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Sarà un mago Saramago?

Tempo di lettura 3:46 minuti circa.

     Mi parlò di "Cecità" la prima volta Leandro, un collega del mio primo lavoro, parliamo quindi di 2001, 2002. Mi descrisse l’ambientazione a grandi linee e mi raccontò degli estratti che l’avevano particolarmente colpito. Immediatamente, colpirono anche me. Non lo lessi allora, tuttavia.
     Non lo lessi nemmeno negli anni successivi, nonostante mi imbattessi di continuo in commenti dal positivo all’entusiastico al suo riguardo. Come mai? Vattelappesca. Potrei dire, in maniera misticheggiante, che non mi sentivo pronto. Che sapevo che Saramago era un autore da leggere attentamente, da sviscerare, che richiede impegno per essere capito come si deve. L’istinto ancora una volta mi consigliò bene. Fortuna che l’ho letto adesso, e non allora.

     Penso che di "Cecità" si possa parlare pressochè all’infinito. La maggior parte delle critiche, recensioni e commenti sottolineano come Saramago indaghi sull’uomo e sull’anima. Commenti che mi stimolano una riflessione: nessuno ha mai scritto altrettanto per i grandi scrittori della Fantascienza. Eppure, un commento come quello che Carlo Bo ripete sulla copertina dell’edizione Einaudi ("un viaggio dentro l’uomo, una favola, una metafora della nostra condizione umana") è ESATTAMENTE quello che la Fantascienza si è sempre proposta di fare. Per l’appunto, se vogliamo seguire le mode moderne di etichettare meticolosamente tutto quello che riusciamo, Saramago tecnicamente rientra proprio in quel genere lì: la Fantascienza. Non neorealismo, non mainstream, Fantascienza. Con la "F" maiuscola.

     Dico sempre che la Fantascienza non è un genere, ma un’ambientazione. Una convenzione fittizia ma coerente di luoghi in cui si può costruire un qualsiasi tipo di storia, che a sua volta può essere di qualunque genere. Saramago in "Cecità" supporta la mia affermazione.
     Ho letto di recente una frase sulla differenza tra fantasy e fantascienza che al contempo definiva anche perfettamente la Fantascienza, solo che non ricordo assolutamente di chi era o dove diavolo l’ho letta. Era comunque molto simile a questa di Rod Serling: "la fantasy è l’impossibile reso probabile, la fantascienza è l’improbabile reso possibile".
     La ritengo perfetta perchè al contrario di molti altri autori e critici della fantascienza non si perde in seghe mentali sulla condizione dell’uomo, o sull’obbligo dell’ambientazione futuristica, o sulla necessità che il plot si indentifichi in un dilemma scientifico e la sua soluzione. L’improbabile che diventa possibile, e questo è quanto.
     La possibilità che la popolazione di un intero paese diventi completamente cieca nel giro di qualche giorno è una su novantasette miliardi? Ma non è impossibile, è solo molto molto improbabile. Saramago descrive questa situazione, che diventa possibile, e di fatto quindi scrive di Fantascienza.

     Poi però, si disinteressa completamente della vicenda. Non spiega da dove diavolo è saltata fuori questa specie di malattia, o come si propaga, o come si cura, se si può prevenire, eccetera. No, è solo la situazione che gli serve per mettere in funzione il meccanismo narrativo del "What if".
     Ecco quindi la trama di "Cecità": cosa faremmo se divenissimo improvvisamente tutti ciechi?

     La scrittura di Saramago è la sua solita, ovvero, immagino, quella che gli è valso il Nobel per la letteratura nel 1996: punteggiatura ridotta all’osso, in un eterno procedimento a togliere, e discorsi diretti separati solamente da una virgola.
     Questo stile che potrebbe apparentemente sembrare un flusso di coscienza è in realtà la maniera più efficace per simulare la velocità dell’elaborazione dei pensieri. Leggendo "Cecità", infatti, si ha la netta impressione non di star leggendo un libro, ma di star pensando alla vicenda noi stessi, in prima persona. E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere, è stato davvero incredibile.
     Saramago è – come ci si aspetta dal grande autore che è – pienamente cosciente di questo effetto, e lo potenzia usando un narratore esterno onnisciente che parla della vicenda in maniera eccezionalmente fredda e distaccata, usando per di più un lessico aulico e preciso, in assoluta contrapposizione a quello dei dialoghi dei suoi personaggi.

     L’effetto finale, ottenuto con queste due tecniche combinate, è quello di far vivere al lettore non un’avventura immaginaria, non un romanzo, ma una vera e propria cronaca, come se il fatto fosse realmente accaduto o, ancora di più, stesse accadendo proprio in questo momento da qualche parte nel mondo.

     Da brividi, non c’è altro da aggiungere.

     E ora aspettiamo al varco il film tratto dal libro, appena uscito da Cannes con una trafila di critiche. Si tratta di un caso simile a "Profumo", ovvero non è tanto difficile adattare la storia del libro al cinema, quanto il suo più intenso e intimo significato. E poi a me Julianne Moore fa cacare.

 

***

        Chiamatela coincidenza, ma c’è una parte in questo libro che parla esattamente di quello che dicevo nel post precedente. E posso aggiungere alla mia collezione di immedesimazioni bislacche anche quella in una vecchina dal carattere terribile che vive in poco meno di un immondezzaio, mangiando carne cruda e sguazzando nelle proprie feci. Finchè vive sola e non ha metro di paragone, tutto diventa accettabile in nome della sopravvivenza. Appena però ristabilisce un contatto umano, tutto le diventa insopportabile. Come finisce leggetevelo da voi.

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Commenti

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E Damiano cosa ne pensa? :asd:

Commento di do_urden
Scritto il 19 maggio 2008, alle 13:05.

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prima o poi lo leggerò anch’io :sisi:

Commento di Antares
Scritto il 23 maggio 2008, alle 15:08.

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