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Cattivi Raccolti

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Come al solito, fu Antonina a prendere per prima la parola.
<Lo avrete sentito anche voi, sorelle!> gesticolava come una forsennata, la sua ombra ondeggiava impazzita nella tremolante luce rossa del focolare.
<Lo dovete aver sentito per forza! E’ stato come se un merlo ci avesse strillato nelle orecchie!>
<Calmati, Antonina.> intervenne Battistina con voce calma ma decisa. La sua voce era sempre stata la più autoritaria. Era la capogruppo, eletta tacitamente anni prima.
<Sono sicura che non c’è motivo di preoccuparsi. Dovremmo solo…>
<Battistina, per favore, non ricominciare con la solita solfa. Non trattarci come fossimo novelline e tu la Maestra!> l’interruppe Antonina, sempre più in preda all’agitazione. Isotta aggiustò la sua posizione sulla pietra su cui sedeva, a disagio. Ci furono lunghi secondi di silenzio, poi Antonina parlò di nuovo, sospirando. Sembrava essersi calmata.
<Ti chiedo scusa. Sai che non lo penso.>
<Ma certo, sorella.> E con uno dei suoi soliti sorrisi rappacificatori, Battistina calmò definitivamente la situazione; poi espresse il suo pensiero.
<Io credo che questa perturbazione nell’equilibrio che abbiamo sentito sia solo passeggera, e che svanirà come svanirà la notte all’alba, tuttavia…> Bianchina tossì rumorosamente, al che Battistina le dedicò uno sguardo in tralice.
<…Tuttavia, stavo dicendo, potrebbe non essere una cattiva idea ascoltare la Voce…>
<…Per togliersi ogni dubbio, no?> concluse con tono piatto Bianchina.
<Per l’appunto.> dichiarò Battistina con compiacenza. Ebbe inizio il rituale.

La locanda era l’edificio più strano di tutta la città. Pressata tra una casa e una stalla, sembrava che fosse stata inserita a forza da un gigante, dopo che, a lavori per la costruzione della città finiti, qualcuno avesse sbottato: “Per Bacco! E una locanda non ce la mettiamo?!”. Era tuttavia tutt’altro che goliardica, l’aria della serata in questione. Il popolino stava discutendo del solito, scomodo problema: le bagiue, le streghe. Forti del supporto degli altri popolani, la gente non si risparmiava affronti e pesanti commenti sulle presunte consorti del demonio.
<…E maledetti i tempi in cui si decise di erigere la Ca’ Botina! L’avessi saputo mi sarei amputato le mani, piuttosto di usarle per tirar su i mattoni per le case delle puttane del demonio!>
<Lo sa Dio se ci serve un altro cattivo raccolto, anche quest’anno!>
<Cattivi raccolti! Cattivi, cattivi raccolti!> fomentò un anziano.
<E colpa delle bagiue! Lo sanno tutti!> esclamò irato un omone barbuto. Fu la frase che scatenò l’agitazione di tutti gli astanti. Cominciarono a volare offese volgari e urla di rabbia. Qualcuno cominciò a litigare con qualcun altro, volarono dei bicchieri. Poi un uomo alto, dai baffoni spioventi, la lunga capigliatura nera, gli occhi piccoli e calcolatori, si alzò dal suo posto dopo aver preso una bella sorsata di birra.
<Compaesani!> urlò, e a quel richiamo tutti si fermarono e lo guardarono.
<Compaesani. Ma vi pare il modo di comportarci? Siamo forse bestie senza cervello? Come possiamo risolvere il nostro grave problema se non riusciamo a controllare noi stessi?> i rissosi, strofinandosi le mani e sistemandosi i vestiti, si calmarono. L’uomo alto diede loro il tempo di ricomporsi, poi riprese il suo discorso.
<E poi non avete notato chi ci onora con la sua presenza questa sera?> e accompagnò la frase da un gesto accomodante, in direzione del podestà del paese, tale Stefano Garreca.
<Grazia divina! Signor Garreca, non l’avevo visto!> disse un uomo corpulento, sinceramente sorpreso da quella scoperta. Il podestà sembrò imbarazzato. Non si poteva dire che facesse spesso tappa alla locanda, e si sentiva un po’ fuori posto. Inoltre quelle attenzioni improvvise lo disturbarono ancora di più. Si sforzò di lasciare il suo boccale sul tavolo e alzarsi, impacciato.
<Buonasera, cittadini.> disse timidamente.

A qualche chilometro di distanza, nel piccolo spiazzo pianeggiante oltre gli alberi costeggianti il fiume, alla luce del fuoco, tre donne sulla quarantina e una più giovane giacevano a pancia in su, completamente nude e distese in cerchio, tenendosi per mano.
Chiunque fosse passato di lì avrebbe dichiarato senza indugio che fossero tutte morte, eppure un impercettibile fremito sembrava scuoterle violentemente, di tanto in tanto. I loro occhi si muovevano all’impazzata sotto le palpebre chiuse.
Improvvisamente, gli occhi di Antonina smisero di muoversi e le sue palpebre si aprirono. Fissò il cielo stellato per qualche minuto, poi con lentezza, come se si fosse risvegliata dopo molto tempo, si rimise sbuffando a sedere. Di lì a poco anche Bianchina, Isotta e Battistina si alzarono.
<Non è possibile.> dichiarò per prima Bianchina. Le altre rimasero in silenzio, un’espressione di stupore mista a delusione sui loro volti. Isotta singhiozzò una volta, poi due, poi cominciò a piangere silenziosamente. Battistina le si avvicinò e l’abbracciò.
<Coraggio, coraggio. Non vuol dire niente, i segni vanno interpretati…>
<Non vuol dire niente?!> sbottò Antonina. <il fatto che la terra chieda un sacrificio di sangue lo chiami niente?!> Stavolta anche Battistina non seppe cosa rispondere.
<Pensiamoci un attimo con calma.> disse Bianchina, mentre si rialzava e raccoglieva i vestiti da terra.
<Abbiamo sistemato i nostri rapporti con questa terra da anni. Noi personalmente non le abbiamo mai dedicato un sacrificio, da quando siamo qui. Cosa è cambiato? Perché la terra non ci ama più?>
<E se fosse una presenza esterna?> ipotizzò Battistina. Isotta stava cominciando a calmarsi. Almeno, aveva smesso di singhiozzare.
<Intendi una presenza esterna… maligna?> chiese Antonina. Ci furono dei secondi di riflessione.
<Ha senso. Ha terribilmente senso.> dichiarò Bianchina mentre annuiva lentamente.
<E allora perché la Voce non ce l’ha detto prima?> disse Antonina alzando la voce.
<La presenza potrebbe aver preso il sopravvento. Forse è così da tempo, e noi non ce ne siamo accorte prima di ora…> ipotizzò di nuovo Battistina. Isotta si alzò. Mentre si asciugava le lacrime, prese la parola.
<Gli uomini hanno cattivi raccolti da anni. Danno la colpa a noi. Ci uccideranno tutte, e non faremo in tempo a salvare la terra!> la sua voce si ruppe di nuovo nel pianto. Isotta era quella che più amava gli uomini. La sua casa, ai margini della Cabotino, era la più vicina a quelle degli altri popolani. Sapeva sempre tutto quello che succedeva in città, al contrario delle sue sorelle, che disdegnavano, più o meno cortesemente, il loro modo di vivere. Bianchina le rivolse uno sguardo affettuoso.
<Oh, Isotta… Suvvia. Non stare a preoccuparti degli uomini. Cosa possono fare? Sono solo zotici contadini che lavorano la terra pur non sapendo nulla di lei. Cosa ti aspetti che ci facciano? Non hanno carattere, e poi ci temono troppo per venirci a fare del male.>
<Resta comunque il fatto che questo è un problema che dobbiamo risolvere noi, e noi sole.> concluse Battistina.
<Ci ritroveremo qui domattina. A mente più lucida sapremo quale sarà la giusta cosa da fare.>

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