Archivio della categoria 'Carverate'
Punti di vista #1
È tutto esattamente come lo immaginavo. Perfetto.
La temperatura è moderata, un tepore piacevole che non disturba chi porta la giacca; poche nuvole, manciate di vapor acqueo sparse qua e là come coriandoli; e il sole, la nostra adorata stella, illumina e risplende senza accecare: la giornata perfetta. È mattina presto, ancora la rugiada non è evaporata completamente dai morbidi fili d'erba… Sarebbe quasi da togliersi le scarpe e fare la cerimonia a piedi nudi… Ma forse sarebbe inopportuno ed esagerato, accontentiamoci.
Sono venuti tutti. I miei genitori, non li avevo mai visti così composti ed eleganti. Papà non ha mai apprezzato la seriosità, credo di non averlo mai sentito parlare di qualcosa senza ironia o sarcasmo. Forse ora dovrà ritrattare la sua filosofia per cui "non esiste nulla di sacro, al mondo". Mamma piange, è sempre stata un'emotiva. Per fortuna non si è truccata pesantemente come suo solito, altrimenti a quest'ora avrebbe una faccia che nemmeno il Joker.
Ci sono Marco, Francesca, Martina e Guido, tutti insieme in disparte a cincischiare, le eterne vecchie comari; e ovviamente c'è Riccardo, figurarsi se il mio migliore amico non fosse in prima fila. Scommetto che avrà un sacco di belle parole da spendere, come suo solito; e come al solito non riuscirò a capire se le sta pronunciando per far piacere a me o per tenere sé stesso al centro dell'attenzione, e magari fare colpo su qualche bella single.
Ci sono persino delle persone che non mi sarei aspettato di vedere; gente con cui ho litigato così tante volte e così tanto tempo fa da non ricordarmi nemmeno più perché continuiamo a farlo. Com'è strana la gente, così spesso ci facciamo del male senza motivo. Eppure sono qui anche loro. Pensi di conoscere le persone, e invece… Non sai mai chi ti vuole davvero bene, fino all'ultimo. È vero anche il contrario, a quanto pare. Ad esempio mi piacerebbe sapere dove cazzo sta Emilio. Ovviamente sarà in ritardo; ma si può avere sempre la testa tra le nuvole così?
C'è davvero tanta gente, è incredibile! Ma tra tutta questa massa informe di carne e pensieri, lei brilla come un'oasi nel deserto.
Sara. I ribelli riccioli rossi tenuti indietro da un'intransigente cuffietta; quegli occhi di smeraldo, al contempo penetranti e impenetrabili. Quante volte ho tentato invano di scavarmici una via verso la tua mente, verso il tuo cuore e la tua anima. Ma non ce n'era bisogno, sei sempre stata comprensiva e accomodante, il sogno di ogni uomo. Quelle labbra meravigliose si dischiudono e poi si stringono di nuovo, in un nervosismo controllato, ma io so che al tuo interno c'è un concerto di voci, di musiche e di danze, so che stai fremendo come fremo io, e che tante volte hai fantasticato di questo momento, aggiungendo dettagli, togliendone, ridefinendo la fantasia senza sosta. Ebbene, stringi bene quel mazzo di fiori per scaricare la tensione: ci siamo; siamo qui, il giorno è arrivato. Io sarò tuo, ti apparterrò. Per tutto il tempo che vorrai.
Vorrei deglutire ma non posso. Sei bellissima. Dolorosamente bellissima nel tuo abito nero. Ma non posso dirtelo. Spero che tu lo sappia già, per conto tuo. Spero di aver detto tutto quello che dovevo dire quando potevo farlo, perché ora non mi è più concesso.
Sarò qui intorno, ancora per un po' di tempo. Spero che lo sappiate. Spero che non mi lasciate solo. Vi voglio bene.
* * *
Il prete non ha espressione. Nessuno di loro ce l'ha. Non durante i riti. Eppure, osservando i loro movimenti, si capisce che non sono che parte di un meccanismo, piccoli ingranaggi di un orologio perfetto costruito da un orologiaio che la sapeva lunga. Sono coscienti gl'ingranaggi di trovarsi all'interno di un orologio? E che qualcuno deve – necessariamente deve – averlo costruito?
Il prete sa esattamente quando muoversi; conosce l'esatto istante in cui deve compiere un gesto o dire qualcosa. In tutti gli altri momenti, tace immoto e senza espressione.
Francesca piange sulla spalla di Marco, Martina bagna quella di Guido. Ognuno ha il suo ruolo in questa grande recita, e gli uomini devono tenere su la maschera di quelli che non piangono. Le donne piangono, gli uomini sono forti. Lo spettacolo deve continuare.
Sono le otto ed Emilio si rigira nel letto. Si è scordato dell'appuntamento. Alle nove uscirà dalla fase rem, si assopirà per un attimo, si ritroverà con un alzabandiera spaventoso e si farà una sega. Poi si girerà sull'altro lato del letto, finché non sarà svegliato – alle dieci e sette minuti – dalla telefonata di Riccardo, che gli ripeterà le solite cose che gli dicono sempre tutti: "sei un idiota", "non capisci un cazzo", "ma che c'hai in quella testa di merda". Ma stavolta, se non altro, si sentirà davvero una merda. Per un bel pezzo.
Il Requiescat del prete non è male: incisivo, breve e non banale. Con la precisione che si confà solo ai migliori ingranaggi per orologi, chiede se qualcuno vuole dire qualcosa. Si fa avanti Riccardo.
Si è preparato questo discorso da anni, in tempi non sospetti. Ogni volta che lo ripeteva nella testa era tutto perfetto, ma oggi che deve dirlo a voce alta qualcosa non va. Si sta chiedendo per quale motivo sta pensando a questo discorso da anni. Si chiede se è normale, se tutto il genere umano è davvero così malato e abominevole, oppure è solo lui. Mentre cerca una risposta balbetta, e la gente crede che sia per l'emozione. Persino quando sbaglia, Riccardo fa onore al personaggio che interpreta.
Quando la piccola ruspa comincia a riversare la terra, Sara scoppia a piangere e le gambe le cedono. Qualcuno la aiuta a rialzarsi e la sostiene per il resto della cerimonia.
Il dolore è tangibile come una spessa nebbia. Qualcuno ha un'illuminazione e forse capisce perché i cimiteri sono costruiti all'aperto. Come i teatri greci.
Con precisione svizzera, il prete fa le condoglianze alla famiglia e poi se ne va. Tra mezz'ora ha un battesimo.
Senza titolo, trama né finale.
Illustrazione di Eva Danese.
Pubblicato il: febbraio 13th, 2011 under Carverate.
Commenti: nessuno
Meccanismi #2
Rosa sospirò. Maria aveva cominciato la sua orazione, e ora chi la fermava più?
– Guarda qua, per dire, no? – sbottò Maria indicando con le dita a paletta la stanza di una paziente in coma – Questa qui è arrivata stamattina, no? Che ha' visto un parente, finora? L'hai visto te? Io no. Ti beccano con un… Coso, come si chiamano que' macchinoni moderni? – Rosa rispose automaticamente, senza nemmeno pensare:
– SUV.
– I SUV, sì, quelle schifezze americane. Che poi in America c'hanno le strade e i culi larghi, icché c'entrano i SUV in Italia? Te lo dico io: s'ha il complesso d'inferiorità come nei '40, altro che cazzate. Unn'è cambiato nulla, nulla! Comunque, 'sta tizia la investono mentre attraversa la strada con le borse della spesa, va in coma… Nemmeno un cristo che è venuto a trovarla. Che ti pare a te, eh? Che ti pare?
– Che mi pare, Maria? – chiese Rosa controvoglia, sbuffando.
– Ti pare che la gente è cattiva. Cattiva nell'ossa, cattiva nell'anima. Che si meritan nulla? No, un si meritan nulla! E poi dice il Cristo "poni l'altra guancia", "non fare agli altri cosa non vorresti facessero a te"? Ma d'icché? Io a 'sta gente lo sai icché un gli farei?
– Eh…
– Eh… Li metterei loro in coma, sai icché. Un bel coma farmacologico a tempo indeterminato, che dicono i contratti per rompere le palle al telefono con le pubblicità non glie li fanno, indeterminati, no? E io li metto in coma a tempo indeterminato, sai. Belli cheti, in stato vegetale…
– Vegetativo…
– Via, Rosa, ora un fare la precisina perché tu stai studiando medicina, tu sei un'infermiera come me, ancora. In stato vegetativo, così stanno zitti. E fermi. Oppure anche fermi e basta, andrebbe bene. Gli si spezza la colonnina vertebrale a metà e poi voglio vedere icché dicano, quando son costretti a farsi pulire i' culo. Voglio vedere icché fanno, alle prime piaghe da decupito…
– Con la "b", "decubito"… – Maria ignorò la correzione. Erano entrate nella stanza della paziente in coma, e Rosa gli stava rinfrescando la fronte con una salvietta umida.
– Ma guardala…
– Comunque è possibile che sia sola, eh, non vuol dire mica per forza che nessuno sia venuta a trovarla…
– Sie, bah, ci scommetto. La gente è stronza, altroché. Invece di fare i SUV, gli americani, avessero buttato un altro po' di bombe qua e là, no? Mutua cosa, come si chiama?
– Distruzione mutua assicurata.
– Quella lì. Un po' di bombe in giro e via: addio genere umano. Tanto un siamo bòni a nulla. Icché ci si sta a fare, qui, un si sa.
Suonò il campanello. Maria guardò Rosa con l'espressione "ho sempre ragione, te l'avevo detto".
– Lo vedi? Ora dico, no? C'è il passo dall'otto alle nove? Che c'hai da fare, dall'otto alle nove?
– E noi che abbiamo da fare? O non siamo a lavoro? Lavorano anche gli altri, sai.
– E allora vieni dall'una alle due. Oppure piglia ferie, no? C'hai qualcuno all'ospedale? Piglia ferie e vai a trovarlo, no? Che mòri se pigli ferie un giorno? Che esplode l'universo se non tu lavori un giorno? Se non scassi le palle alla gente al telefono per vendergli un si sa icché?
– Maria, su, basta… Andiamo ad aprire.
– A aprire? Ma d'icché? Io lo lascio ma fòri, questo qui. Anzi, sai icché? Ora gl'apro e gli fo una parte di merda. Lo fo sentire come lo stronzo che è, no?
– Ma lascia perdere, Maria, diobono…
Maria aprì a spiraglio la porta del reparto e si ritrovò davanti un signore mingherlino con una faccia smunta e preoccupata. Si rigirava il cappello tra le mani, agitato. Diede la buonasera.
– Buonasera. – Rispose Maria – Il passo è dalle tredici alle quattordici, o dalle venti alle ventuno. Ripassi domani.
– Mi scusi tanto, sono venuto appena ho potuto, mia sorella è in coma, non potrebbe fare uno strappo alla regola?
– Appena ha potuto? Sua sorella è qui da stamattina! Ha potuto un po' poco, mi pare, no?
– Beh, sì… Cioè, no… Io vengo da Berlino, mi sono trasferito tanti anni fa. La prego, scusi, ho guidato tutto il giorno, mi faccia vedere mia sorella, per favore…
Maria si girò dubbiosa verso Rosa, e lei la ricambiò con l'espressione "ho sempre ragione, te l'avevo detto".
Senza una parola, guardando nel vuoto, Maria aprì la porta del tutto e fece passare il signore.
– Terza a destra. – Disse atona. Rosa la guardava sorridendo maliziosa.
– Che? – Chiese Maria.
– Oh, niente. "La gente è cattiva"? "La gente è stronza"? "Gli spezzo la spina dorsale a metà"? "Distruzione mutua assicurata"? – Maria sbuffò, scocciata.
– Dai, – disse – c'è da rifare i letti nella uno.
Senza titolo, trama né finale.
Illustrazione di Eva Danese.
Pubblicato il: settembre 29th, 2010 under Carverate.
Commenti: nessuno
Comunione #1
Il tagliaboschi non aveva dormito bene. Aveva fatto un sogno agitato e angosciante, che però non riusciva a ricordarsi.
Guidava assorto, perso nei suoi pensieri, ancora addormentato, mentre i suoi automatismi lo portavano a lavoro. Sfregava gli spessi calli contro la gomma del volante, un tic che aveva sviluppato anni fa, e di cui forse nemmeno era a conoscenza.
Arrivato a destinazione smise di rimuginare. Parcheggiò, spense il motore e scese. Si aggiustò le bretelle rosse, che gli si spostavano ogni volta che saliva in macchina. Avrebbe davvero dovuto perdere qualche chilo.
Raggiunse il retro del pickup e tolse l'ascia dalla sua custodia di cuoio, poi si incamminò per il sentiero.
Tastò il filo del suo strumento con il callo del pollice, più volte, sovrappensiero. Era puntuale, ma qualche suo collega era più mattiniero di lui, ed era già al lavoro: piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani, sferzare. Ripetere ad libitum finché l'albero non cade. Tanti piccoli robottini tagliaboschi, tanti piccoli omini di latta scappati dal regno di Oz. Prima o poi avrebbero finito anche loro l'olio per le giunture? Sarebbero rimasti pietrificati nel bosco, dimenticati da tutto e da tutti? No… Gli alberi si sarebbero ricordati di loro.
Scacciò questi strani pensieri dalla mente e raggiunse la sua zona di lavoro.
Guardò il primo albero della sua lista, la prima uccisione della giornata. Diede inizio al rito delle stime: sedici, diciassette metri di altezza; circonferenza di circa un metro e mezzo… Un secolo? Un secolo e mezzo, forse qualche manciata di anni in più. Avresti potuto vivere per almeno il doppio, o anche di più, si disse il tagliaboschi, eppure la tua vita finisce qui, oggi, per mano mia, l'omino di latta.
Piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani. Un ultimo tic del callo sul manico levigato dell'ascia, poi la sferzata.
Il tagliaboschi percepì la forza delle sue braccia, del bacino, delle gambe – di tutto il corpo – fluire attraverso il manico fin sulla lama. La gravità influì sull'angolazione e la verticale, la forza centripeta disegnò una curva perfetta. Non aveva speranze, la quercia: le irrevocabili leggi matematiche della natura e la volontà dell'uomo erano contro di lei.
La lama trapassò l'alburno come non esistesse. La giovane difesa superficiale spezzata con un gesto così semplice e rapido.
Toc! L'ascia si piantò nel primo strato di durame. La vibrazione risalì la lama, il manico, poi il braccio del tagliaboschi, e raggiunse la sua fronte, prima di disperdersi. Il tagliaboschi aggrottò le sopracciglia.
Puntellò il piede destro al tronco e cominciò a tirare. Dalla profondità della ferita dedusse di aver tagliato via almeno una dozzina di anni di vita dell'albero.
Sfilò via l'ascia dal tronco e si sentì come un mercenario medievale che estrae la spada dal nemico ormai morto, facendo zampillare sangue. Ringraziò di poter fare a meno del sangue.
Piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani, sferzare: via altri cinque o sei anni. L'urlo dell'albero stavolta rimase a vibrare sulla fronte del tagliaboschi più a lungo, e rimarcò la sensazione di malinconia che l'uomo aveva fin da quando era sceso dal letto.
Basta, si disse, devo cambiare lavoro. Questo è l'ultimo albero che taglio.
Lo ripeté a ogni colpo di ascia, a ogni quercia che faceva cadere, ogni giorno del resto della sua vita.
Senza titolo, trama né finale.
Illustrazione di Eva Danese.
Pubblicato il: settembre 17th, 2010 under Carverate.
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Meccanismi #1
Si stuzzicò la pellicina mangiucchiata dell'indice con il medio. La stirò ben bene, in modo che non si rialzasse, poi passò al pollice.
"Ancora quattro ore e mezza, porca puttana", pensò. Si sforzava di guardare in alto, verso il cielo terso, ma non ci riusciva. Il suo sguardo continuava a vagare qua e là, inquieto. Soprattutto, ricadeva inevitabilmente sulla grigia fila di edifici davanti a lui. "Distinti trasporti". Se lo sognava la notte, quell'edificio. La prima volta che si affacciò al balcone della ditta, nella sua prima pausa pranzo, fece l'inevitabile, meccanica risatina, come tutti gli impiegati prima di lui. "Distinti trasporti… Divertente!"; la prima volta, forse. Dalla seconda cominciava a diventare normale e non faceva più ridere; dopo tre anni e mezzo di visite quotidiane, invece, quell'insegna aveva ormai acquistato massa mentale e vagava nella sua testa come un meteorite pronto a schiantarsi da qualche parte.
"Ancora quattro ore e mezza, poi mi infilo in macchina, faccio le mie due ore di viaggio e poi vado da Ele." La pellicina del pollice non ne voleva sapere di staccarsi. Provò con l'indice.
"Cazzo, sì. Arrivo da Eleonora e le strappo i vestiti di dosso. Niente preliminari, porca puttana. Otto ore in questo cesso e due di viaggio, non mi vanno i preliminari, perdio. Distinti trasporti." Tenace pellicina bastarda, stava ancora lì. Inclinò l'indice per applicare più forza. La pellicina cedette e si strappò, arrivando alla pelle viva.
"Ahi, merda! Distinti trasporti. 'Fanculo, distinti trasporti, ora voglio una fantasia sessuale, pussa via. Niente preliminari, le strappo i vestiti di dosso e la lancio sul divano, poi mi spoglio anch'io e… 'Spe, cazzo, ma la pratica dei cinesi l'ho finita? Cazzo, non mi ricordo. Distinti trasporti." Portò il pollice alla bocca e cominciò a tranciare di netto la pellicina con i denti. I suoi occhi tornarono al cielo per un fugace istante, e in quell'istante la sua mente fu vuota e limpida.
"Comunque, mi butto su di lei e comincio a baciarle il collo. No, niente preliminari, ho detto. La scopo e via. E stavolta voglio provare anche dietro, niente scuse. Distinti trasporti. Merda, però, se non ho fatto i cinesi mi scombino tutta la giornata, cazzo, sta' a vedere che mi tocca rimanere un'altra ora. Fa niente, tanto i preliminari non li faccio. La vaselina, cazzo, mi tocca passare dalla farmacia se voglio… Vabbè, allora niente, lo facciamo come al solito. Edificio di merda, non ti sopporto più." Tagliò la pellicina, ma un pezzo rimase alzato. Ci scorse sopra l'indice, per sentire se gli dava fastidio.
"Pellicina di merda, vuoi proprio rompermi i coglioni. Finita la pausa prendo le forbicine. No, forse i cinesi li ho fatti prima di pranzo. Ora che ci penso, merda… Altro che vaselina, l'ultima volta Eleonora era piuttosto agitata, sta' a vedere che c'ha il ciclo, merda. Distinti trasporti. Quasi quasi è meglio se rimango a fare gli straordinari. Mi sa che i cinesi li volevo fare stamani ma poi è arrivato il frocio di Carlo con quel cazzo di problema al file system. Non sono il tecnico informatico della ditta, chiamasse l'Omega se scarica i malware porno e gli si incasina il pc, cazzo. Così imparo a mettere certe cose sul curriculum. Distinti trasporti. Vabbè, un pompino però ci potrebbe stare… Eh, ma se ha le sue cose non c'avrà voglia." Lasciò perdere il pollice e cominciò l'ispezione di pellicine dell'altra mano.
"Che poi secondo me lo fa apposta, di incasinarsi il computer. Mi lancia delle occhiate che non mi piacciono per un cazzo. Sta' a vedere che è frocio davvero. E se non ha voglia cazzi suoi, un pompino me lo fa lo stesso. Un uomo ha i suoi bisogni, e che cazzo. È una vita che non lo facciamo, non mi ricordo nemmeno l'ultima volta. Quella stronza. Me l'avevano detto di lasciarla perdere, che era un po' suora… Distinti trasporti. 'Fanculo, se non vuole fare nulla nemmeno oggi prendo e me ne vado. Le sbatto la porta in faccia, porca puttana, ecco che faccio. E vediamo se la capisce. E se va avanti così per molto la lascio, che tanto se non sbaglio l'ha detto lei che 'siamo in prova', no? No, forse l'ho detto io. Sì, i cinesi li ho fatti stamani, dopo aver sistemato Carlo. Oddio, 'sistemato' sembra che glie l'abbia… Brrr, che schifo, se solo ci penso…" L'altra mano era a posto. Incrociò di nuovo lo sguardo con il cielo, e per un attimo esso ricambiò. Ebbe un brivido che salì dall'osso sacro alla fronte, e in quell'attimo si sentì quieto, in pace. Non si accorse di quella sensazione, o se lo fece la ignorò. Poi riabbassò lo sguardo.
"Se stasera non me lo lecca la lascio, la stronza dell'Ele. Distinti trasporti."
"Oh, Marco!" La voce veniva dall'interno, e spezzò i suoi pensieri. Si voltò di scatto, con la bocca aperta, senza rispondere.
"Cazzo fai? La pausa è finita da un po'. Dai che c'hai da sistemare la pratica dei cinesi, è urgente!"
Senza titolo, trama né finale.
Pubblicato il: agosto 31st, 2010 under Carverate.
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