Leggi un post a caso

Commenti recenti

RSS Tumblr

Links:


All in all, is all we all are.


(accetto amicizie solo da chi conosco!)

Stats


hit counter

Page Rank

Feeds


Feedburner
Aggiungi a Google
Aggiungi ai Preferiti di Technorati
Feed della mia libreria su Anobii
Faccialibro

Archivio

Categorie

Featuring...

>Tutti i tags<

Archivio della categoria 'Recensioni'

Un, due, tre stella – il debutto

Leggi questo articolo per vedere i trailer della trasmissione e un riassunto degli ultimi 9 anni artistici di Sabina Guzzanti. Leggi quest'altro per vedere la notizia nella sua linea temporale originale.

Un, due, tre stella va in onda ogni mercoledì alle 21:10 su La7, e in diretta streaming su la7tv e youtube!

 

Cosa si fa dopo una guerra mondiale? Si ricostruisce.
Cosa si fa dopo un terremoto? Si ricostruisce (più o meno…).
Cosa si fa dopo quasi un ventennio di censura tv pseudo-legalizzata? Si ricostruisce, è logico.

E anche se i risultati non sono perfetti, anche se tutto non viene tirato su esattamente come si vorrebbe o come si dovrebbe, ce lo facciamo bastare, perché dopo la distruzione, l'ecatombe e la disperazione, ogni minimo gesto di speranza e volontà umana deve essere gratificato, oltre a essere gratificante.
Ci si stringe tutti vicino vicino, mano nella mano, intorno all'ultimo guizzo di tepore di una pallida candela senza più cera. In attesa di un cazzo di lampadario.

Sabina GuzzantiÈ la sintesi migliore che riesco a dare del nuovo programma di Sabina Guzzanti – Un, due, tre, stella – che ha debuttato ieri in prima serata su La7 (ovviamente. Una cosa per volta. Prima ci riappropriamo di un canale, poi più avanti magari anche della tv che sarebbe nostra di diritto, cioè quella pubblica). Insomma: si apprezza veramente tanto lo sforzo (ma veramente tanto, davvero, sono quasi commosso mentre lo scrivo), ma non si riesce a mettere a tacere il piccolo critico interno.
Sabina è stata lontana dalla tv per nove anni, e forse anche questo ha inciso un pochino sull'equilibrio deambulante del programma. Che però è assolutamente sperimentale e nuovo, e quindi giustifica qualche puntata di assestamento. Non saprei dire con precisione se c'è già stato qualcosa di simile in passato… Non mi pare, ma le tenebre della tv modello Berlusconi hanno ormai rosicato quasi tutta la luce della mia memoria, quindi non so. Posso dire senza paura di smentita che Un, due, tre stella è il programma più originale degli ultimi cinque anni (da Decameron di Daniele Luttazzi, nel 2007, sempre su La7). "Originale" fa sempre rima con "geniale"? Magari.

Sabina Guzzanti +10 punti
Sempre più bella e sempre più brava, muta e si migliora costantemente. È chiaro che la maggior parte delle persone che aspettavano questo programma, aspettavano per lo più lei, e lei sta lì.
Attenzione, però, perché chi non ha seguito bene il suo percorso professionale potrebbe rimanere deluso. Non è più "solo" l'imitatrice di Moana Pozzi di "Avanzi"… Sabina ha sperimentato con successo le tecniche di giornalismo cinematografico alla Michael Moore nei suoi film "Viva Zapatero!" e "Draquila", ha fatto un film molto bello e tecnicamente interessante come "Le ragioni dell'aragosta" (di cui parlai all'epoca sul mio blog, CS ancora non c'era) e in generale è diventata praticamente un'attivista e una ribelle, cosa di cui ha più volte pagato lo scotto.
Inutile quindi aspettarsi da lei uno show esclusivamente comico-satirico.

Gag +3 punti
E infatti le gag sono forse le cose che convincono meno. Si parte con Monti, si prosegue con l'Annunziata e con la Colombelli. Sì, si ride, ma con i denti stretti, e c'è da rivedere un po' la scaletta, perché a volte certe gag sono pigiate a forza in momenti sbagliati della trasmissione (palese l'esempio della "candidata di centro-destra" in mezzo all'intervista con Fassina; semplicemente sbagliato).
Funzionano meglio altre cose, come "La banca della magliana" o il cartone animato della Tiwi.

Talk show N.C.
È difficile inquadrare Un, due, tre stella… Ci sono troppe poche gag per essere un programma di intrattenimento e basta. Sembra anzi piuttosto costruito sull'archetipo del talk show… Però è un talk show strano, prima di tutto perché c'è poco contraddittorio (calmi, ne parliamo tra poco), secondariamente perché nonostante l'importanza data alla cosa, scenografia e regia sembrano quasi voler "nascondere" gli ospiti, non sono riuscito a capire se di proposito o per disorganizzazione.
Il contraddittorio è qualcosa che ha sempre infastidito Berlusconi, e infatti da quando è andato al governo per la prima volta è sempre stata una delle sue battaglie private più importanti: impedire che gli altri potessero contraddirlo. Una delle prime leggi al riguardo fu la famosa par codicio, che in teoria doveva riguardare solo il periodo elettorale ma che, come una malattia, nel corso del tempo è diventata una "norma" accettata e condivisa, tant'è che oggi non siamo più abituati a vedere un programma in cui un tizio esprime un concetto senza che ci sia un altro tizio che lo contesta.
La sensazione è strana e diversa, ci si deve abituare. Il talk show di Sabina è quasi tutto improntato così. Ospiti della prima puntata un giurista (Ugo Mattei), un economista (Andrea Fumagalli) e un giornalista (Giulietto Chiesa) che sono sostanzialmente tutti d'accordo tra di loro.
Passato l'impatto iniziale, devo dire che è una cosa fresca… Riporta quasi alla memoria vecchie trasmissioni degli anni in cui in televisione c'era più libertà. Bisogna riabituarci a questa sensazione.
Detto questo, l'intento dichiarato era fare "un programma di satira e approfondimento insieme" e ancora "l'impressione recente è che in TV si parli tanto ma non si capiscano mai bene le cose. [...] Noi vogliamo fare domande vere e pretendere una risposta vera e chiara".
Ci sono riusciti? Mah, sicuramente non del tutto: purtroppo l'idea di fondo alla "mi manda raitre" è forse semplicistica… È difficile che certi argomenti si possano semplificare oltre un certo punto. Il risultato della trasmissione, sinceramente, mi è sembrato spesso confuso e mi ha lasciato perplesso.

Ospiti politici -10 punti
La politica si rimangia tutti i punti regalati in partenza da Sabina. Diciamolo chiaramente: non ne possiamo più. Non è possibile discutere con i politici, questo è un dato di fatto. La politica oggi è un mostro aberrante e deforme che segue (il)logiche e dinamiche sue, lontane parsec dalle necessità della popolazione non politica.
Sabina era stata "aiutata" dai politici stessi – che non volevano venire in trasmissione – ma alla fine è riuscita ad avere Fassina (PD). Non si è nemmeno comportato male, ma la sua sola presenza ha calato una patina di tristezza e noia sull'intera trasmissione. Davvero una brutta parentesi, spero di non vedere altri politici nelle prossime puntate.

Conduzione -3 punti
Sabina presentatrice funziona a tratti. Troppe incertezze e tempi morti, il pubblico moderno è spietato e pretende la perfezione, abituato a un ritmo serrato che tuttavia spesso nemmeno riesce a seguire. Va bene la ribellione, ma bisogna anche sapersi esprimere in base ai tempi in cui ci si espone e con il linguaggio comunemente accettato. Niente che Sabina non possa imparare mentre lo show procede, comunque.
L'idea del "conduttore automatico" poteva essere simpatica due o tre volte, ma stufa subito, anche perché riporta alla memoria il triste "comitato" de "I fatti vostri". Una cosa da limitare se non rimuovere del tutto.

Regia +3 punti
Sono stato largo, perché per essere completamente sinceri, c'è qualcosa che non va nella regia di Michele Mally ("L'infedele"), soprattutto nel suo dialogo con la scenografia. Dicevo prima dell'importanza della componente talk show… Eppure quando sono inquadrati, gli ospiti sono illuminati male, rimangono in ombra, relegati in un angolo dello studio con un fastidioso albero a fargli da quinta troppo ingombrante. Quando arriva Fassina, il controcampo degli altri ospiti non può essere ripreso dalla posizione in cui si trovano, per cui sono costretti ad alzarsi in piedi, spostarsi alla luce e… Rimanere appesi lì, perché non è prevista una scenografia per farli accomodare. Insomma, una roba un po' amatoriale, per non dire da dilettanti. C'è molto da lavorare, anche se in quasi tutti gli altri casi c'è fantasia e abilità.

Michael Moore +3 punti
So che a molti ha ormai rotto le palle, ma il furbissimo regista di "Bowling a Colombine", "Fahrenheit 9/11", "Sicko" e dell'ultimo "Capitalism" è una delle voci più interessanti del panorama controculturale moderno. Ogni tanto fa bene sentire cosa sta facendo.
Sabina lo ha conosciuto durante le riprese del suo "Viva Zapatero!" e sfrutta l'amicizia con successo e utilità.

Nuovi volti +3 punti
Sabina porta in tv giovani autori che ha conosciuto durante la sua occupazione del teatro romano da cui trasmette. Due comici sotto i 30 (Saverio Raimondo ed Edoardo Ferrario) che non sarebbero nemmeno male, ma a cui credo manchi l'"X-factor". La sensazione che lasciano è proprio quella di trovarsi alla "Corrida" o allo "Zelig". Però se nessuno desse loro possibilità sarebbe peggio, quindi tre punti per l'iniziativa.

Stacchetti hip hop -5 punti
Non ci siamo proprio. Brutti, brutti, brutti, ridicoli. Se proprio ci devi mettere qualche pseudo artista sconosciuto, scegline di migliori, c'è l'imbarazzo della scelta. Personalmente preferirei una scelta simile a quella di Serena Dandini (a "Parla con me" prima e "The show must go off" poi), ma se non te lo puoi permettere almeno evita gli sfigati alla Trucebaldazzi. Veramente una tristezza immensa.

Caterina Guzzanti +10 punti
La più piccola della famiglia si è costruita una solida carriera di comica ma anche di attrice ("Boris"), ed è ormai una certezza di cui si sono accorti entrambi i suoi fratelli, che infatti se la contendono continuamente (Corrado se l'è portata dietro nel suo ultimo spettacolo teatrale, di cui abbiamo anche parlato).
Semplicemente bravissima.

Nino Frassica +5 punti
Avevo un po' di pregiudizi su questo comico che non ho mai apprezzato granché, e sono felice di potermeli rimangiare. Frassica porta al programma due personaggi strampalati dotati di un umorismo semplice, ma in realtà anche molto attuale, dato che ricalca il surrealismo tanto amato ne "I Griffin". Mi ha fatto venire voglia di andare a ricercare cosa faceva Frassica venti anni fa per vedere se era un genio incompreso da riscoprire.

Sabina Guzzanti prepara Mario MontiVerdetto finale: 19 punti.
Ma non vi dirò su che scala.
Non lo farò perché non si può giudicare un programma del genere con la matematica, che vi piaccia o meno.
Un, due, tre, stella ha battuto la champion's league con il 5% di ascolti, più del doppio del nuovo programma della Dandini, che è un buon valore rispetto alla media di La7, che sta intorno al 3%, ma non arriva nemmeno vicino all'8% di debutto del Decameron di Luttazzi (che aumentò nelle successive puntate).
Su internet vedo che la reazione generica è di smarrimento e confusione. C'è chi l'ha denigrato (come Aldo Grasso) su basi quasi esclusivamente tecniche (e un po' umorali), e chi invece si è espresso in spudorati commenti estatici che trovo poco veri e soprattutto poco utili.
Temo che ognuno di voi debba valutare con mano, perché potenzialmente questo programma potrebbe diventare una bomba o anche un pessimo flop. Ma potrebbe persino rimanere un programma "meh", senza grossi picchi né in alto né in basso. Vedremo cosa saranno in grado di fare, seguendo con grande interesse.
Senza dubbio è qualcosa di nuovo e azzardato, il primo mattone posato sulle rovine di una città distrutta. Per posare quel mattone serve sempre molto coraggio, forza di volontà e capacità di vincere l'imbarazzo di rompere il ghiaccio. Quando poi tutti cominceranno a mettere il proprio mattone diventerà la normalità e nessuno si ricorderà più della forza di Sabina Guzzanti.
Ma intanto questo mattone l'ha posato.

Sito ufficiale su LA7
L'intera prima puntata online, su LA7tv
Pagina Facebook del programma e di Sabina Guzzanti.

Il cuore della fantascienza pulsa ancora

     La fantascienza è in verità il genere letterario più filosofico che ci è rimasto. I testi filosofici veri sono diventati ormai aramaico per l'uomo moderno, che continua a interpretarli come cazzo gli pare a seconda dell'umore, del clima ma soprattutto dei propri interessi.
     Invece, con la scusa che sono sogni a occhi aperti e fantasie, le storie di fantascienza possono spingere la mente in territori che non è più stata capace di esplorare da molto, molto tempo. È quasi una bestemmia, ma in questi nostri tempi oscuri, le buone storie di fantascienza sono ciò che si avvicina di più agli antichi koan zen, storie-indovinelli-insegnamenti che i Maestri sottoponevano agli allievi proprio per mettere alle strette le inclementi tenaglie della mente.

     Ma le storie di fantascienza buone non sono ahimé molte. E al cinema ne passano ancora meno. L'ultimo vero capolavoro che ricordo è District 9 di Neill Blomkamp, e stiamo parlando di tre anni fa. Per trovare qualcosa tocca rimestare persino nelle produzioni non proprio allo stato dell'arte come Il Mondo dei replicanti (con Bruce Willis), considerato pressoché dall'unanimità un film di merda, ma in cui io però ho trovato delle ottime idee fantascientifiche.
     Il resto purtroppo sono brutti adattamenti dalle storie di Philip Dick in cui Nicholas Cage esibisce pessimi parrucchini e prestazioni attoriali.

     E poi c'è Andrew Niccol. Regista e sceneggiatore di Gattaca, S1mon3 e Lord of War, sceneggiatore di The Truman Show. Uno che si potrebbe definire all'antica: fa un film ogni 4, 5, 6 anni, però ne cura personalmente ogni fase, minimo come supervisore. E gli piace la fantascienza vecchia maniera – sia Asimov che Dick – appunto quella "filosofica" che mette l'essere umano in situazioni estreme per scavarne l'animo e vedere fin dove potrebbe (può?) arrivare.

     Se però considero Gattaca un vero e proprio capolavoro, devo dire che questo suo nuovo film, In Time, mi ha lasciato un pochino il fondo della bocca asciutta… Troppo incentrato sull'azione e sul remake di Bonnie e Clyde. Si vede palesemente, già dalla sceneggiatura, dove Niccol si è perso via e si è dimenticato di tratteggiare meglio un personaggio qua, una situazione là e boom, boom, boom, il film è già finito. Peccato perché vi giuro che appena finita la scena del prologo, circa venti minuti, stavo per strapparmi le vesti e urlare piangendo di gioia dentro la sala.

     E la cosa che mi rode ancora di più è che è un'idea superfiga per una serie tv. Ci sarebbe un universo intero di possibilità da esplorare con trame, personaggi e situazioni. E poi dài, una produzione in cui nessuno può dimostrare più di venticinque anni, e che quindi ti costringe a prendere tutti attori giovani e belli! Ma è un'idea troppo buona, non venderebbe mai, quindi non la faranno. Peccato perché mi sarebbe piaciuto scrivere qualche puntata, avrei già le idee per i soggetti.

     La prossima volta, Andrew, la prossima volta.

La traccia di Benni

Ennesimo plagio del revisore di Camminando Scalzi. Sì lo so, vi dò solo roba di seconda mano, ma letti qui sono più belli. :V

 - Lo so Roby, vuoi vivere maledetto fino in fondo. Solo così si accorgono di te. Ma la gente non ama stare vicino a chi soffre troppo. Resterai solo.
- Ma è la dannazione di chi è diverso, di chi non vuole essere come tutti, è il genio…
- Pensaci bene, Robi, Van Gogh avrebbe scambiato un suo quadro con un giorno di gioia?
- Non capisco…
[…]
- Se un giorno uscirai di qui, vai da Van Gogh e digli: eccoti i soldi per una scatola di colori e una bottiglia di buon vino, sii felice oggi, non dipingere i Girasoli, i mercanti avranno un argomento in meno, nel museo ci sarà un vuoto nella parete e i miliardari non faranno l’asta per aggiudicarselo. Ma esisterà quel giorno di felicità, il vino e i colori. Il giorno splendido in cui il capolavoro non fu dipinto e il pittore fu felice.

La traccia dell'angelo     È l'unica cosa che sono riuscito a salvare dal libro.
     Su anobii tutti si chiedono cosa stia succedendo a Stefano Benni.
Interrotta la storica collaborazione con Feltrinelli (temporaneamente, pare), Benni passa da Milano a Palermo e contemporaneamente dalle stelle alle stalle. Sì, esatto.
     Undici euro per un libretto di cento pagine in corpo sedici, e sono soldi che qualsiasi fan del Lupo avrebbe sborsato volentieri… Se fossero state pagine contenenti qualcosa.
     Invece Benni sembra affondare inesorabilmente in quella deriva artistoide-metasatirica-melatonostalgica che si era già annusata nell'ultimo paio di romanzi, incapace di risalire a galla con idee nuove.
     Ne "La traccia dell'angelo" tutte le armi di Benni gli si ritorcono contro; ciò che era il suo cavallo di battaglia – la prosa "di pancia", sgrammaticata e poetica – si imbizzarrisce e lo disarciona; i suoi assi nella manica – la quantità smodata di personaggi squinternati – diventano due di picche; la sua originalità stilistica – un amore indiscusso per la fabula con una certa sufficienza verso l'intreccio – si trasforma in un impacciato scimmiottamento auto-referenziale; la sintesi si disperde e muta in incompletezza.
     Voleva dire troppo, Benni? O forse non ha davvero più nulla da dire? Quando un autore è costretto a raccogliere con la punta delle unghie stralci autobiografici dal fondo del barile della sua creatività, è buono o cattivo segno?
     C'è di tutto e di più, in questo costoso libretto: sofferenza, malattia, morte, angeli, demoni, dottori, complotti, satira… Eppure niente di tutto questo, perché i personaggi e i concetti vengono derubati del tempo necessario a dispiegarsi. È un continuo rimandare il punto del discorso, finché non si arriva alla fine, in poche ore di lettura, e ci si accorge che non c'è nessun punto, forse anche nessun discorso, e che il racconto non ci ha lasciato nulla, nonostante il solito finale Benniano dolce-amaro, che però stavolta è forzato e vuoto: si percepisce chiaramente la commozione dell'autore, ma è un'emozione che rimane sulla carta – parola morta – senza raggiungere il lettore. Come ha intelligentemente commentato un lettore su anobii: sembrano appunti per un romanzo, non un romanzo vero e proprio.
     Negli anni sono stato mio malgrado costretto a rivedere e rivalutare tanti miei punti di riferimento. Con la morte nel cuore devo necessariamente consigliare di lasciare "La traccia dell'angelo" di Stefano Benni sulla mensola della libreria, o al massimo di andare alla FNAC e leggerlo nell'area relax.
     Come questo libro, anche questa recensione è breve e incompl

Eastwood racconta Hoover

Articolo rubbbato da Camminando Scalzi

     J. Edgar HooverJ. Edgar Hoover ha avuto un ruolo talmente primario nella nascita di quella che oggi chiamiamo FBI (Federal Bureau of Investigation, ovvero la polizia federale degli Stati Uniti d'America), che comunemente si dice ne sia stato il fondatore. Ma soprattutto è conosciuto come l'uomo che ha tenuto per le palle l'America per più di quarant'anni, utilizzando informazioni estremamente confidenziali per manipolare a suo vantaggio – o a vantaggio di ciò che egli credeva di dover difendere (la sicurezza dei cittadini) – i personaggi più potenti del suo tempo, da Roosevelt ai Kennedy fino a Nixon.

     Il nuovo film di Clint Eastwood è un biopic su questo personaggio, interpretato da Leonardo Di Caprio, e si intitola semplicemente "J. Edgar".
Ad affiancare Di Caprio un cast veramente soddisfacente, a partire da Naomi Watts – che purtroppo non abbiamo avuto il piacere di vedere molto sul grande schermo, nell'ultimo paio d'anni – per passare ad Armie Hammer, "i gemelli" di The Social Network, nuova scoperta di Fincher che per Eastwood ha fatto veramente un lavoro notevole. La direzione degli attori è uno dei tanti fiori all'occhiello di nonno Eastwood, e quindi anche l'ultima delle comparse appare come il migliore degli attori, ma oltre allo stupendo trio di cui sopra, che funziona come il più perfetto dei meccanismi, non si può non citare l'immensa Judi Dench, nella parte della madre di Hoover.

Eastwood dirige Di Caprio     J. Edgar è il biopic perfetto. Se mai voleste fare una biografia di qualcuno, con qualsiasi media, andate al cinema con un bloc notes e una penna, perché la sceneggiatura è dell'astro nascente Dustin Lance Black, premio Oscar 2009 per la miglior sceneggiatura originale con "Milk". La struttura narrativa è esattamente quella che deve essere: Black ed Eastwood ci raccontano la storia del personaggio fin dall'inizio della sua carriera, mostrandoci la nascita di quello che io paragono a un Batman della vita reale… Un uomo ciecamente ligio a ferrei principi morali, estremamente pignolo e rigido, determinato oltre ogni limite a ottenere il suo scopo. E contemporaneamente, mosso probabilmente da un qualche tipo di squilibrio mentale. La differenza che passa tra Batman e Joker è lo schieramento. Direi che è stato un enorme bene che un uomo come J. Edgar Hoover avesse come scopo la protezione dei cittadini e il superamento in mezzi, abilità e astuzia dei criminali.

Hoover e Tolson      Sceneggiatore e regista ci raccontano tutto questo addentrandosi senza paura nei risvolti psicologici più profondi del personaggio, non solo snocciolandoci la pur interessante cronologia dei fatti. Il rapporto morboso con la madre, l'insicurezza con le donne, il rapporto con il potere e chi lo esercitava, l'omosessualità latente… Forse su questo punto abbiamo gli unici eccessi di una scrittura altrimenti perfettamente distribuita. Mentre non abbiamo dati obiettivi sulle preferenze sessuali di Hoover, Black romanza invece un battibecco tra checche (passatemi il termine, credo che renda l'idea) che sinceramente ho trovato un po' stonato nel complesso del film. Validissimo e plausibilissimo invece come tratta il resto del rapporto tra Hoover e Clyde Tolson, un'amicizia solenne e fraterna, che sfocia tranquillamente ma non ambiguamente nell'amore reciproco.

     Non c'è nulla di particolare da segnalare riguardo al resto… Parliamo di Clint Eastwood, ogni reparto raggiunge standard altissimi: il makeup degli artisti invecchiati è stupefacente; la ricreazione scenografica e stilistica del periodo storico è ottima; la colonna sonora assolutamente non invasiva, anzi forse anche troppo; il montaggio brillante, con delle idee davvero geniali sui raccordi ai flashback. Come sempre, Eastwood dirige la sua troupe riuscendo a permeare ogni singolo fotogramma e al contempo facendo dimenticare allo spettatore che sta vedendo un film. Pura maestria, insomma.

     Hoover e DiCaprioIl film rimane comunque un biopic, con tutto ciò che ne consegue: per quanto ben scritto, potreste trovare parti più noiose di altre, ad esempio, e la lunghezza non aiuta (137 minuti). Se insomma non siete minimamente interessati al personaggi di Hoover e/o al periodo storico, potreste considerare di aspettarlo in dvd o sul satellite. Certo che non se non si finanziano i film belli…

     Per quelli che al contrario, come me, sono innamorati degli anni '30 – '40 e da personaggi come J. Edgar Hoover, vi consiglio una playlist per approfondire lo zeitgeist di quel periodo. Da vedere in quest'ordine:

- "Nemico Pubblico", di Michael Mann, 2009. Con Johnny Depp nella parte di John Dillinger.

- "J. Edgar", di Clint Eastwood, 2011. DiCaprio nella parte di J. Edgar Hoover.

- "Tutti gli uomini del presidente", di Alan Pakula, 1976. Sullo scandalo Watergate, con Robert Redford e Dustin Hoffman.

- "Frost/Nixon", di Ron Howard, 2008. La storia della famosa intervista rivelatoria a Richard Nixon (Frank Langella).

Leary, il sacerdote delle acque amare

Il Gran Sacerdote     È estremamente difficile, per me, parlare di questo libro ora.
     L'avessi letto due o tre anni fa, sarebbe stato semplicissimo: a quest'ora starei saltando di gioia con le lacrime agli occhi, digitando frasi come "questo libro è stata una rivelazione" "il futuro è questo" "l'umanità non è perduta" "l'ultima speranza per l'essere umano" "Timothy Leary è un genio e l'LSD è la Via". Tutte cose che la gioventù hippie ha ampiamente già fatto, insomma. E vi ricordo che io odio gli hippie e quella generazione che ritengo così vuota e ipocrita. Però, dopo aver letto Il Gran Sacerdote, alcune reazioni adesso le capisco. A maggior ragione, dopo due anni di meditazione riesco anche a immaginare cosa può provare una persona "normale" quando prende l'LSD. E la non sopportazione per i figli dei fiori (di cui abbiamo una diapositiva) scema un pochino.

Valore letterario

     Come giudicare questo libro? È troppo denso (quasi 400 pagine, con "doppio testo", dato che affiancata al testo principale è presente una seconda colonnina con articoli, ritagli, citazioni varie che integrano il testo in maniera estremamente confondente), troppo stratificato; parla di tutto e di più, affrontando spesso argomenti complessi con superficialità, e argomenti superficiali con complessità. Tocca necessariamente scindere il giudizio in più parti.
     Che dire quindi del suo valore puramente tecnico-letterario? È un'opera che si allinea palesemente con altri capolavori del flusso di coscienza, ma non tanto dalle parti di Joyce quanto piuttosto dei grandi "scrittori-poeti-visionari-profeti" moderni come Allen Ginsberg o (soprattutto) William S. Burroghs (il cui cut-up è molto presente all'interno del libro, infatti). E oltre a questi, nel resoconto di Leary figurano altri nomi altisonanti come Ralph Metzner, Richard Alpert, Aldous Huxley (il cui le porte della percezione è il gemello sotto mescalina de Il gran sacerdote).
     I paroloni sono mescolati in un'estasi artistico-mistica con tecniche poetiche, citazioni letterarie, articoli di giornale, koan zen, sentenze dell'I-Ching. Nel calderone Leary getta autobiografia, nonsense, parabole sacre, metafore più o meno azzardate e quant'altro, cercando di ammantare il tutto con uno stile sublime, superiore, estatico, ma che rivela continuamente la sua natura posticcia. Leary è abile con le parole, ma è anche ostentatamente prolisso. Giammai taglia una parola, quando piuttosto potrebbe aggiungerne una. Il suo intento non è la sintesi ma l'incanto, l'ipnotismo. Diversi approcci per lo stesso scopo, ovvero la comunicazione, ma se un fattone anni '60/'70 non avrà problemi a sostenere la sua densa scrittura allucinata, un sobrio ricercatore dell'Essere potrebbe rompersi anche un po' le palle – quantomeno a tratti -.
     E cosa ha da comunicare Leary con 'sì tenace passione?

La controcultura

Timothy Leary     "Pensa da solo e metti in dubbio l'autorità". E basterebbe questa frase per proclamare Il Gran Sacerdote il testo di riferimento per tutti i movimenti controculturali mai esistiti e che mai esisteranno. E infatti c'è chi l'ha fatto. Difficile dargli torto. Chiunque creda che l'attuale società umana abbia qualche problemino di ordine apocalittico, non può esimersi dall'acculturarsi con il Leary-pensiero.
     Per quanto ignorante e disadatta, la rivoluzione hippie ha le sue radici in una sensazione di disagio che nasce soprattutto dal distacco dell'uomo con la sua vera, segreta natura; distacco che lo porta all'esaltazione dell'ego e a tutto ciò che ne consegue: società dei consumi, avvilimento dei principi morali, guerre, morte e distruzione.
     Il Love Power è tanto sincero quanto ingenuo: si percepisce forse il bisogno di un cambiamento sociale radicale, ma non si ha la più pallida idea di come causarlo né tantomeno gestirlo, per cui la soluzione diventa rapidamente trombare nei giardini pubblici e scambiare soldi con perline colorate.
     Leary, in questo contesto, è il Re orbo in un paese di ciechi. Medico psicologo, come Jung male si adatta alla rigidità dei metodi accademici. Percepisce che c'è qualcosa che va oltre la razionalità e l'intelletto, ma non riesce a metterla a fuoco. La risposta gli arriva di continuo a un palmo di distanza per poi sgusciargli via dalle mani. È profeta senza Dio, Cassandra priva di chiaroveggenza.
     Poi scopre i funghi allucinogeni.

Le droghe

     Fin da quando sono nato, i conti non mi sono mai tornati. A scuola mi spiegavano la logica aristotelica, ma poi inevitabilmente quasi mai la trovavo applicata alle meccaniche della vita quotidiana. Le mie domande mettevano spesso in crisi genitori e insegnanti. Le cose che piacevano ai miei amici nel migliore dei casi mi annoiavano, nel peggiore mi disgustavano. Provavo sensazione interne che non riuscivo a descrivere agli altri, un po' per mancanza fisica di parole adatte, un po' per incomprensione dell'interlocutore. È davvero comico lo sforzo con cui l'uomo oggigiorno cerca di ricondurre tutto alla scienza, alla razionalità. Come nega l'evidenza ricorrendo a immaginari sintomi di malattie e disfunzioni corporali inesistenti. Ma un bambino può controbattere fino a un certo punto la verità inoppugnabile che esce dalle labbra di un adulto. Le sue percezioni interne, che sarebbero ancora pure e oggettivamente reali, vengono relegate a un angolo buio dell'oblìo e piegate dalle costrizioni di quella che diventerà la sua prigione mentale per tutto il resto della sua vita.
     Un disadattato è qualcuno che rifiuta questa imposizione, e ne paga a caro prezzo le conseguenze, quasi sempre fino alla morte. Io sono stato salvato da questo destino due anni fa.
     C'è un anelito in ogni persona, una vocina fiebile e lontana, che urla disperata per attirare la nostra attenzione. Fin dall'infanzia ci viene insegnato come ignorarla accuratamente, ma a volte quella piccola energia compie uno sforzo straordinario e devia la strada sotto i piedi del suo umano sordo. Cerca con tutte le forze di portarlo sulla Strada Maestra, la via del risveglio della coscienza e dell'Illuminazione interna.
     Ma noi siamo ridotti in condizioni davvero pessime, e quasi sempre, ormai, fraintendiamo persino questo chiaro messaggio.
     Timothy Leary fu portato su quella strada sacra, e conobbe i piani di esistenza superiore grazie alla psilocibina dei funghi allucinogeni prima, e all'LSD poi.
     Perché è vero: queste droghe sono davvero dei dilatatori di coscienza, ma compiono nel giro di una manciata di ore quello che l'essere umano dovrebbe compiere autonomamente nel corso della sua intera esistenza, o anche oltre. Sono la corsia veloce, la scorciatoia, ma quello che si può trovare su questa strada non è dato sapere, e quasi mai si tratta di una via senza pericolo. Le conseguenze si devono necessariamente pagare, sempre.
     Gli antichi sacerdoti chiamavano le droghe "le acque amare": qualcosa sì in grado di farti avere contatto diretto con percezioni extrasensoriali, e quindi in grado di farti rendere conto che questo mondo materiale in cui siamo immersi è solo una mera illusione della mente (maya, lo chiamano gli indostani), ma a quale prezzo? Con quali rischi?
     I discepoli che prendevano le droghe secoli fa erano probabilmente guidati da un Maestro, una figura capace di spiegare loro, con il tempo, ciò che avevano provato. Ma Leary era da solo quando tornò dal suo viaggio ultradimensionale. Nessuno poteva spiegargli niente. E, logicamente, ciò che riportò fu solo una lunga sequela di informazioni mal comprese e/o mal interpretate.
     La prima e più banale: se, come afferma egli stesso più volte, tutti gli strumenti per raggiungere l'Illuminazione sono già all'interno di ogni essere umano, allora per quale motivo ci dovrebbe mai essere bisogno di un catalizzatore esterno come le droghe?

Valore educativo

     Cosa insegnano, o vogliono insegnare, dunque, Leary e la sua ciurma con questo (e altri) libri? In poche parole: qualcosa di giusto, nel modo sbagliato.
     La ricerca e l'autoconoscenza interiore sono le cose più importanti della vita. Davvero. Ma l'approccio deve essere sincero, graduale, guidato da quella vocina che a stento sentiamo. Tendete l'orecchio: vi sta parlando ancora, persino in questo preciso istante. Sta a ognuno di noi decidere di smettere di ignorarla e verificare dove vuole portarci. A tornare indietro siamo sempre in tempo, è una cosa facilissima: basta voltare le spalle. La cosa davvero difficile è guardare nell'abisso e sostenere lo sguardo di ritorno.
     L'approccio di Leary, che prevede l'"accensione" – appunto, con le droghe – è l'esatto contrario: è tutto e subito. È un'esplosione catartica insostenibile, violenta e brutale. Infatti dagli studi che ha applicato a tutta la sua indagine per tutta la sua vita, emergono spesso problemi di accettazione delle rivelazioni ottenute durante i trip. Molta gente se ne va delusa, ma alcuni rimangono traumatizzati. Persone che forse, prese in altre maniere, avrebbero potuto trovare la loro personale strada verso sé stessi, sono state brutalmente allontanate da un'indigestione forzata di dati extra-mentali, e poi abbandonate a loro stesse – seppure in buona fede; perché è vero che Leary e gli altri suoi colleghi si proponevano come guide, ma come può un cieco guidare un altro cieco? -.
     Leary e gli altri "accesi" avevano scorto qualcosa di profondo capendone però la sola superficie, e avevano colmato la lacuna con dati intellettuali raccattati un po' dalla Bibbia, un po' dal Baghavad Gita, proclamandosi Guru con eccessiva fretta e auto indulgenza.
     Il contesto socio culturale del periodo fece il resto, elevandoli a nuove guide spirituali. Gran sacerdoti delle acque amare.
     Aldous Huxley scrisse Le porte della percezione per descrivere il suo studio sugli effetti della mescalina, ma assumere quella droga non l'ha portato ad autoproclamarsi guida sciamanica e fondare un movimento controculturale rivoluzionario. Uno dei due aveva capito che le scoperte ottenute da questi esperimenti erano intime e personali, non adatte a assere trasmesse liberamente alla massa.

     C'è stato un periodo in cui ero fermamente convinto che le droghe mi avrebbero aiutato a comprendere alcuni aspetti della spiritualità che mi sfuggivano. E forse l'avrebbero fatto davvero. Potrebbero tuttora farlo davvero. Ma ho aspettato. Ho ascoltato la vocina, e poco dopo alcune risposte sono arrivate. Quando ho finalmente cominciato a leggere Il Gran Sacerdote, i miei dubbi erano già quasi tutti spariti. I pochi rimasti sono stati spazzati via dalla lettura. Potrei concludere già qui il mio "periodo droghe", ma ormai penso che leggerò anche il resoconto di Terence McKenna, altro esploratore psichedelico del periodo.
     Le conclusioni, però, le ho già: il luogo d'arrivo è lo stesso, ma la via delle acque amare è quella sbagliata.
     Qualunque cosa stiate cercando, non la troverete nelle droghe. Non la troverete in Timothy Leary. E di certo non la troverete ne Il Gran Sacerdote.

Il libro su anobii

Alcuni estratti:
Accensione e SintoniaUn dialogo durante un tripIstituzioni religiose moderneLa prima volta con l'LSD di Leary (google books)