica fisica (soprattutto lo svegliarsi alle sette per un mese e mezzo, che vi assicuro per me è stata un'impresa titanica), e poi tutto quel flusso di emozioni che sembra davvero travolgerti e trascinarti via… Ti ritrovi a contatto con persone belle, sia come personalità che come aspetto fisico, e l'ego e la mente lavorano, lavorano… Ti sembra di aver trovato chissà quale amicizia, chissà quale passione… Amore persino. Si generano pensieri che rischiano di diventare pesanti e pericolosi, che vanno tenuti sotto controllo e osservati per bene. Non ce l'avrei davvero mai fatta senza un aiuto interiore, e per questo ringrazio infinitamente.
     Ho concluso l'esperienza con numerose, ottime conoscenze e amicizie, e un bagaglio d'esperienza piuttosto valido. Tesori, si potrebbe dire.

     Dopodiché c'è stato un periodo di riabilitazione per riabituarmi ai miei normali ritmi nerdici. Passare da lavorare dieci ore al giorno a non fare una mazza da mattina a sera può essere traumatico. Ho sbrigato certe commissioni e mi sono rimesso in pari con libri, fumetti, film e serie tv. Ho avuto un paio di ritiri spirituali, e nel mezzo c'è stato il Lucca comics, che è sempre una gioia, sia per l'ambiente sia per il consueto ritrovo con il buon Yupa, che ormai vedo sempre meno per vari motivi.

     E ora, finalmente, esauriti tutti gli impegni che avevo accumulato, sono tornato a scrivere.
     Ho in programma due bei progettoni: la sceneggiatura per un lungometraggio tratto dal libro di Christian Lenzi, a cui seguirà quella di un fumetto che ho proposto a Niccolò Storai, ormai lanciatissimo fumettaro pratese.
     La scaletta del primo progetto era già praticamente finita, così due giorni fa l'ho sistemata, ieri ho finito di scrivere le schede dei personaggi e ho cominciato subito la stesura della sceneggiatura. Sono partito in quarta, le parole scorrevano come l'olio. È veramente un immenso piacere tornare a fare quello che più mi piace e più mi ritengo capace di fare, a prescindere da quale sia il risultato finale. Era un pezzo che non scrivevo più niente e vedere che sono sempre in forma, nonostante tutto, è stata una piacevole rassicurazione.

     Questo blogghino sta tornando un po' alle origini… Visite calate, immagino anche e soprattutto per la sporadicità dei post. Forse sta tornando un po' più personale, quel "web log" che anni fa ha assicurato la fortuna del mezzo, e che oggi è un concetto che si è un po' perso, in una internet dove tutti vogliono fare i giornalisti, i redattori, i critici, gli scrittori… Bizzarro, in un paese dove a stento metà della popolazione legge un libro l'anno e non sa cosa sia un quotidiano.
     Beh, io per ora sono abbastanza soddisfatto, e come al solito continuo per la mia strada, lontano dalle mode, lontano da questi movimenti sociali che assomigliano sempre più a movimenti intestinali. E si sa cosa entrambi producono, alla fine, no?