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Dodgem Logic, la fanzine di Alan Moore

Precedentemente apparso su Camminando Scalzi.

Alan Moore

Come spiegare in due righe chi è Alan Moore a chi non lo conosce? Non è semplicemente possibile. Per cui, perdonate fin d'ora se questo riassunto è quanto più di superficiale e incompleto ci possa essere.

Alan Moore è uno scrittore, fumettista, poeta e mago. Ha la tendenza a rivoluzionare completamente qualsiasi ambiente in cui mette piede. È principalmente famoso per aver cambiato la concezione che il mondo ha dei fumetti con due graphic novel ormai leggendarie, ovvero "V for Vendetta" e soprattutto "Watchmen". Impossibile da inquadrare in un genere, e dotato di saldi principi che lo rendono incorruttibile, è riuscito a litigare con qualunque grande major del fumetto, dalla Marvel alla DC, finché, esasperati, i dirigenti di quest'ultima gli hanno affidato una collana autogestita, che lui ha chiamato provocatoriamente "America's Best Comics" (Moore è inglese, e tende a spostarsi il meno possibile dalla sua città natale, Northampton), e su cui ha pubblicato altri grandi lavori come "La lega degli straordinari gentlemen" e "Promethea", in cui ha riversato tutta la sua conoscenza di magia e cultura esoterica. Sì, perché la biografia di Moore cambia drasticamente al compimento dei suoi quarant'anni, quando si dichiara "mago". Non approfondirò oltre, perché ci sarebbe da parlare per pagine e pagine solo di questo, così come ci sarebbe da parlare per altre pagine degli adattamenti cinematografici dei suoi lavori, del suo romanzo "La voce del fuoco", e in generale di come l'impatto di tutto ciò che ha fatto in vita abbia avuto delle ripercussioni notevoli sull'immaginario collettivo, senza che la sua immagine mai ascendesse del tutto a personaggio pubblico e/o di spettacolo.

Dodgem Logic No, lasciamo perdere la sua biografia e concentriamoci sulla notizia: è uscito a novembre 2009 il primo numero della fanzine da lui ideata e prodotta. Si chiama Dodgem Logic, ed è una cosa che non avevate ancora mai visto, credetemi. La fanzine segue la stessa natura del suo creatore, e pertanto rifugge catalogazioni ed etichette. Non si può definirla in poche parole, nemmeno Moore mi sembra che ci riesca granché. Andate a farvi un giro sul bellissimo sito della rivista e leggetevi l'about (per il primo issue Moore aveva fatto un'intervista-presentazione divertentissima, ma non è più reperibile. Magari salta fuori su youtube tra un po'). Il sottotitolo riassume comunque tutto: "Colliding ideas to see what happens". Lasciando perdere quindi anche la catalogazione di tale fanzine, facciamo l'unica cosa utile e possibile: analizziamone i contenuti. Tanto per chiarire subito che la fanzine che avete in mano è una rivista underground, la seconda di copertina di Dodgem Logic presenta una rubrica chiamata "the great hipsters in history" ("hipster" è un termine degli anni '40, tornato in auge tra i '90 e i 2000, che indica un giovane adulto o un tardo teenager di classe media, fruitore di prodotti culturali non mainstream: alternative rock, cinema indipendente, eccetera…), per poi passare, nell'editoriale, ad una critica alla società moderna, tema ricorrente nel Moore-pensiero. Ma questa traccia non si perde, e già da pagina due è ancora Moore che ci guida nella storia delle riviste underground, raccontandoci tutto quello che c'è da sapere al riguardo, dai primi esempi del 1200 – ben prima dell'invenzione della stampa ad opera del buon Johannes Gutenberg – fino ai giorni nostri, in un articolo di 6 pagine illustrato ed impaginato nei modi più bizzarri (che potete leggere gratuitamente sul sito della fanzine). A pagina 8 Claire Ashby illustra il suo tentativo di "giardinaggio-guerriglia urbana" tramite un fumetto disegnato con l'abilità di un bambino dell'asilo, caratteristica provocatoria, questa, che rivedremo anche più avanti. A pagina 12 si trova un intervento di Graham Linehan, che alcuni riconosceranno come il creatore e sceneggiatore principale di "The IT Crowd", che ipotizza un what if sull'incontro tra John Lennon e Paul McCartney. Seguono due pagine di ricette culinarie: il "pudding di riso al limone" e la "zuppa di zucca e quinoa" (una pianta simile alla barbabietola). A pagina 16 l'inserto del daily mustard, una filiale di due pagine di Mustard, una rivista anch'essa indipendente, già al quarto numero, che è più di genere rispetto a Dodgem Logic, in quanto orientata alla comicità e alla satira. A pagina 18 Tamsyn Payne ci insegna a fare una "rosa di stoffa" con una cravatta, orpello estetico che affonda le sue radici nel dandismo ottocentesco più puro. il fumetto di Moore A pagina 20 torna Alan Moore, e lo fa con uno scoop, dato che presenta una strip di una pagina disegnata da lui. Moore infatti ha cominciato la sua carriera fumettistica proprio disegnando, e in particolare disegnando delle strip quotidiane chiamate "Maxwell the magic cat". Smise di disegnare molto presto, appena capì che il suo posto era dietro la macchina da scrivere. Continuando a leggere, apparentemente saltando di palo in frasca, arriviamo a pagina 21 e troviamo un resoconto di Dave Hamilton, un "golia verde" come lo definisce il cappello introduttivo, che ha provato a vivere senza soldi (quasi completamente) per sei settimane. A pagina 23 Kevin O'Neill, disegnatore de "La lega degli straordinari gentlemen" ci delizia con un'illustrazione che definire assurda sarebbe un eufemismo. È strana, è disturbante, esteticamente appagante, e parla di sesso. Non saprei dirvi altro. josie long A pagina 24 fa il suo esordio Josie Long, astro nascente della comicità britannica, con un fumetto di due pagine che parla delle relazioni amorose, disegnato anche questo alla meno peggio, come nel caso di quello di Claire Ashby. Non chiedetemi perché. Steve Aylett si destreggia a pagina 26 in quello che potrei definire un flusso di coscienza che illustra tutte le possibilità più assurde "se Armstrong (Neil, l'astronauta dell'Apollo 11) fosse stato interessante". Per farvi degli esempi: "Se Armstrong fosse stato interessante, sarebbe uscito dalla capsula lunare indossando le orecchie di Topolino", "Se Armstrong fosse stato interessante, avrebbe detto in conferenza stampa che tutto il viaggio sulla luna è stato una perdita di tempo", e va avanti così per due intere colonne. A pagina 28 Lejorne Pindling firma un pezzo aggressivo sull'industria musicale moderna, corrotta, plagiata e basata su concezioni sbagliate della musica. Uno dei pezzi più incisivi dell'intera fanzine. clown Segue un fumetto di una pagina con protagonista un pagliaccio volgare e schifoso, realizzato con scarsa perizia, non firmato, probabilmente (e comprensibilmente) per vergogna dell'autore. A pagina 30 l'inserto "medico", con due dottori (per la precisione "gp", cioè general practitioner, che dovrebbero essere l'equivalente dei nostri "medici di famiglia", se non erro) che parlano delle loro esperienze, in attesa di ricevere le prime lettere con i dubbi dei lettori di Dodgem Logic. A pagina 32 arriva Melinda Gebbie, attuale moglie di Alan Moore di cui ha illustrato la graphic novel porno "Lost Girls". Insieme a quello di Pindling, quello di Melinda è l'articolo che mi ha colpito di più: è un'accurata esanima psico-culturale dei movimenti femministi, nella storia e fino ad oggi. La sua è una lucida analisi che verte sulla superficialità su cui troppo spesso questi tipi di movimento si basano, e conclude con una citazione di Emma Goldman che è semplicemente da incorniciare, e che riporto: "one must be a person first, with goals, ideals and a code of behaviour which is fair to everyone, before one attempts to segregate the sexes and make half the world wrong on the basis of genital function", cioè "uno deve prima essere una persona, con obiettivi, ideali e un codice di comportamento corretto verso tutti quanti, prima di provare a segregare i sessi e fare torto a mezzo mondo sulla base delle sue funzioni genitali". Se non è illuminazione questa. Numero dedicato molto alla musica, il primo, dato che le ultime 6 pagine, ad opera di Gary Ingham, riguardano la storia della scena musicale rock nella città di Northampton. Anche il cd musicale allegato gratuitamente alla rivista è una collezione di brani di artisti di Northampton. Il cd è piuttosto piacevole, e contieni pezzi che spaziano dal jazz al rock 'n' roll al blues, alla musica elettronica fino all'hip-hop e alla musica da camera. Il primo brano, tra l'altro è scritto e cantato da Alan Moore, veramente una chicca divertente e imperdibile per tutti i suoi fan.

roba varia Per finire, Dodgem Logic contiene anche un inserto locale di otto pagine, chiamato "Notes from Noho". Il primo numero contiene un racconto di Martin Marprelate, un altro di Alan Moore che racconta la storia di una ciminiera simbolo del decadimento e dell'abbandono, una pagina con recensioni di musica locale, e un pezzo di Norman Adams, attivista veterano che racconta la sua lotta per i diritti umani. Questo inserto è appunto locale, per cui eventuali future edizioni di Dodgem Logic distribuite su suoli differenti da quello di Northampton conterranno notizie relative alla loro zona.

Che dire di questo esperimento? Il fatto che sia un'accozzaglia di roba eterogenea e dalla qualità palesemente altalenante, rende ovvio che sia un'effetto voluto. Scelta che viene spiegata e giustificata da tutta l'analisi sul mondo delle riviste underground, sia nell'editoriale, sia nel reportage di Moore, sia sul sito e in generale su internet, in vari filmati ed interviste. Di nuovo, il sottotitolo è la chiave per capire Dodgem Logic, e capire cioè che non c'è niente da capire: è una "collisione di idee per vedere cosa succede". La direzione di Moore accantona una volta tanto la coerenza e la classica logica di consumo e si mette sul piatto della bilancia opposto alle pubblicazioni mainstream, così patinate, così raffinate, così alla moda e sempre al passo con i tempi, per quanto spesso completamente vuote di contenuto, significato e consigli semplicemente utili nella vita. Non so, e se lo sapessi non ve lo direi comunque, se Dodgem Logic sia o meno un buon prodotto. Ha al suo vertice una delle persone più creative e immaginifiche che gli ultimi secoli abbiano partorito, e questo a me basta e avanza, ma non vorrei fare la parte del fanboy, per cui vi dico: avete letto la recensione, sapete cosa Dodgem Logic contiene. Alcune cose sono scaricabili gratuitamente dal sito (persino tutto il cd musicale in .mp3, e il fumetto inedito di Moore), quindi vedetevela voi. Informatevi, cercate, testate in prima persona. Leggete, ascoltate, assaporate. Pensate. Giudicate da voi. Credo che lo scopo di esperimenti del genere sia proprio questo: scatenare una reazione di pensiero, in questo mondo che sempre più si sta impoverendo di menti indipendenti, capaci di crearsi un giudizio autonomo, non viziato né corrotto dal manipolatore di turno. All'atto pratico, Dodgem Logic costa solo 2 sterline e 50 – neanche 3 euro – e potete acquistarlo direttamente dal sito ufficiale, tramite il nuovo-di-pacca Google Checkout (per esperienza personale, sconsiglio di acquistarlo su altri siti; in particolare ho avuto un pessimo servizio da Forgotten Planets). Dodgem Logic è bimestrale, è pertanto appena uscito anche il secondo numero, dedicato al sesso, con un fumetto inedito di otto pagine scritto e disegnato da Alan Moore il cui titolo è tutto un programma: "Astounding Weird Penises".

Cadaveri di gatti nello specchietto

     Miliardi di anni fa, quando lavoravo ancora come tecnico informatico, tornando a casa la sera, a poche decine di metri da lavoro, investii un gatto. Un cucciolo, per la precisione. Descrissi la cosa in un testo, che ovviamente potrete leggere solo postumo. Ora: io, come potrete intuire, amo i gatti; li venero forse al livello degli antichi egizi, e ucciderne uno, un cucciolo, in un modo così banale e truce mi turbò nel profondo per diverso tempo.
     Nel testo mi interrogavo, tra le altre cose, sul modo in cui non fossi stato in grado di frenare, di impedire la morte del gatto. In quel millesimo di secondo io avrei potuto forse inchiodare, sterzare, fare qualcosa per evitare la tragedia, ma non riuscii a fare niente. Era come se stessi sognando, come se fossi altrove.
     Oggi capisco che era davvero così.

     C'è un concetto, in meditazione, che si chiama presenza. La nostra mente, che gli antichi saggi chiamavano non a caso "mente-scimmia", tende a vagare da tutte le parti, a saltare da un ramo all'altro come una scimmia. Tutto questo tribolare, pensare, elaborare senza sosta, dà inizio a tutta una serie di meccanismi automatici che portano la persona a non essere conscia di quello che sta facendo.
     Uno degli obiettivi della meditazione è quindi sviluppare la capacità di essere presenti, cioè di non farsi "portare via" dai ricordi, pensieri, chiacchiere interne che la mente produce in continuazione.

     Mentre guidavo, quel giorno, la mia mente-scimmia si lanciava da chissà quale ramo verso chissà quale altro, frustrata per la giornata lavorativa (che sarà stata al 90% schifosa, come quasi tutto il periodo in cui ho fatto quel lavoro); non ero presente. Non c'entravano i riflessi, che all'epoca erano sicuramente meglio allenati di oggi, dato che praticavo ancora attivamente Kung-Fu: io non ero lì. Il gattino è uscito di scatto da un cespuglio, ma io avrei potuto salvarlo, se fossi stato nel mio corpo, se ne avessi avuto il pieno controllo.
     Invece sono andato avanti, mentre subito la mia mente-scimmia tirava fuori un sacco di scuse, giustificazioni e fantasie assurde… "Non l'hai preso, tranquillo", "si è salvato", "eri distratto", "non è colpa tua"… Sono andato avanti, cercando di tapparmi le orecchie per non ascoltare il vocìo di chiacchiere interne, e quando ho alzato lo sguardo sullo specchietto retrovisore, quello che ho visto non è stato il consueto asfalto logoro della via in cui lavoravo, bensì il corpo accasciato di un gattino morto.

     Stasera invece, mentre tornavo da meditazione, un altro gatto mi ha attraversato la strada, stavolta praticamente davanti casa. Le condizioni erano anche peggiori della volta precedente, dato che pioveva e io sono al momento un ciccione dai riflessi pari a quelli di un comodino, ma ero presente.
     Io ero dentro il mio corpo, e il corpo seguiva la mia Volontà. La mia Volontà era non uccidere più gatti, ed essa si è espressa premendo il fottuto freno in tempo.
     Quando ho alzato lo sguardo sullo specchietto retrovisore, dietro di me c'era solo lo scuro asfalto bagnato. Nessun cadavere di gatto.

Considerazioni sparse su Avatar

     Non mi va di fare una vera e propria recensione: ci sarebbe troppo da dire, da spiegare e da giustificare, e sinceramente non credo ne valga la pena. Per cui ecco una serie di pensieri che l'evento pre-film, il film stesso e le riflessioni post-film mi hanno indotto.

     Premessa: indispensabile che prima leggiate l'intervista a James Cameron pubblicata su Wired di gennaio, e riproposta a questo indirizzo. La citerò continuamente. E' lunga ma ne vale la pena, datemi retta: c'è chi dopo averla letta ha esordito dicendo "aah, Cameron, l'incarnazione del sogno americano!" e gli ha dato ancora più stima e fiducia, e chi invece (come me) ha realizzato che è ancora più idiota di quanto pensasse prima. Buona lettura, ci vediamo tra dieci minuti.

     Impressioni in breve: mi è piaciuto abbastanza. È un buon fantasy camuffato da film di fantascienza (come il suo adorato Star Wars, d'altronde), scorre abbastanza bene, gli attori – in digitale o meno – son diretti bene e danno una buona prova. La sceneggiatura è mediocre, in particolare i dialoghi li ho trovati quasi tutti pessimi. Ci sono un paio di personaggi caratterizzati molto pesantemente, che però riescono magicamente a non cadere nel banale (il colonnello a capo delle operazioni), altri che invece sono palesemente stereotipi con le gambe (Norm Spellman, il giovane ricercatore secchione). Ci sono scene raccontate davvero male, altre che invece hanno un'armonia incredibile. C'è poco da dire sulla tecnologia e l'estetica: siamo semplicemente allo stato attuale dell'arte. Siamo sul picco tecnologico di questo primo decennio del nuovo millennio, e si vede. Questo film è semplicemente imprescindibile per qualunque professionista e/o appassionato di estetica, arte, animazione, grafica. Le ispirazioni sono tante, alcune evidenti (date un occhio ai lavori di Roger Dean, artista delle copertine degli album degli Yes), altre meno, ma non è questo che conta. Ricordiamo comunque che, insomma, con 400 milioni di dollari forse forse son buoni quasi tutti, soprattutto procedendo con il metodo che ha usato Cameron, che dovrebbe esservi chiaro se avete letto l'intervista e di cui parlerò in seguito. Con 400 milioni si risana il debito pubblico di uno stato in via di sviluppo, invece si preferisce farci un film. Non facciamo gli ipocriti e i bigotti, per carità, però insomma a me questa riflessione è venuta in mente (e sì che non sono assolutamente il più filantropo delle creature di questo pianeta, anzi).
     Ma i difetti più grandi di questo film sono la struttura narrativa, che contiene buchi talmente grossi da diventare invisibili (si legga "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe) e una superficialità su taluni argomenti che chiamare imbarazzante è dir poco.

     Discorso 3D / non 3D: ho visto Avatar in 2D. Ho visto un solo film in 3D (il pessimo "San Valentino di sangue", ma all'epoca era l'unico disponibile, non rompete), e mi è bastato per capire che si tratta di una tecnologia ancora molto rozza. Prima di tutto, è abbastanza alienante per chi ha un occhio leggermente più allenato della media: io non sono affatto un tecnico, e ne so molto molto poco di fotografia e telecamere, però il 3D mi ha dato comunque fastidio, perché tende a creare dei fuochi "artificiali" (non fuochi d'artificio :P ) per tenere l'attenzione su quello che vuole il regista, mentre se spostate l'occhio su un particolare non considerato importante, lo troverete fuori fuoco. L'ho trovato molto confusionario soprattutto nelle scene d'azione, soprattutto se girate male (troppo strette, troppo veloci, con dinamiche poco chiare, eccetera). Mi è sembrata, in definitiva, una baracconata buona per i pecoroni pronti a sfoderare più di 10 euro in nome di "un'esperienza visiva incredibile". Io non ci ho trovato nulla di incredibile, ma magari ho visto il film sbagliato. Film realizzati apposta per il 3D, come il caso di Avatar, magari renderanno di più, ma sinceramente ci credo poco. Ci sono scene d'azione in Avatar che mi hanno dato fastidio pure in 2D, figurarsi in 3D. Pensate che c'è addirittura chi è morto, per questo motivo, ma chiaramente sono casi limite. Non credo, sinceramente, che il 3D sia il futuro del cinema. Il futuro del cinema immersivo saranno al limite le proiezioni olografiche (leggetevi questo articolo di Francesco Mazzocchi, al riguardo), idea classica che si ritrova in tutta la narrativa fantascientifica, da Asimov a Dick, ma è una tecnologia per cui dovremo ancora aspettare parecchio, temo.
     Diceva Orson Welles che "la macchina da presa è solo uno strumento senza nessuna importanza, che deve sempre essere messo al servizio della storia e dell'umanità degli attori"; io aggiungo che le tecnologie che cambiano davvero il cinema non costano centinaia di milioni di dollari. Le telecamere fatte fare su misura da Cameron le useranno lui, Spielberg e pochi altri raccomandati che possono permettersele e, lasciatemelo dire, la rivoluzione non si fa in cinque o sei persone. Sapete qual è stata una tecnologia davvero rivoluzionaria, tanto per fare un esempio? Il vertigo di Hitchcock. La telecamera si sposta indietro, lo zoom va in avanti: effetto di sfasamento dello sfondo che è perfetto per simulare smarrimento, sorpresa, paura o (nell'intento originario, appunto) vertigini. Questa è una verità talmente palese che è sotto gli occhi di tutti: quanti altri film avete visto, negli ultimi 2, 3 anni, che sfruttano il bullet time messo a punto nella serie Matrix? E quanti film, invece, avete visto che usano il vertigo, a distanza di 50 anni? I numeri parlano da soli: non è la pura tecnologia costosa a cambiare il cinema, ma la tecnica semplice, efficace ed abbordabile da tutti i filmaker, amatori e semi professionisti compresi.
     Hanno molto da blaterare, coloro che dicono "ma Avatar è stato pensato in 3D, non ha senso andarlo a vedere diversamente". Davvero? La mia risposta: se un film non ha senso visto in 2D, non ha senso e basta.

     Contenuti e ambientazione: bella Pandora, per carità. Bella da vedere, senz'altro. Ma vogliamo parlare della sua genesi? Secondo voi, quanto è malato di mente uno che per tutta la vita si è messo in testa di voler "battere" (che significato ha, poi, questa frase usata in questo contesto? Battere in quanto a incassi? Battere in quanto a tecnologia? Complessità dell'universo narrativo? Amore dei fan? Boh…) lo Star Wars di George Lucas? Uno che, fatta fortuna con quella merda di Titanic, decide di assumere pagando fior di quattrini, esperti di tutti i settori – biologi, astronomi, astrofisici, geologi, botanici, astronauti e quant'altro – solo per mettere insieme quella che è stata chiamata la "Pandorapedia"? Il bello della scrittura – e in particolare della scrittura della fantascienza, ma come abbiamo detto Avatar è invece un fantasy, nonostante Cameron sia convinto del contrario – è proprio la magia di mettersi a tavolino e pensare – con la propria testa, però – a come può variare un mondo alieno rispetto al nostro. È qualcosa che si forma con la propria cultura e la propria sensibilità e immaginazione, non una trafila di dati tecnici scritti da terzi che, per quanto accurati e "scientifici", non raggiungeranno mai e poi mai l'emotività necessaria a scrivere una grande epopea cinematografica.
     Ma questi son pareri tutto sommato soggettivi, per cui torniamo ai fatti e chiediamoci: ma tutta 'sta gente, ha in fin dei conti fatto un ottimo lavoro, per tutti i soldi che Cameron ha sborsato? Mah… L'animaletto che vola come un petardo di fine anno mi ha lasciato parecchi dubbi sulla sua sopravvivenza in quell'ambiente ostile che è Pandora. Tutto il pianeta è pieno di contraddizioni, che non son riuscito a capire se siano legate al lavoro degli "esperti" o allo sputtanamento che ha fatto Cameron per giustificare la storia… Montagne volanti? WTF? Ok, Pandora ha la gravità bassa… Ma se volano le montagne, non dovrebbe volare anche tutto il resto? Eppure i Na'vi e gli altri animali si muovono come se la gravità fosse quella terrestre. Ok, i Na'vi sono longinei e dalle tette ritte, sempre per via della gravità, ma che dire del resto della fauna? I rinoceronti-martello sembrano usciti più da una camera a gravità aumentata che da un mondo in cui le montagne fluttuano nell'aria.
     Non so, a volte Cameron sembra aver dato almeno un'occhiata ai romanzi di Asimov, altre volte invece sembra snobbarlo bellamente. Eppure in "Neanche gli dei" c'è tutto quello che poteva servirgli per descrivere un mondo a bassa gravità.
     Vogliamo parlare dell'ipotesi del "mondo vivente"? La teoria di Lovelocke è vecchia di 30 anni, durante i quali è stata sviscerata in letteratura e cinema (nessuno, secondo me, l'ha raccontata meglio di Asimov nel suo ciclo delle Fondazioni). Ma Cameron la banalizza… Rende un concetto che ha molto di spirituale e metafisico assurdamente tangibile e a portata del cervellino umanino. Non è plausibile che un essere vivente dell'ordine di un pianeta abbia reazioni fisico-mentali simili a quelle di un essere umano. La scena in cui il protagonista "telefona" allo spirito del pianeta è semplicemente ridicola, sotto tutti i punti di vista. Così com'è assurdo interpretare che sia il pianeta a "comandare" gli animali e la fauna, usandoli come pupazzetti per respingere gli invasori, e qui arriviamo ad un punto chiave di questo film…

     Etica: i messaggi sono tanti, confusionari e trasmessi superficialmente. In particolare, c'è un buco grosso come una casa che mina la struttura stessa di tutto il film: cosa sono gli avatar? Creature realizzate in laboratorio, geneticamente ibridate tra Na'vi e essere umani. Ok, mi fa piacere, ma il film non parla mai di questo piccolissimo dettaglio: un essere vivente ha una coscienza. Non parlo di collegamenti neuronali che sviluppano una mente (concetto scientificamente osservabile e confutabile, almeno parzialmente), bensì di quell'enorme mistero che è alla base della vita stessa: l'anima (concetto su cui la scienza si interroga da sempre senza risposta, dato che è un qualcosa di non osservabile e non riproducibile empiricamente). E se un essere vivente nasce con una sua coscienza/anima, che succede quando, tramite l'apposito macchinario di Avatar, un'altra coscienza prende il suo posto? Si tratta di una violenza che va oltre ogni possibile limite, un concetto di una gravità sconcertante, che però il film non prende nemmeno in considerazione. Il motivo è facilmente intuibile: parliamo di rispetto della vita, rispetto dell'ambiente, blablablabla, e poi il protagonista, così nobile e altruista, non ha scrupoli quando si tratta di entrare in un altro corpo violando la coscienza dell'essere residente. Gli avatar sono pezzi di carne, marionette, robot biologici, ma questo non è scientificamente possibile: se così fosse, avrebbero dovuto essere assemblati da pezzi di carne, ma in questa maniera non sarebbero stati Na'vi ma solo loro simulacri, Frankenstein tecnologici senza le caratteristiche essenziali per la trama, una su tutte la connessione con Pandora (anche qui, vogliamo parlare della banalità e superficialità di spiegare un concetto così profondo con un "cavo" fisico che si può attaccare qua e là per il mondo?).
     Chiuso in un vicolo cieco, Cameron ha fatto la cosa giusta: non ne parla proprio, di questo problema concettuale. Lo nasconde con abile mano, perché sa che se il pubblico arriva a farsi questa domanda, e non trova risposta, si alza dal cinema e va via. "Il popolo crederà a qualunque bugia, purché sia abbastanza grossa". Andate a cercare da soli chi ha detto questa cosa, che oggi è il giorno della memoria e mi pare fuori luogo. :D
     "Avatar" non esiste, è basato sul niente assoluto. Altro che rivaleggiare con Star Wars :doh:

     Il camionista: Cameron, tuttavia, è un genio. Per essere un camionista, intendo. La natura non si rinnega: o si scopre qualcosa che ci cambia la vita, oppure si rimane ciò che si è fino alla morte. Ho sempre ritenuto Cameron un regista chiassoso e confusionario. Ci ha dato i Terminator, è vero, e per questo va lodato in eterno, ma avrei gradito molto che si fosse fermato lì. Trovo il suo Aliens il peggiore della serie (sì, il peggiore, anche peggio del 4, problemi? E, per farvi incazzare ancora di più, vi dico qual è il mio preferito: il terzo, quello di Fincher, al pari del primo. Tié!) e su Titanic nemmeno voglio commentare. Se ha un merito, il camionista, è quello di conoscere i suoi polli. Riesce a confezionare dei film che abbracciano un consenso talmente ampio di pubblico da sfondare record su record (Titanic record di incassi imbattuto fino ad oggi. Chi l'ha battuto? Avatar). Va bene il battage pubblicitario (costato 150 dei 400 milioni di budget totale), ma in fondo, non c'è battage che tenga quando un film non piace alla gente: il vox populi dilaga e un film che va bene il primo weekend già dal secondo collassa. Invece Cameron dà un po' di tutto sia allo scienziato ultraquarantenne che all'adolescente in calore: strizza l'occhio alla fantascienza ma si mantiene sul fantasy banalotto; prende input visivi un po' dappertutto: gli esoscheletri di Matrix, il Gollum e il King Kong di Jackson, qualche inquadratura di battaglie aeree alla Lucas, e chi più ne ha più ne metta; butta nel calderone la cultura degli indiani d'america (qui una recensione mirata sugli aspetti filosofici) e la leggenda di Pocahontas, ma mescola la loro spiritualità con la new age anni '60, che come ormai spero si sappia, è un discreto porcaio di roba mescolata insieme a caso. Non contento, affronta tutti questi temi, che sarebbero spiritualmente rilevanti, con l'anima del camionista. Non me ne vogliano eventuali lettori camionisti e/o loro parenti e amici: mi riferisco allo stereotipo generale, che non vede il camionista esattamente come la creatura più fine, delicata ed istruita del mondo.
     Difatti, scene che di per sé fluirebbero armoniosamente, vengono violentate da sparate all'americana come il discorso alla William Wallace, prima della battaglia finale. Non c'è niente da fare: si vede palesemente che Cameron non si sa proprio confrontare con certi argomenti, che il suo scopo è un altro, e cioè stupire, meravigliare, fare casino, con tutti i mezzi possibili, senza pietà, per forza. Ma per forza non si fa nemmeno l'aceto, e infatti il mio amico regista Misbah si è quasi addormentato durante la battaglia finale.
     Eppure, Cameron ha saputo cogliere il momento giusto. Oggigiorno l'ambientalismo sta cessando di essere una moda per diventare una necessità: si parla ogni giorno di modi per salvaguardare l'ambiente, e Avatar esce proprio in questo periodo. Fosse uscito quando Cameron ha scritto la prima bozza, 15 anni fa, nessuno l'avrebbe probabilmente cacato di striscio, perché sarebbe stato troppo precoce. Forse è stato un bene per lui che all'epoca "non ci fosse la tecnologia".

     Dubbi finali: mi chiedo se il fatto di stare 12 anni lontano dalla macchina da presa, di spendere milioni di dollari nella costruzione di qualcosa che poi risulta prettamente artificiale e fine a sé stesso, di chiudere un occhio su opere di dubbio gusto (Titanic) solo perché alla fine è andata bene e l'hanno reso ricco, di fare tutto questo per "battere Lucas" (ancora non riesco a capacitarmi dell'assurdità di questa affermazione), non tradisca un disamore per il cinema. A Cameron non interessa raccontare storie, non interessa la narrazione visiva, la coerenza o altri orpelli simili… Lui vuole "rivoluzionare il cinema" con effetti mai visti prima: si sbatte per mettere il 3D nei cinema di tutto il mondo, nonostante sia una tecnologia rozza; si sbatte per creare nuove telecamere che però solo lui e pochi altri eletti potranno utilizzare; si sbatte per fare un'enciclopedia del suo mondo immaginario per "fare meglio dell'enciclopedia di Star Wars", senza fermarsi nemmeno un secondo a considerare che "l'enciclopedia di Star Wars" non l'ha scritta Lucas: l'hanno scritta i suoi fan. La profondità e l'intelligenza di Star Wars affondano nella semplicità, in una cultura formatasi in anni di crescita, e in una ricerca personale di Lucas, che però lui non ostenta mai nei tre film che hanno reso la saga immortale. Queste sono cose che Cameron non capirà mai, così come la citazione di Welles, e pertanto, mai raggiungerà.
      Grossi dubbi anche sull'idea di Cameron di fare almeno altri due film. La storia di Avatar è chiusa: gli archi narrativi sono arrivati in fondo. Riaprirli, mantenendo gli stessi elementi, non può che voler dire fallimento, perché si perderebbe quel pur minimo coinvolgimento emotivo che deriva dall'esplorazione di Pandora e della spiritualità dei Na'vi. Il ritorno degli umani con armi più grosse significa solamente un film d'azione fine a sé stesso (non che questo sia molto di più, ma ci siamo capiti). Se proprio vuole ancora mettere mano al mondo di Pandora, Cameron dovrà spremersi parecchio il cervello per trovare qualcosa di interessante da raccontare. Ma, come avrete capito, non credo che spremersi le meningi per raccontare qualcosa sia l'intento cinematografico di Cameron.
     Ma insomma, tutto sommato, niente male per un camionista, via.    

Coniugare Scienza e Paranormale

     Dopo l'immersione totale nella spiritualità degli ultimi anni, un bagno nella Scienza Pura mi ci voleva. Sono infatti fresco da un weekend a Pavia, trascorso al "corso di indagatore del mistero" che il C.I.C.A.P. organizza ormai da otto anni.
     Partiamo dalle basi, per chi non sa nemmeno cosa sia il cicap… È l'acronimo di Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Nasce da un'idea di Piero Angela del 1979, che però riesce a realizzare solo dieci anni dopo, nel 1989, con l'aiuto di personaggi come Margherita Hack, Massimo Polidoro, Tullio Regge, Silvio Garattini e altri scienziati. Lo scopo del cicap non è quello che erroneamente si potrebbe pensare, cioè di smontare o smentire i potenziali sensitivi (chiaroveggenti, astrologi, rabdomanti e quant'altro), bensì di fornire un rigoroso, sistematico ma soprattutto più imparziale possibile controllo delle affermazioni sul paranormale (parola che oggigiorno ha una definizione molto sfuggente, tra l'altro). Non parliamo quindi di un'indagine puramente scettica ricolma di pregiudizio, di un'azione "violenta" alla Striscia la notizia, bensì dell'applicazione del Metodo Scientifico per constatare se i poteri o le capacità paranormali dichiarate da un individuo sono statisticamente significative o meno.
     Non è raro (anzi, credo che rappresentino la maggior parte dei casi del cicap) che gli stessi sensitivi contattino direttamente il cicap per farsi "testare": è infatti comunissimo che queste persone siano completamente o almeno in parte in buona fede, fatta eccezione ovviamente per i soliti delinquenti che invece sfruttano l'infinita ignoranza e voglia di credere delle persone comuni per fare soldi (e questo tipo di persone, ovviamente, dal cicap si tiene ben distante).
     Il cicap è un'associazione senza fini di lucro, e si mantiene (oltre che al supporto di personalità di spicco come quelle già citate più altre come Umberto Eco, Umberto Veronesi, Silvan, Tiziano Sclavi, Piergiorgio Odifreddi, eccetera) grazie alla pubblicazione di libri (spesso prodotti privatamente, per tagliare i costi di distribuzione, per cui li potete ordinare solo dal bookshop del Cicap o ovviamente andando alla sede di Padova), riviste ("Scienza e Paranormale", "Magia") e, ovviamente, su convegni e corsi come quello che ho fatto io.

James Randi     Non c'è da stupirsi più di tanto che gli aspiranti sensitivi si mettano volentieri in dubbio davanti al comitato scientifico del cicap: oltre appunto al coraggio e alla sicurezza provenienti dalla buona fede, si può notare, non senza una lieve dose di malignità, come il cicap sia legato a doppio filo con la fondazione dell'illusionista e "indagatore del mistero" James Randi. Randi è il promotore del premio che prende il suo cognome: da quasi trent'anni, Randi è disposto a pagare la cifra di un milione di dollari a chiunque riesca a dimostrare, sotto rigorosi controlli scientifici, di essere in grado di fare qualcosa di paranormale. In questi trent'anni, nessuno ha ancora vinto il premio, così come la percentuale di test con esito positivo condotti dal cicap è uguale a zero.

     Ma il bello del cicap, e delle persone che ci lavorano, è che non nega a prescindere che esistano fenomeni paranormali. Con il giusto rigore scientifico e lo scetticismo razionalistico, si limita a constatare i risultati dei test: nessuno, finora, è riuscito a dimostrare di avere capacità paranormali capaci di ottenere un successo statistico maggiore di quello che chiunque, facendo a caso la stessa cosa, avrebbe comunque.

Luigi Garlaschelli     Il corso è stato introdotto da Luigi Garlaschelli, un chimico che potreste aver sentito nominare, dato che è l'uomo dietro la riproduzione della Sindone e del sangue di San Gennaro (oppure magari conoscete i lavoretti "alternativi" che ha fatto sotto lo pseudonimo di Fulvio Fùlleri, il protagonista di un suo romanzo). La palla è poi passata ai due principali relatori, ovvero Andrea Ferrero e Stefano Bagnasco. Il primo è un ingegnere che si occupa di satelliti all'agenzia spaziale italiana, il secondo un fisico che si divide tra l'istituto nazionale di fisica nucleare e il CERN di Ginevra, ovviamente nel tempo libero, quando non è impegnato a inventare le sue ricette culinarie (tra l'altro, potete vederlo nella puntata di Porta a Porta di martedì 19 gennaio, dedicata all'astrologia). :asd:

 Stefano Bagnasco    Subito mi sono ritrovato a mio agio. La scienza dovrebbe essere sempre così: non il testardo quanto goffo tentativo di negare tutto ciò che non appartiene al mondo "conosciuto", ma l'intelligenza razionalistica di dire non solo che non ci sono prove scientifiche dell'esistenza di fenomeni paranormali, ma anche che la scienza è tutto sommato limitata, non solo dagli strumenti che possiede, ma anche appunto dalla razionalità che impone, anzi si basa, sul dubbio. "Se non posso testarlo, non posso dimostrare che esiste, ma nemmeno che non esiste", anche se il motto che deve regnare nella mente del ricercatore è piuttosto "correlazione non implica causalità".
      E l'ironia. Ciò che ritengo imprescindibile dalla vita stessa, e quindi da qualsiasi altra cosa, soprattutto la scienza. La prima diapositiva della presentazione powerpoint vedeva il prof. Bagnasco seduto a gambe incrociate su un letto di chiodi, con le mani nella classica posizione dello yogi e un'espressione abbastanza soddisfatta sul volto.
     Non tutti riuscivano a mascherare la propria incredulità: nella voce di Garlaschelli ho colto a volte la scocciatura di ripetere all'infinito le stesse cose, e uno scetticismo maturato dall'esperienza pluriennale; Bagnasco è quello che meno si è curato delle apparenze, e mi è risultato subito spontaneo e sincero; Ferrero è quello che, sotto questo punto di vista, mi è piaciuto di più: ha mantenuto un'equidistanza perfetta senza mai tradire un'eccessiva credulità o un eccessivo scetticismo. Ce ne fossero.

     Ben più assatanati e col dente avvelenato erano semmai i partecipanti. Atei convinti e scettici della peggior specie. Come forse saprete, le posizioni estreme non mi hanno mai convinto, né da una parte né dall'altra. Per me un credente ed un ateo sono sullo stesso piano. Nessuno dei due ha modo di provare la sua teoria, ma entrambi ci credono ciecamente, e non è possibile ragionarci. Per come la vedo io, sono entrambi manifestazioni della Fede, anche se si basano su un presupposto ("sento che esiste qualcosa") o il suo opposto ("non sento niente quindi non esiste niente"). Due facce di una stessa medaglia, insomma. A me che non sono mai stato competitivo, le medaglie non interessano granché.
     A parte questi personaggi, comunque, il gruppo mi è piaciuto parecchio. Di composizione abbastanza eterogenea, anche se ho visto poche donne (meno di una decina su circa quaranta partecipanti, di cui solo una più o meno mia coetanea), e un'età media piuttosto alta, diciamo sui 40 anni, con picchi che superavano i 60 e con me che probabilmente rappresentavo uno dei più giovani (ma la barba, il cappello e la preparazione intellettuale hanno aiutato a camuffarmi, mahahahah).
     La preparazione intellettuale, eh sì. Questo corso è stato motivo anche di un aumento notevole di autostima… Intendiamoci, non che l'ingegnere e il fisico parlassero come fossero ad una loro lezione in Università, il linguaggio è stato quasi sempre divulgativo e generalmente accessibile… Eppure, certi concetti, certi ragionamenti e certe conoscenze di base date a volte per scontate non sono stati capiti e assorbiti da tutti, come ho avuto modo di constatare parlando con gli altri partecipanti dopo il convegno. Io invece ho capito praticamente tutto, e piuttosto profondamente. E' stato importante per me capire che i miei studi privati non sono stati del tutto inutili, e che probabilmente la strada che ho scelto per il mio cammino intellettuale non è poi così malaccio.

Andrea Ferrero     È stato bellissimo anche confrontarmi con altre persone; persone dalla varietà culturale e sociale: psicologi, filosofi (uno specializzato in una cosa che non sapevo esistere: "teoria e pratica dell'argomentazione", una cosa di cui avremmo un gran bisogno tutti, nel mondo ma soprattutto in Italia), banchieri, scienziati di vario genere, un prestigiatore e mentalista e addirittura una coraggiosa pranoterapeuta entrata nella tana del drago! Persone che – ahimé – non ho la fortuna di incontrare tutti i giorni, per la vita che faccio e per il posto dove vivo. Non si trova dappertutto qualcuno con cui puoi parlare degli argomenti più disparati, dalla storia alla politica, dalla teologia ad argomenti scientifici abbastanza specifici, nel corso di una conversazione di 15 minuti, tenuta mentre si sta andando a prendere un caffé. È stata sicuramente la mancanza più significativa che ho sentito al momento di tornare a casa.

     Nonostante fossi a mio agio, ho tenuto un profilo bassissimo. Non ho parlato praticamente mai di me a nessuno, tranne quando è stato impossibile evitarlo. Soprattutto, ho evitato il discorso meditazione e magia.
     Come ho detto, è difficile discutere con un ateo e/o scettico convinto, e a me non andava di mettermi a fare l'avvocato del diavolo, litigare per difendere posizioni che non penso abbiano bisogno di essere difese, per poi scoprire che stato tutto inutile, dato che nessuno ha cambiato posizione sull'argomento, e si è ottenuto solamente il rilascio di un po' di adrenalina e la tensione di qualche nervo.
     Però, ho avuto la conferma che la scienza e ciò che va oltre essa, non sono incompatibili. Il metodo scientifico si può benissimo applicare a quello che sto imparando andando al corso di meditazione, o leggendo Moore e Crowley.

     Si rafforza in me l'idea che Scienza ed Esoterismo fossero davvero un tutt'uno, in origine, e siano stati separati nel corso dei secoli, per colpa della stupidità e l'incapacità di pochi (ma potenti).
     Sarebbe bello poter unire di nuovo le due cose, far dialogare ancora i due mondi.
     Aprire veramente le menti di tutti, e far finalmente ricongiungere lo Ying con lo Yang.

     "Aprire le menti, ma non tanto da far cadere il cervello", come recita lo slogan stampato sul sacchetto di plastica del cicap.

Buon anno!

Fonte

 

E se il concetto non fosse abbastanza chiaro, un grande classico (testo tradotto):