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Teoria e pratica della Recenchiacchiera (C)
Autobrevetto
Ad imperitura memoria (virtuale), sia messo a verbale (digitale) che oggi, 22 novembre 2009, Obi-Fran Kenobi rivendica la paternità dell'invenzione giornalistica denominata "RECENCHIACCHIERA"!
La Recenchiacchiera (TM) è un articolo giornalistico a metà tra una chat e una recensione tecnica. La base teorica su cui la sua struttura si basa è riportata a seguito.
Un esempio della Recenchiacchiera (la prima pubblicata sull'internet) si può trovare su Camminando Scalzi.
Teoria strutturale della Recenchiacchera (CC)
Punto I. Dell'estetica redazionale.
La Recenchiacchiera è un incrocio tra una chat e una recensione tecnica. Il che significa che deve cogliere gli aspetti positivi di entrambe le forme redazionali. Deve dunque trarre dalla chat l'immediatezza, la schiettezza e la semplicità di linguaggio, e dalla recensione l'esanima tecnica dell'oggetto di cui si discute.
La difficoltà del redarre una Recenchiacchiera sta nel trovare l'equilibrio tra queste due forme di scrittura così agli antipodi.
La Recenchiacchiera per essere intellegibile e di scorrevole lettura deve passare da numerose revisioni, di tutti gli autori che ne hanno preso parte, per essere filtrata di tutte quelle leggerezze, ridondanze, mancanze e ripetizioni che emergono naturalmente da una chat. Deve altresì non esagerare nell'altra direzione, adottando cioè un linguaggio troppo tecnico e freddo, proprio di una recensione professionale.
Punto II. Della compatibilità dei redattori.
La Recenchiacchiera viene meglio se viene fatta da persone con una base culturale in comune, o comunque simile, e che abbiano un certo feeling tra di loro.
Punto III. Degli strumenti.
Banalmente, una chat si affronta su un instant messaging. Tuttavia, è possibile utilizzare per la Recenchiacchiera anche strumenti diversi, ad esempio un forum privato o un documento condiviso online. Chi scrive ha utilizzato Google Wave (attualmente in fase di open beta) e ne consiglia l'utilizzo, dato che la chat avviene in tempo reale, rimane poi salvata nella sua forma originale, è riaccessibile ed ampliabile in qualunque momento (e facilita il processo di reinserimento nella discussione) e supporta facilmente l'aggiunta di elementi multimediali.
Sono sconsigliati strumenti i cui aggiornamenti avvengono in differita, come le e-mail.
Punto IV. Dello stile letterario.
– Scrivere di getto, senza pensarci troppo. Le correzioni verranno fatte in un secondo momento. In caso di problemi linguistici (una parola che non viene o di cui non si è sicuri, un dubbio grammaticale, ecc…) utilizzare un placeholder (un simbolo univoco facile da ritrovare e da sostituire con la ricerca automatica di browser e word processor, ad esempio "$dubbio") e andare avanti. Questa indicazione è fondamentale per mantenere il feeling linguistico tipico di una chat.
– Sforzarsi comunque di non parlare come in una vera chat, ma di utilizzare l'italiano migliore possibile, senza abbreviazioni e senza dialettismi (in quest'ultimo caso, ovviamente, a meno che non si voglia proprio scrivere una recensione in dialetto, se c'è l'esigenza) e frasi fatte. Se ne scappano alcune va bene, ma scrivere flussi di coscienza non controllati dall'autocritica porta solo ad aggravare ed allungare i passi successivi di revisione ed editing del testo finale.
– Se si sta utilizzando una chat (a maggior ragione se invece si sta utilizzando un forum o un documento condiviso), evitare il tipico frazionamento delle frasi. Digitare tutta l'intera frase di senso compiuto prima di inviarla. Scrivere a turno, ed aspettare il proprio. La Recenchiacchiera deve essere un botta e risposta, altrimenti annoia con più facilità.
– Per essere interessante, una Recenchiacchiera deve avere un minimo di conflitto tra gli interlocutori. Se tutti sono d'accordo tra di loro, vengono a mancare i requisiti critici della recensione, e si rischia di non esaminare tutti gli aspetti dell'opera in analisi. Quindi, anche se in realtà si è d'accordo su tutto, sforzarsi di fare "il bastian contrario" e cercare il contraddittorio. Questo, ovviamente, non significa affatto cominciare a litigare o a discutere troppo animatamente, perchè in quel caso la cosa degenera in una banalissima chat e perde l'utilità per chi legge.
Lo scopo della Recenchiacchiera è rendere partecipe il lettore della discussione utilizzando un linguaggio più alla mano rispetto a quello delle recensioni, ma senza creare una bolgia invettiva da bar.
– L'esperienza della Recenchiacchiera deve essere replicabile dal lettore. Deve cioè poter rievocare la situazione originale in cui la chat si è creata. Nel caso della Recenchiacchiera di un album musicale, il lettore deve poter seguire il testo mentre ascolta il disco. Quindi, per questo esempio, i redattori non devono mettere in pausa e devono stare nei tempi delle singole canzoni, per non perdere troppo la tempistica.
In casi diversi, questo consiglio teorico deve essere adattato… Per la Recenchiacchiera di un film si può pensare di parlarne durante la visione, ma anche dopo, a mò di cineforum; per un videogioco si può pensare ad una modalità cooperativa in cui qualcuno gioca e qualcun'altro commenta da spettatore, oppure mettersi a parlarne subito dopo una sessione di gioco intensa; per un libro o un fumetto si possono sfogliare contemporaneamente le pagine e commentare i nodi narrativi o le scene particolarmente importanti o che colpiscono il singolo redattore.
L'importante è creare una situazione che sia replicabile con facilità dal lettore.
Punto V. Della tecnica.
1) Chiacchierare dell'oggetto in analisi, tramite lo strumento scelto, utilizzando (e, in caso, personalizzando o adattando) i consigli di stile illustrati nel punto IV.
2) Prima revisione a caldo per tutti i redattori, possibilmente subito dopo la fine della Recenchiacchiera. Controllo grammaticale, lessicale, sintattico del proprio testo. Per ora si sconsiglia di revisionare le parti altrui. In questa fase è invece consigliato di trovare altri stimoli e ispirazioni che possano scaturire nuovi pensieri e discussioni. Eventualmente, aggiungerle al testo e notificarle agli altri redattori. Si può anche cominciare a pensare ai link e alle eventuali immagini da inserire.
3) Seconda revisione, a freddo, appena si ha la mente sgombra e la voglia di farla (dopo qualche ora o il giorno dopo, ad esempio). Stessi controlli del punto 2, ma applicati a tutto il testo, compreso quello degli altri. Fare particolare attenzione alla coerenza tra botte e risposte. Notificare le modifiche, o discuterne prima con gli altri redattori. Si può già cominciare ad inserire i link ad argomenti incidentali affiorati durante la chat.
4) Terza revisione, almeno il giorno dopo, ma meglio un paio. L'ideale sarebbe smettere di pensare al lavoro fatto e tornarci solo dopo, come se si leggesse per la prima volta. Questa è la revisione più importante. Dando per scontato che gli errori più evidenti siano già stati filtrati dalle due precedenti revisioni, ci si deve concentrare ora sul senso globale della Recenchiacchiera.
Insistere sulla coerenza tra botte e risposte, cominciare a tagliare le parti che si ritengono troppo dispersive e fuori contesto.
Ricontrollare le fonti delle affermazioni non personali affiorate nella chat, inserire i link o copiare le citazioni/stralci di testo che servono.
5) Editing. Questa fase può essere fatta anche contemporaneamente alla terza revisione, anche se è consigliabile farla piuttosto subito dopo.
Il suo scopo è rendere tutto coerente e semplificare il più possibile lettura e scorrevolezza.
Si comincia rileggendo tutto e annotandosi i passaggi poco chiari o quelli frammentati in paragrafi diversi. Si può anche continuare a tagliare, all'occorrenza. I passaggi poco chiari devono essere riscritti, provando diversi modi di porli: si provi a cambiare tempo verbale, soggetto, forma attiva/passiva, eccetera. Se una frase non sembra funzionare in nessuna maniera, probabilmente è meglio tagliarla.
I passaggi frammentati vanno riuniti per coerenza. Se ad esempio si parla di un determinato argomento nel primo paragrafo, poi questo argomento viene lasciato cadere e infine riaffiora nel penultimo paragrafo, decidere dove è meglio inserirlo (se nel primo paragrafo o nel penultimo) e unificarlo lì. Eliminare ovviamente le parti ridondanti o ripetute, e rendere coerente il botta e risposta.
6) Revisione finale e impaginazione. Un ultima, attenta, rilettura globale, seguendo gli accorgimenti della seconda e della terza revisione. Ultime eventuali correzioni ed editing, poi si può finalmente passare ad inserire immagini ed altri imbellettamenti come corsivi e grassetti.
Il grassetto in particolare è importante per fornire una "guida logica" ai contenuti della Recenchiacchiera. E' plausibile infatti che il risultato finale sia piuttosto lungo, nonostante i tagli, e dispersivo. D'altronde, è la sua natura di chat. Per questo è importante che il grassetto isoli le parole, le frasi e i concetti chiave in ogni paragrafo. Chi legge deve poter essere in grado di capire a grandi linee di cosa si sta parlando, e come se ne sta parlando, anche senza leggere ogni singola disquisizione da chat.
Pubblicato il: novembre 22nd, 2009 under Creazioni, Cronache, Musica, Recensioni.
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Flavors of Alanis Morissette
Alanis Morissette è per me importantissima. Considero tuttora Jagged Little Pill, il suo album di esordio al pubblico mondiale (anche se aveva fatto altra robetta prima), uno dei più bei dischi pop/rock mai scritti.
Adoro quell’album perchè è un gioiello di scrittura, poesia e significato, e ha delle idee musicali bellissime nella loro semplicità. Lo adoro anche perchè è legato al periodo più bello della mia vita (è uscito nel 1995 ma l’avrei ascoltato più attentamente solo un paio di anni più tardi, nel ’97, pieno periodo B.A.D. Group), ma questo è chiaro che è un giudizio soggettivo.
Di Alanis Morissette adoro anche tutti i video, sempre adattissimi al tenore della canzone. Ad esempio mi commuovo ogni volta che vedo il video di Hand in my pocket, un video minimalista in un bianco e nero dai tempi dilatati, che rende benissimo l’idea del "solo in mezzo alla gente"; mi emoziono quando vedo Ironic, perfetta metafora delle "diverse versioni di me", ognuna in armonico conflitto con le altre, in un folle tao rivisitato da Nietzsche; mi viene il nodo in gola anche su Everything, similitudine del vero e proprio percorso di vita, della strada dritta che si deve per forza percorrere e in cui non si può smettere di camminare, e sul cui percorso si incrociano tante persone che magari ti seguono per un pezzo di strada, ma poi inevitabilmente si allontanano.
Mi commuovo probabilmente perchè Alanis è in grado di miscelare la tragicommedia della vita e la nostalgia del passato e del futuro con una maestria invidiabile, e comporre dei versi meravigliosi che trascendono rima, prosa, ritmo e accenti. E’ capace di scrivere cose che su carta sembrano ripetitive e una volta cantate dalla sua voce unica, ora calda, ora cupa, ora stridente come l’urlo di un gatto spaventato, diventano invece singolarmente diverse tra loro, si vedano ad esempio i testi di Thank you, Are you still mad o That I would be good, tutti tratti dallo stesso album, Supposed former infatuation junkie.
Adoro Alanis Morissette perchè non fa dischi a caso. Finora ogni disco ha segnato una precisa evoluzione del suo modo di essere e di fare musica. Jagged Little Pill è una perfetta fusione degli opposti: pop e rock, tristezza e allegria, amore e odio, pace e violenza, follia e controllo, rassegnazione e speranza.
Supposed former infatuation junkie salta fuori tre anni dopo, successivo ad un viaggio in oriente e a meditazioni varie sulla vita, l’universo e tutto che si ripercuotono pesantemente sui testi e soprattutto sulla musica. Alanis e Glen Ballard – produttore anche del primo disco – creano un disco con un’ambientazione pesantemente dark, molto cupa, con riff bassi e lenti, la voce di Alanis particolarmente cavernosa ed echeggiata e arrangiamenti che ricordano suoni di civiltà lontane e dimenticate. Il risultato è un disco rock piuttosto barocco, carico di messaggi di disillusione ed esperienze maturate e consolidate, il tutto spezzato da veri e propri fasci di luce proiettati nell’oscurità, come Front Row, UR e So Pure. Decisamente il mio preferito.
Dopo una lunga pausa di quattro anni, Alanis sforna Under Rug Swept, che con il semplice atto di porsi a metà strada tra il primo e secondo disco, riesce a rivoluzionare nuovamente lo stile di Alanis. Primo disco autoprodotto, Under Rug Swept coniuga le atmosfere cupe di Supposed former con quelle più spensierate di Jagged Little Pill, creando comunque qualcosa di nuovo e travolgente. Perle come Precious Illusions o You owe me nothing in return sottolineano la costante presenza della disillusione e del realismo, del tenere sempre i piedi per terra, ma a queste si affiancano anche canzoni di speranza (come Utopia) e canzoni più frivole e disimpegnate (21 things I want in a lover, Narcissus).
Subito a ruota, solo due anni più tardi, segue So Called Chaos, come a dimostrare che Alanis non aveva esaurito tutto quello che aveva da dire in Under Rug Swept. So Called Chaos è infatti poco più che la diretta continuazione del precedente disco: anche questo prodotto da Alanis (insieme a John Shanks), contiene le stesse atmosfere e sensazioni, anche se sembra chiudere la parentesi lì aperta (a dimostrazione di questo basti vedere la canzone di chiusura, ovvero Everything che, un po’ come Thank You, ha un testo così definitivo da poter essere eletto quasi a testamento) e spruzza qua e là un po’ di risentimento e rimpianto (Doth I protest too much, This Grudge).
L’anno successivo fa uscire un Best of.
Ritengo i best of delle cattive scelte. Se ne può sentire il bisogno quando uno ha alle spalle una carriera pluridecennale e centinaia di canzoni tra cui scegliere, per buttare sul mercato qualcosa che le nuove generazioni possono ascoltare per farsi un’idea generale del gruppo/artista e usare come base di partenza per andarsi a ricercare i vecchi dischi. Mi sfugge il senso di fare Best of dopo due, tre, quattro dischi, fatta eccezione ovviamente per il discorso commerciale. Ancora più fastidio mi dà il fatto di aggiungere inediti al best of per invogliare l’acquisto. Questo va assolutamente contro logica: un best of è una collezione di pezzi ritenuti appunto "migliori" da pubblico e/o critica. Come fa un inedito, cioè una cosa che pubblico e/o critica non conosce, ad essere ritenuto "migliore"? Insomma, se i Foo Fighters dopo 11 anni di carriera e 6 dischi ancora non sentono il bisogno di un best of e continuano comunque a sfornare dischi bellissimi, ci sarà un motivo. Tutto questo per dire che ritengo il far uscire un Best of il primo segno di debolezza di un musicista.
Tanto più che questo male/benedetto inedito è Crazy, una cover di una canzonetta anni ’80 che risulta parecchio fuori tono nella carriera di Alanis: a parte il testo, che effettivamente può essere adatto alla sua produzione, Crazy si butta pesantemente sull’elettronica e sugli arrangiamenti, a sfavore degli strumenti propriamente detti.
Tre anni dopo, e siamo arrivati ad oggi quindi, esce Flavors of entanglement (30 maggio), e Alanis conferma la mia paura: si è data davvero all’elettronica. Spariscono quasi completamente le canzoni strutturate su una base acustica di chitarra o piano per far posto a linee di sintetizzatore e drum machine. Produce Guy Sigsworth, senza Alanis, il che si sente parecchio. Non so come mai abbia deciso di lasciar perdere l’autoproduzione, ma questa a mio avviso si è rivelata una scelta sbagliata: Flavors of entanglement è decisamente il disco più debole di Alanis. Non dico sia un brutto disco, è solo meno travolgente, meno appassionante, meno definito.
La produzione e gli arrangiamenti sono comunque buoni, e si sentono anche delle buone sonorità, ma quella sensazione dolce-amara che nei dischi precedenti era rinforzata dalla strumentalità viene dissipata tra bass synth, granulated cello, e-bow, spectral processing, QY20 (che mondo è questo, dove gli strumenti musicali vengono chiamati con sigle da droidi protocollari?).
1. Citizen of the planet. Parte benissimo il disco con questa canzone dalla lirica potente e dagli accordi sporchi. Sembra uscita da Supposed Former (che invece iniziava con una canzone più allegra, Front Row, mascherando le tonalità delle tracce a venire, al contrario molto cupe. Sarà un pallino di Alanis questo di mescolare le acque…). I temi sono, si evince dal titolo, l’universalità con la Natura, la globalizzazione dell’umanità, l’armonia (ancora l’India di Supposed Former torna a fare capolino, qui e in altre canzoni del disco).
2. Underneath. Canzone sempliciotta e largamente orecchiabile, uno di quei pezzi che nascono per essere singoli per l’eternità e basta. A parte questo, è effettivamente molto rappresentativa di tutto il resto del disco.
3. Straitjacket. Ecco che parte l’elettronica a tutta manetta. Mi chiedo che metodo abbia usato Alanis per scrivere questa canzone. Non c’è davvero traccia di un qualsiasi strumento acustico. Bella comunque la linea melodica e buonissimo il ritmo, davvero incalzante.
4. Versions of violence. Ancora elettronica, ma i toni qui sprofondano nel buio, a partire dalle bassissime note di gola di Alanis. Bei testi, che riprendono il tema del "micromondo familiare" aperto con Underneath.
5. Not as we. Finalmente si spengono sintetizzatori e drum machine e viene fuori un bellissimo pezzo piano/voce dalle stupende liriche e con un testo splendido riguardante il modo singolare di porsi in un rapporto plurale.
6. In praise of the vulnerable man. Si torna alle atmosfere spensierate di alcuni pezzi di Under Rug Swept.
7. Moratorium. Altro pezzo molto dark dal testo fortemente disilluso (da cui è tratto per l’appunto anche il titolo del disco) che però a mio avviso viene smorzato da quell’incessante drum machine impazzita. Questa è sicuro che la skippo, in macchina
8. Torch. Probabilmente la canzone più bella di questo nuovo disco. Si sente (o quanto meno è quello che sembra) che è stato scritto su base acustica, indice di questo anche il fatto che le strofe siano cantate su piano e che nel ritornello entri, seppur timidamente, una chitarra acustica, sopraffatta dagli archi elettrici, a formare un’apertura melodica assolutamente da brividi. Continuano tuttavia a lasciarmi perplesso alcune scelte di produzione; ad esempio io sulla seconda e terza strofa avrei lasciato una batteria, pur leggera, senza disturbare la classicità del piano.
9. Giggling again for no reason. Canzoncina completamente elettronica dal testo superficiale e banalotto, buona per le discoteche. Spero vivamente che non sia il terzo singolo (il secondo è Not as we, per fortuna). Non mi capacito da dove sia uscita questa roba, andrebbe rimossa dal disco.
10. Tapes. Ballata malinconica e nostalgica rivitalizzata nel ritornello dai lirismi di Alanis. Seconda solo a Torch.
11. Incomplete. Bel finale. Una canzone dalla musica allegra ma dal testo in realtà piuttosto negativo, che parla di un roseo futuro ipotizzabile ma fuggevole e utopico. Rimpianti camuffati da messaggi di speranza. Davvero molto di spessore, interessantissima la scelta di utilizzarla come coda dell’album.
Per concludere – che ho scritto un papiro infinito che nessuno leggerà mai a parte alcune versioni future di me stesso – un disco piacevole e ampiamente godibile, che fa sculettare e scuotere la testa abbondantemente, ma che prende una bella distanza dall’ultimo lavoro inedito di Alanis. Spero sinceramente che sia stata una sperimentazione per togliersi lo sfizio, e che torni a lavorare su basi acustiche (poi che c’entra, l’elettronica non la schifo mica a prescindere, basta che ci sia un equilibrio e che non sia inserita forzatamente ma si omogenei con il resto degli strumenti).
Pubblicato il: giugno 4th, 2008 under Musica, Recensioni.
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Project G
Lavorare con le passioni è sempre molto difficile, e in Italia è quasi impossibile.
Per questo penso che, quando troviamo qualcuno che condivide le nostre passioni e sta cercando di… non so, "farle fruttare", "farsi conoscere"… Le metto tra virgolette perchè in realtà nessuna di queste cose è completamente vera, lo scopo penso sia sempre quello di esprimersi e trovare qualcuno che apprezzi i nostri sforzi… Quando troviamo qualcuno così, insomma, simile a noi, ci si deve aiutare a vicenda, perchè sennò non ne leviamo le gambe, da ‘sto mondo di merda.
Sapete che scrivo canzoni e che ogni tanto provo a registrarle e arrangiarle… Il risultato varia da "spazzatura" a "accettabile, non fosse che vai fuori tempo di continuo"… Faccio quello che posso, cercando di provare programmi e tecniche sempre nuove cercando di migliorare costantemente.
C’è però chi queste cose le riesce a fare enormemente meglio (forse anche perchè la musica è la sua passione principale, e nel mio caso è solo la terza). Lo conoscete già perchè il suo blogghe si trova nell’elenco dei link (colonnina di sinistra)… E’ conosciuto online come Il Fedel Griso e suona la chitarra ma anche un po’ di tutto. Ha un gruppo con cui ha già registrato delle cose, chiamato Evas, e adesso si è messo pure a scrivere da solista.
E che dire… Cavolo, son rimasto colpito. Le influenze sono chiare e si sentono: Queens of the stone age e The Cure principalmente, il fatto è che questi quattro pezzi che potete ascoltare sul suo Myspace son davvero belli e ben realizzati.
Sia chiaro che siamo sempre nella zona del semi-amatoriale o semi-professionale, quindi piccolissime sbavature di produzione si trovano, a cercare, oltre alla qualità modesta del tutto, ma rispetto alle schifezze che tiro fuori io, beh, posso solo tacere e applaudire.
Quindi, che altro dire, se non: bravo Griso, continua così, io intanto ti faccio pubblicità dal mio piccolo cantuccino web. Go kick some asses!
Pubblicato il: marzo 14th, 2008 under Musica, Recensioni, Segnalazioni.
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Daniele Luttazzi, il cantautore.
Avete letto bene.
Capito stamattina sul sito di Daniele Luttazzi e mi becco un titolo come "è uscito il nuovo album di Daniele Luttazzi".
"Album"? Mi chiedo. Album fotografico? Album di aforismi e battute? Album d’uov? Poi scorro con la rotellina del mouse e mi vedo davanti un’interfaccia embedded per la riproduzione audio.
Sconvolto, scorro ancora la rotellina e l’ultima conferma è rappresentata dall’elenco di musicisti coinvolti nel progetto.
Daniele Luttazzi ha scritto e interpretato un album musicale.
Ormai rapito dal vortice di curiosità, clicco avido sulla preview di alcuni pezzi. Il primo del "disco" è "A place of cries". Riff di pianoforte leggerissimo. Cazzo, sembra un pezzo dei Muse. Poi entra il basso. Il basso? In una produzione italiana che non sia di Elio e le storie tese si sente il basso? Ma che scherziamo? Porca troia, si sente ed è pure "importante"… E’ cupo e riempie il silenzio. Parte il resto della banda e la voce di Daniele. All’inizio non so se ridere o meno… E’ sicuramente spiazzante, un approccio alla sua figura, seppur poliedrica, che non mi sarei aspettato.
Ma Luttazzi si rinnova e si reinventa e… Perbacco, convince. Convince davvero.
Scorro gli altri titoli… Non si è concentrato su un genere, ha sperimentato alla grande… Jazz, blues, cori gospel, musica da camera, rock… Ha provato un pò di tutto.
Ma sentitelo da voi. Potete farlo dal suo sito, aggratisse. Se poi la cosa vi è piaciuta, potete comprare i suoi brani, a meno di un euro l’uno. L’album intero si chiama "School is boring".
Modifica del 19 febbraio: ecco i testi delle canzoni!
Astonishing!
Pubblicato il: febbraio 16th, 2007 under Musica, Recensioni, Segnalazioni.
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Zwan: Accusati di felicità
Anche la musica è soggetta alle mode. E nel mio piccolo, ritengo che l’andamento nel tempo della moda sia a forma di onde continue, sempre uguali, che si ripetono con alternanza all’infinito.
Si sente spesso molta gente lamentarsi che non si fa più la musica come in passato, che le cose più belle sono già state scritte, e le musiche originali già suonate tutte, ma in realtà io penso che questo sia da sempre, dal primo momento in cui un australopiteco ha battuto un legno su una parete con l’intento di fare musica. E da quel giorno, il passato si ripresenta sempre uguale… Certo, adattato al periodo, metamorfizzato all’inverosimile, ma l’alternanza musicale è lì, e non c’è motivo di lamentarsene.
Perchè questo lungo preambolo? Perchè vi voglio parlare degli Zwan. Ritengo Billy Corgan uno dei massimi musicisti moderni, capace di rendere emozioni in variegate salse musicali. Ha dimostrato più volte di sapersi mettere in discussione, di imparare dagli errori e dai successi, di avere il coraggio di pubblicare la musica che si sente di pubblicare sempre, e senza compromessi. Lo stimo molto.
Gli Zwan sono il suo nuovo gruppo, formato circa un anno dopo la disfatta degli Smashing Pumpkins, e nel mondo musicale come lo conosciamo, sono già stati bollati come "commerciali".
Peccato non ci sia la faccina che vomita, in questo blog. ODIO, e sottolineo ODIO la parola "commerciale". Mai è stato coniato termine più brutto. E’ una parola che non è nè carne nè pesce, non sta in cielo nè in terra: che cazzo vuol dire "commerciale"? Cosa non è commerciale, ai giorni nostri? Cosa viene dato gratuitamente? Che, lavoriamo per vivere o no? E’ un obbligo subconscio e intrinseco dell’evoluzione umana (non che l’approvi), e allora perchè se uno decide di lavorare e guadagnare soldi nel modo che più gli piace viene accusato di essere "commerciale", di essere solo un vuoto contenitore di soldi?
Avrei da parlare altre nove ore su questo, quindi piuttosto vi presento questo gruppo: Billy adesso è allegro. O almeno è quello che dà a vedere. Il disco degli Zwan (Mary Star Of The Sea) è quanto di più DIVERSO esista sulla scena rock degli ultimi anni… degli ultimi MOLTI anni. Davvero. E’ rock allegro, che inneggia alla felicità, al coraggio di non buttarsi mai giù, all’energia che è in noi, nascosta sotto strati di disperazione, desolazione e depressione. Il messaggio di Billy è questo: tiratela fuori, quell’energia!
Non vi dico che ci riesca, o che ascoltando quell’album i vostri problemi vi sembreranno meno brutti, o almeno a me non è successo, ma quando sentirete quell’album, cullati dalla voce di Billy, dai cori di Paz Lenchantin (basso, suonava nei "A perfect circle", il side project dei Tool), dai mille diversi suoni delle chitarre di David Pajo (Slint e Stereolab) e Matt Sweeney (Chavez, ha registrato anche con Zappa!), e poi lui, il batterista definito da Kerrang "without doubt the most talented rock drummer of his generation!": Jimmy Chamberlain. Incredibile come, dopo essersi allontanato dagli Smashing Pumpkins per problemi di droga, ora sia l’unico ex-Smashing Pumpkins a suonare ancora con il suo vecchio leader 
Insomma, il mio consiglio è di ascoltarvi il disco, magari in un giorno particolarmente "giù"… tra l’altro lo potete sentire COMPLETAMENTE e in maniera gratuita e soprattutto LEGALE sul loro sito ufficiale: www.zwan.com
Date un occhio anche a quello italiano: www.zwan.it che è fatto veramente bene, e contiene un sacco di informazioni.
Ci vediamo il 15 a Imola, io ci sarò! 
Pubblicato il: maggio 30th, 2003 under Musica, Recensioni.
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