Che sto affà?
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Stephen King è un mio cruccio da anni.
E’ un’angoscia, un chiodo fisso: con tutta la buona volontà, non riesco a leggerlo. E’ prolisso, eccessivamente descrittivo, tende a "scriversi addosso". Ha voluto il caso che King sia anche uno dei più fantasiosi, vari e intelligenti narratori dell’ultimo secolo, e per questo motivo non mi do pace.
Per ora, son riuscito solo a gustarmi i film tratti dai suoi lavori. E se la maggior parte sono solo horror di serie B con basso badget e realizzati con i piedi (L’ombra dello scorpione, Tommy Knockers, ma anche IT, per non parlare di Cose Preziose e altri ancora), e altri sono prodotti mediocri indegni di infamia ma anche di lode (mi viene in mente Carrie, ma forse forse anche Misery), altri invece sono venuti davvero bene.
Lampante è il caso di Frank Darabont, che ha tratto due film da due racconti del "King", entrambi ambientati nel braccio della morte di un carcere americano negli anni 60-70, ovvero The Shawshank Redemption (l’immortale "Le ali della libertà", in Italia) e The Green Mile ("Il miglio verde", con Tom Hanks): due film stupendi e realizzati ad arte, tra l’altro molto fedeli ai racconti (ma lo dico per Vox Populi, dato il mio piccolo problema con la lettura di King).
Ed è anche il caso -e finalmente arriviamo al punto- di SECRET WINDOW, di David Koepp,che nonostante il breve curriculum sotto la voce "regista", altri non è se non l’artefice di sceneggiature come Jurassic Park, Carlito’s Way e SpiderMan.
Secret Window è un bel film, realizzato con professionalità, che viene elevato ad un grado superiore dall’immenso Johnny Depp, che regala un’interpretazione indimenticabile. E’ la storia di uno scrittore, afflitto dalla cornificazione della moglie (stupide donne), che ormai deambula dal tavolo che ospita il PC sul quale sta cercando inutilmente di scrivere il suo ultimo libro al divano, in una casetta abbandonatain mezzo ai boschi e alle paludi. La sua vita cambierà dal momento in cui uno strano tizio (un grandissimo John Turturro) si presenterà alla sua porta, con fare minaccioso, accusandolo di aver rubato un raccontoche aveva scritto lui anni prima per rivenderlo come suo.
La tensione sale gradualmente fino a raggiungere picchi di esasperazione, e tutto questo è condito dalle sottili atmosfere delle frasi di King, che vengono quasi sempre riportate integralmente dai registi che traggono film dai suoi racconti… Chissà perchè diavolo a me non riesce leggerlo, porca puttana.
Un altro film, di tutt’altro genere, è invece DEAD MEN DON’T WEAR PLAID, tradotto in Italia come "Il mistero dei cadaveri scomparsi".
Che dire di questo film… Il direttore è Carl Reiner, un genio scrittore, regista e attore di tantissime commedie e episodi del Dick Van Dyke Show. L’interprete invece è Steve Martin, una delle mie icone cinematografiche per quanto riguarda le commedie e in generale i film divertenti, piacevoli, con un retrogusto amarognolo, in pieno stile tragicomico.
"Il mistero dei cadaveri scomparsi" è un omaggio-parodia a tutti i film noir anni ’30-’40: c’è l’investigatore privato, disilluso e apparentemente freddo, brillante nella sua pungente intelligenza, protetto da uno strato di ironia cattiva e aggressiva. C’è la femme-fatale, c’è un caso apparentemente irrisolvibile. C’è un complotto, un innocente catturato da liberare, pistole, botte, e tante, tante,bellissime OMBRE in un bianco e nero stupendo.
Nel film Martin interagisce con tutti i maggiori protagonisti dei vecchi film, inseriti perfettamente nel contesto, con tanto di ridoppiaggio e raccordi rifatti all’uopo. C’è Vincent Price, Ava Gardner, Burt Lancaster e Ingrid Bergman, solo per dirne alcuni…Indimenticabili le gag con le "frasi famose" di Marlowe (si, proprio il personaggio letterario, che nel film è inserito come un personaggio originale, che aiuta Steve Martin), che Martin ha incorniciato e appeso un pò ovunque in casa ("Mai innamorarsi di una cliente"… Ne dicevi di stronzate, Marlowe!). Marlowe, ovviamente, è interpretato dallo stesso Humphrey Bogart, a cui Martin recrimina lo scarso uso delle cravatte.Troppo bello.
Infine, vi consiglio un libro.
Non è un libro "facile" e, soprattutto, potrebbe non piacervi, annoiarvi o addirittura disturbarvi.
Questo succede quando a scrivere sono dei creativi che hanno ben pochi precedenti.
Neil Gaiman è salito al successo grazie alle sceneggiature per comics americani, e soprattutto per il suo capolavoro, SANDMAN. Non è esattamente facile reperire i volumi di Sandman, soprattutto in Italia, ma varrebbe davvero la pena andare nel negozio di fumetti più vicino a frugare tra gli archivi. Vi posso consigliare "Favole e riflessi" e "Le terre del sogno", due volumi che raccolgono storie sfuse di Sandman, ma stanno uscendo in questo periodo delle belle ristampe numerate e (credo) cronologicamente ordinate, magari sono anche più facili da reperire.
Con American Gods Gaiman si definisce scrittore. Non è il suo primo libro, ma è, diciamo, "quello che conta".
American Gods è un libro atipico. Non va letto tutto d’un fiato. Va gustato piano piano, inframezzato con altre letture. E’ un libro che emana sensazioni, ricordi, emozioni, profumi, echi. Ci si deve lasciare permeare dalle mille e una storie contenute al suo interno, e si deve cercare di espandere quelle sensazioni passando ad altre letture, visioni e ascolti simili.
La storia principale scorre lenta, si evolve di pochissimo per volta, soffocata sotto le voci di cento altri personaggi, e cento altre storie. Di cosa parla non ve lo dico, non avrebbe senso, perchè dovete leggere American Gods per quello che è in grado di passarvi emotivamente, non per leggere l’ennesima storia, nemmeno troppo originale.
Ancora una volta, è proprio quello Stephen King che mi rimane tanto indigesto a trovare le parole giuste: "Leggere Gaiman è come entrare inuna stanza del tesoro, piena di storie meravigliose.".
E se lo dice lui…
Pubblicato il 14 novembre 2005, alle 13:05, in Cinema & TV, Libri & Fumetti, Recensioni.
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Commenti
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Guarda, ho un paio di raccolte, e riaprendole giusto ieri ho notato di avere proprio The Shawshank Redemption and Rita Hayworth, sicchè magari riprovo con quello… Ho provato a leggere IT, il Gioco di Gerald, racconti sparsi (anche The Pupil), sempre stesso risultato. Ma prima o poi ci riuscirò e mi farò tutta l’antologia di King Scritto il 15 novembre 2005, alle 19:11. |
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a me king piace. Solo che è diventato, nel corso degli anni, una specie di Grisham. Sforna libri uno dietro l’altro, spesso simili, in nome del dio denaro. Poca ricercatezza. Scritto il 16 novembre 2005, alle 9:11. |
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“Finestra Segreta…” è stato un racconto che mi ha lasciato con l’angoscia. Io ho letto abbastanza King, ma sono abbastanza d’accordo con te sul fatto che è un po’ prolisso e a volte noioso. Però ha scritto alcuni racconti che ancora oggi mi sono rimasti stampati nella memoria. Tra gli altri ti consiglio il misconosciuto “L’occhio del Male”. Non è eccessivamente lungo, ed è la cosa che più si avvicina ad avermi fatto paura scritta su un libro. P.S. Il bug di bloggers ha veramente rotto le scatole, comincia a farlo a tutti ed è abbastanza fastidioso. Speriamo lo aggiustino presto. Commento di GrisoScritto il 17 novembre 2005, alle 14:11. |
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Adoro King, ma dvo dir che tranne le ali della libertà e il miglio verde non ho mai visto un film tratto dai suoi libri che raggiungesse la suff. Scritto il 1 dicembre 2005, alle 10:12. |







A me King piace. Certo a volte risulta prolisso, verboso ed un po’ ripetitivo, ma tutti quelli che hanno provato ad imitarlo (e sono tantissimi) non ci sono riusciti fino in fondo. Ci sono certi libri di King che non riesci a smettere di leggere, che ti incollano glio occhi alle pagine e ti fanno pensare “di più… ne voglio di più…”. Secondo me i migliori sono “La zona morta” e “La metà oscura”.
Scritto il 15 novembre 2005, alle 14:11.