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Dannato Aronofsky

Tempo di lettura 2:15 minuti circa.

     Dannato perchè vorrei scrivere di Watchmen, del fatto che ho ricominciato a lavorare part-time e mi sembra un sogno, dell’equilibrio interiore che sto pian piano costruendomi – un delicato mattoncino alla volta -, delle mie paure, dei miei sogni, del mio lavoro vero… Poi invece vengo a vedere il tuo ultimo film, The Wrestler, e non riesco a pensare ad altro.
     L’hai fatto con Requiem for a dream, con Pi, l’hai fatto anche con The Fountain, nonostante fosse esageratamente criptico e intimamente personale, e di certo l’hai fatto con The Wrestler. Hai fatto un film meraviglioso che prende il cuore e lo affoga nella tristezza più nera.
     Ed è la tristezza più nera non perchè succedono nel film cose da film, ma perchè succedono cose vere, della vita vera.
     Il tuo sguardo è freddo e obiettivo, ed è puntato sul mondo, sulle cose, sulle persone.
     Sai bene cos’è l’essere umano, o meglio, cosa si è imposto di diventare.
     Potremmo essere tutto quello che vogliamo, tutto quello che desideriamo e invece ci riesce di essere solo quello che riusciamo ad essere. Arrancando, sudando, sanguinando. Con fatica, con la disperazione più cupa. "Viviamo come capita, in mancanza di meglio", condividerai di certo la lezione di Rorschach, Darren.
     "Siamo tutti lottatori, basta sopravvivere per esserlo" – e stavolta cito Stallone che parla di Rocky – ma non me ne voglia Stallone, il Wrestler di Aronofsky è molto distante da Rocky Balboa. La sua sofferenza non è sottolineata, ma emerge spontanea. La sua storia non è enfatizzata, è raccontata nuda e cruda, senza un milligrammo di retorica.
     Perchè non c’è nessuna retorica, nella vita. E’ così e basta. Si vive come si può, al meglio che si riesce, senza essere premiati, senza essere ricompensati, senza soddisfazione. La vita è un cazzo di casino perchè non la riterremmo vita, senza di esso. Non è Dio che ti fa licenziare, non è il Fato che ti scopa la ragazza quando non ci sei, non è il Destino che ti ruba la macchina mentre apri il garage. Siamo noi. Solo noi.
     E stasera, che avrei diversi motivi per essere nello stato d’animo più vicino alla serenità dopo diverso tempo – dannato Aronofsky  – sono di nuovo davanti allo schermo, piccolo e solo, a contabilizzarmi i problemi; a riflettere sul futuro oscuro che mi attende.
     E mi torna in mente quella poesia di Emily Dickinson che mi donò un collega ormai anni fa…

     Di asse in asse ho mosso i miei piedi: un percorso lento e circospetto,
     le stelle sopra me sentivo e il mare intorno.
     L’unica certezza che i centimetri a venire sarebbero stati gli ultimi
     – E questo mi dava quell’andatura vacillante che alcuni chiamano – Esperienza.

     Ed è davvero tutto quello che possiamo fare. Procedere di asse in asse, vacillando, consapevoli che i centimetri a venire saranno sempre meno.
     Ma procedere lottando. Senza fermarsi.

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