I’m just a little person
Yeah, well, regardless of how this particular thing works itself out,
I will be dying.
And so will you.
And so will everyone here.
And that’s what I wanna explore.
We’re all hurtling towards death.
Yet here we are, for the moment, alive,
each of us knowing we’re gonna die,
each of us secretly believing we won’t.
Everything is more
complicated than you think.
You only see a tenth
of what is true.
There are a million
little strings attached to every choice you make.
You can destroy your life
every time you choose.
But maybe you won’t know
for 20 years
and you may never,
ever trace it to its source.
And you only get one
chance to play it out.
Just try and figure
out your own divorce.
And they say there is no fate, but there is, it’s what you create.
And even though the world goes
on for eons and eons
you are only here for a fraction
of a fraction of a second.
Most of your time is spent being
dead or not yet born.
But while alive,
you wait in vain
wasting years
for a phone call
or a letter or a look from someone or something to make it all right.
And it never comes, or it seems to, but it doesn’t really.
So you spend your time
in vague regret or vaguer hope that something good will come along.
Something to make
you feel connected.
Something to make
you feel whole.
Something to make
you feel loved.
And the truth is
I feel so angry.
And the truth is
I feel so fucking sad.
And the truth is,
I’ve felt so fucking hurt
for so fucking long.
And for just as long,
I’ve been pretending I’m okay
just to get along,
just for– I don’t know why.
Maybe because no one wants
to hear about my misery
because they have their own.
Well, fuck everybody.
Amen.
I’m just a little person
One person in a sea
Of many little people
Who are not aware of me
I do my little job
And live my little life
Eat my little meals
Miss my little kid and wife
And somewhere
Maybe someday
Maybe somewhere far away
I’ll find
A second little person And we’ll go out and play
Charlie Kaufman, Synecdoche New York

Pubblicato il: aprile 25th, 2009 under Cinema & TV, Streams of (un)consciousness.
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Be kind, rewind Indiana Jones.
Hanno fatto bene Spielberg e Lucas a non darsi troppe arie. Hanno fatto bene a scegliere una pubblicizzazione minima dell’evento, ipotizzando (e azzeccando) che già il personaggio da solo sarebbe stato una pubblicità sufficiente per sé stesso. Hanno fatto bene a cercare di non dare nell’occhio, a non sopraffare il botteghino, a non intasare la rete di viral marketing, a non berciare con prepotenza che, Hey!, c’è un nuovo Indiana Jones al cinema!
Hanno fatto bene perchè Indiana Jones è un bel filmetto d’azione e semplice intrattenimento che strizza l’occhio ai precedenti tre film ma ne è palesemente distante.
Avevo letto che Spielberg ha utilizzato le tecniche dell’epoca de "L’ultima crociata" per fare il nuovo Indiana. Ne avevo erroneamente dedotto che avesse utilizzato le telecamere datate 1989, pellicola 1989, sarcazzo 1989, e che si fosse messo come limite per gli effetti speciali quelli ottenibili nel 1989. Ho detto erroneamente perchè così non è. Indiana Jones è un film moderno che ha ritmi moderni ed utilizza strumenti moderni. Quello che rimane del feeling dei vecchi film non è comunque poco: la fotografia e il design sono quelli di Indiana Jones, ma c’è davvero troppa distanza su tutto il resto. Capisco anche che delle modifiche andavano fatte: il ritmo del cinema degli anni ’80/’90 è meno incalzante di quello di oggi, e certo un film d’azione deve adeguarsi ai tempi per conquistare lo spettatore. Epperò. Epperò il vero problema di questo film non è tanto cosa è stato fatto in meno ma cosa è stato fatto di troppo. Inutile girarci intorno.
Gli effetti speciali sono esasperati. Ho appena finito di lodare la ILM nel post di Iron Man ed ecco che subito dopo mi tocca dire che gli effetti speciali di ‘sto film sono esagerati, sottolineati, edulcorati. La scena con Shia LeBeouf che fa George re della giungla è uno dei momenti più brutti che abbia visto all’interno di una sala cinematografica negli ultimi anni. Scena scema, mal scritta e mal diretta che sembra solo voler dichiarare le potenzialità dei moderni computer. Anche la tanto decantata scena del combattimento ad armi bianche sulle jeep è si molto spettacolare ed effettivamente funziona, ma ancora l’ambientazione, con quei verdi pastellati e impiastricciati della giungla digitalizzata e la strada dritta e infinita fa storcere il naso e distoglie l’attenzione e la sospensione dell’incredulità.
Anche gli attori non convincono. Harrison Ford è sempre lui, eppure non sembra funzionare. Non credo sia l’età, quanto piuttosto l’entusiasmo. Harrison Ford non ha più voglia di fare Indiana Jones. Nello sguardo scocciato del suo personaggio ho letto più credibilità di quanta fosse richiesta dall’interpretazione. Anche i comprimari non hanno spessore. Anche il seppur bravissimo Shia LeBeouf sembra piuttosto una macchietta stereotipata che spara frasi fatte per convincere lo spettatore del suo ruolo. Si salva solo lei, l’incantevole Cate Blanchet, angelo donatoci dal cielo, che è sempre bellissima, è sempre bravissima, è sempre magnetica, anche quando fa la cattiva.
Cattiva sceneggiatura? Non saprei. Parliamo di David Koepp, che oltre ad essere un veterano delle sceneggiature alla Hollywoodiana, si è anche cimentato nell’arduo mestiere della regia… La sua sceneggiatura ha passato l’esame di George Lucas, ciccioso produttore dalla gola a rana che aveva cassato non si sa bene su che basi la prima sceneggiatura di Frank Darabont (Frank Darabont, non so se mi spiego).
Sono anni che mi chiedo come la mente di Lucas possa aver concepito un capolavoro come l’universo di Star Wars… In un’intervista rilasciata per i contenuti speciale del dvd di Blue Harvest, Lucas dice: "realizzo quello che mi piacerebbe vedere al cinema e gli altri non fanno. Nella peggiore delle ipotesi mi tocca fare anche la regia, nella migliore delle ipotesi la regia la fa Spielberg". Eh. Chiaro e semplice. Lucas Indiana voleva chiamarlo "Smith". Per fortuna Spielberg gli disse che non gli piaceva il nome, e lui rispose solo: "E’ tuo adesso, chiamalo come ti pare.". Indicativo dell’amore che egli prova per le sue creature.
Insomma, divagazioni a parte, si, la sceneggiatura non è sto gran capolavoro, diciamo, ma si regge in piedi, tra superficialità, scene fini a loro stesse per giustificare un po’ d’azione, qualche buchetto, qualche fuori ritmo, qualche lungaggine (non so voi, ma l’inizio di questo film è uno dei più brutti inizi che abbia mai visto. C’erano mille altri modi più interessanti di inquadrare il periodo storico che quell’assurda scena di gare tra auto
), una storia diciamo non così esaltante, alla fine se la cava.
Quindi? Come mai non funziona questo nuovo Indiana? La mia impressione è che sia mancato proprio l’entusiasmo. Quella voglia di fare, quel ciclone di creatività che quando Lucas e Spielberg erano agli albori della carriera investiva tutto il cast tecnico e artistico. Ci sono troppe facilonerie. Spielberg è ormai un bambino viziato da un’industria multimiliardaria che non si può permettere di negargli più nulla. Speravo che avesse soddisfatto la sua voglia di chilometrici dolly verticali con "La guerra dei mondi", invece anche in Indy ecco che la telecamera parte dai piedi degli attori e vola via, sopra le nuvole, senza scopo, senza significato, senza motivo, talvolta carrellando o panoramicando qua e là, a caso.
Mi dispiace di aver scritto un articolo forse un po’ troppo cattivo su questo film. Alla fine dei conti è un bel filmetto d’azione, adatto a tutta la famiglia, che intrattiene degnamente per quel paio d’ore. Solo che manca quella sensazione di meraviglia tipica delle storie di avventura. Il desiderio, alla fine del film di essere Indiana Jones. Qui non si vuole essere Harrison Ford, ma nemmeno Shia LeBeouf, perchè i loro personaggi sono di passaggio nella mente. Nascono all’inizio del film e muiono alla sua fine.
Mi spiace, ma il risentimento è troppo forte. E’ Indiana Jones, cavolo. INDIANA JONES. Non ditemi che non si poteva fare di meglio.
***
Be kind rewind, invece, era un film che aspettavo al varco, armato di manganello. Il regista è Michel Gondry, autore di alcuni video musicali ("Everlong" dei Foo Fighters, per esempio) e soprattutto di quello che è in assoluto uno dei miei film preferiti: Eternal sunshine of the spotless mind ("Se mi lasci ti cancello", film di cui ho parlato innumerevoli volte qui sul blog). In Eternal sunshine, però, costui era sorretto dalla sceneggiatura-capolavoro del mio sceneggiatore preferito, ovvero Charlie Kaufman.
Il film successivo a quello è stato "L’arte del sogno", scritto da egli stesso, in cui avrebbe dovuto dare prova di cavarsela anche da solo, e invece non ha fatto, dato che trovo quel film davvero molto brutto e molto stupido.
Per fortuna, però, si è ripreso con questo Be kind rewind, commedia sulla passione del cinema con Jack Black e Mos Def. Ero già ben predisposto sia per via del cast (adoro Jack Black alla follia, e Mos Def mi è finora sempre rimasto piuttosto simpatico), sia per via dell’idea: due videonoleggiatori si ritrovano tutti i VHS smagnetizzati e cominciano a "maroccare" i film, ovvero a interpretarli loro stessi in cortometraggi realizzati alla buona.
Il risultato è ottimo: Gondry riesce a dare un omaggio al SUO cinema preferito con una commedia divertente e leggera dal retrogusto (e dal finale) amaro. Non cade nelle banalità che a mio avviso contraddistinguono "The Dreamers" (e adesso so già per certo che mi ritroverò un fiume in piena di pseudo intellettuali a dirmi che non capisco un cazzo di cinema. Può essere, chi ha mai detto il contrario? Basta che non mi rompete i coglioni
), porno di Bernardo Bertolucci che si rifugia in seghe mentali intellettualoidi per nascondere l’unico motivo dell’esistenza di quel film, ovvero una lezione di anatomia degli organi genitali con Eva Green come modello.
Non cade insomma in queste banalità ma parla invece di cinema come si dovrebbe SEMPRE parlare di cinema, ovvero con divertimento e allegria, voglia di relazionarsi e scambiare pensieri e creatività.
A questo punto, salvato Gondry dalla lista di autori da evitare, vediamo su cos’altro si metterà a lavorare, sperando comunque che si affidi nuovamente a uno sceneggiatore di mestiere, perchè Be kind rewind è si scritto piuttosto bene e scorre senza problemi, ma ha i suoi difettucci dovuti a ingenuità e inesperienza (e al fatto di essere francese, diciamo pure questo
).
Pubblicato il: giugno 1st, 2008 under Cinema & TV, Recensioni.
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Scripta Manent – Maggio
Duemilatre. Sono quattro anni, precisi precisi. Non molti, non pochi… Tutto, come al solito, dipende dalla prospettiva, dal punto di vista.
La prima parola che mi è venuta in mente, riaprendo la pagine del maggio 2003, è stata "fatica". Lunga è stata la strada, e aspra e forte. Combattutto ogni centimetro, sudato ogni traguardo, pagato e ripagato ogni debito. Ora sono qui, ben diverso da come ero quattro anni fa. E’ lampante, palese, basta leggere il primo post di questo blog, il primo vagito nella cosidetta "blogosfera", nell’era dell’ego digitale, della globalizzazione inarrestabile eppure combattuta, spesso senza sapere perchè. Ventuno anni. Ce li ha adesso Misbah. Chissà cosa avrà combinato lui tra quattro anni. Fossi in voi lo terrei d’occhio. Se non altro, posso dire di aver cominciato a tenere un blog in tempi non sospetti, ed averlo fatto per un buon motivo: l’amore per la scrittura. Il mio primo post parla proprio di questo.
Supereroi "reali", è il terzo post.
Il quarto è delicato. Parla di Kurt Cobain, in particolare dei suoi diari, stampati proprio quel mese. Ho un rapporto particolare con Kurt e la sua musica. Avrete notato che non ne parlo spesso, e se lo faccio lo faccio in maniera molto ermetica, quasi sempre tramite citazioni o testi di canzoni. Quando vedete roba di Cobain o dei Nirvana, vuol dire che sto male. Se vedete questa immagine, vuol dire che sto male.
In questo blog, quindi, Nirvana, Cobain e Jabberwock: male. Quel post quasi quasi lo cancello.
Mentre parlo del kung-fu, e dell’esame di cintura nera che non sapevo ancora non avrei dato, scopro finalmente Asimov, e la Fantascienza, quella vera, che non tutti conoscono e sanno ben classificare. Divenne presto uno dei miei quattro pilastri letterari.
Parlo anche di Matrix, di Animatrix, degli Zwan e della notte.
L’innovazione dell’anno sono i capelli lunghi. Simbolo di ribellione, di un cambiamento che non ero ancora riuscito a comprendere appieno. Ora invece li ho corti… Forse quel periodo è morto davvero.
Eternal Sunshine e Charlie Kauffman. Un film, mille perchè. Nessuno è riuscito a descrivere l’amore così precisamente come ha fatto lui, per quanto mi riguarda.
Anche Sofia Coppola parla dell’amore, e lo fa con il suo delizioso Lost in translation.
Carino questo post, dove mi stupisco di quella che sarebbe diventata, poco meno di un annetto dopo circa, una moda bella e buona… Che è tuttora in voga e in evoluzione. Anni dopo avrei persino partecipato ad un concorso per essere pubblicato su un libro simile, ironia della sorte.
Eterni rispetto e gratitudine a Douglas Adams.
Commissione, infine, viene proiettato. Se la fortuna ci assiste, forse a fine giugno, ad un anno di distanza, proiettiamo "L’ultimo giorno", terzo e ultimo capitolo della nostra personale saga sulla Vita e gli esseri umani.
Una catena di sant’antonio carina, per una volta.
Pubblicato il: maggio 31st, 2007 under Scripta Manent.
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Eternal sunshine of the spotless mind (di nuovo)
Mio dio.

Quanto è meraviglioso questo film?
Non riesco a ricordarmi un film che abbia inquadrato e descritto meglio l’amore…
E’ così, funziona esattamente così… Sai come finirà… Ma lo farai lo stesso. Perchè non conta la fine, ma quello che c’è in mezzo.
Non dovrebbe essere così anche la vita, in generale?
Dio.
Voglio essere come quest’uomo

Vorrei sapere come fa a scrivere in quel modo, vorrei leggere le sue sceneggiature. Se le trovate su internet ditemelo.
Voglio essere un genio.
Pubblicato il: maggio 7th, 2005 under Cinema & TV.
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The Eternal Sunshine Of A Spotless Mind
Eternal Sunshine Of A Spotless Mind. L’eterna alba di una mente senza macchia. Schifosamente tradotto in "Se mi lasci ti cancello", nuovo lavoro dello sceneggiatore Charlie Kaufman, autore dei contorti "Il ladro di orchidee" e "Essere John Malkovic", nonchè collaboratore allo screenplay di "Pensieri di una mente pericolosa" di Clooney.
Che dire? Solo un altro film, Big Fish, ha saputo prendermi il cuore dal petto e strizzarmelo fino a farmi piangere come questo film.
E dire che non credo sia questo l’obiettivo del film. O almeno non dovrebbe essere quello principale.
Eppure dentro il Joel di Carrey io mi sono ritrovato. Ho ritrovato la mia storia d’amore, con tutti gli errori, con tutti gli avvenimenti, con tutte le belle frasi, i bei pensieri, e quelle brutte e terribili.
Ho sofferto mentre Carrey nella disperazione si fa togliere dalla testa il ricordo del suo unico vero amore, e poi lotta disperatamente per evitarlo.
E a parte i contenuti, il lavoro di Kaufman, per la regia di Michel Gondry, è semplicemente stupefacente. Incredibile anche solo pensare come, in che diavolo di modo, si possa riuscire a scrivere una sceneggiatura secondo questa struttura annodata, e poi farla risultare però semplice e lineare, perfettamente cronologica. La raffigurazione dei ricordi, dei pensieri, i dialoghi… E’ tutto perfetto, è tutto armonioso… E triste, e allegro, e felice, e disperato…
Questo film è meraviglioso.
Pubblicato il: novembre 25th, 2004 under Cinema & TV, Recensioni.
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