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Finding Tanelorn

"

     Nel lontano settentrione [...] sorgeva Tanelorn, un'antica città solitaria, amata da coloro che vi trovavano rifugio e ignota in ogni città dei Regni Giovani.
     Tanelorn aveva una strana caratteristica: attraeva e accoglieva i vagabondi. Alle sue tranquille vie e alle sue basse case giungevano i disperati, gli infelici, i perseguitati, i tormentati, e lì trovavano la pace.

     Tanelorn aveva preso molte forme nella sua infinita esistenza, ma tutte quelle forme, eccettuata una, erano belle.
     Era bellissima, ora, con la dolce luce del sole sulle torri dai colori di pastello e sulle torrette e sulle cupole. E sulle guglie garrivano le bandiere: ma non erano bandiere da battaglia, perché i guerrieri che avevano trovato Tanelorn e vi erano rimasti erano stanchi di guerra.
     Era sempre esistita. Nessuno sapeva quando Tanelorn era stata edificata, ma alcuni sapevano che esisteva già prima del tempo e avrebbe continuato a esistere dopo la fine del tempo, ed era per questo che veniva chiamata Tanelorn l'Eterna.
     Aveva avuto un ruolo significativo nelle lotte di molti eroi e di molti dèi, e poiché esisteva aldilà del tempo era odiata dai signori del caos che più di una volta avevano tentato di distruggerla. [...]
     Coloro che dimoravano a Tanelorn non avevano devozione né per la legge né per il caos, e avevano deciso di non prendere parte alla lotta cosmica perpetuamente combattuta tra i signori dei mondi superni.
     A Tanelorn non c'erano né capi né sudditi e i cittadini vivevano in armonia, benché molti fossero stati guerrieri di fama grandissima prima di giungervi.

[...] Avrebbero potuto abbandonare Tanelorn alla sua sorte, ma non volevano; perché Tanelorn la Misteriosa aveva conferito a tutti un'energia segreta che ognuno credeva esclusivamente sua, una forza che li colmava mentre prima erano stati uomini svuotati. Egoisticamente, rimanevano: perché lasciare Tanelorn alla sua sorte avrebbe significato ridiventare vuoti, e questo era ciò che più temevano tutti.

"

La saga di Elric di Melnibonè, Michael Moorcock, 1963-1977

La vacuità dell’aver ragione

"

[...] A volte mi sembra solo di aspettare di vedere chi aveva ragione e chi torto.
Ma anche se viene fuori che avevo ragione io, cosa ci guadagno?
Dunque? Provare il brivido di restare ai confini dell'Universo a dire "Visto? Avevo ragione io"?
No, preferisco starmene in disparte.

"

il Diavolo, in Sandman (n°20 ed. Planeta), Neil Gaiman.

Le tessere del domino

(*)

     Non so dire esattamente perché, dato che all'epoca avevo sette anni e ben poca possibilità di capire cosa stava succedendo, ma la caduta del muro di Berlino è uno dei momenti storici che mi emozionano di più. Lo sento vibrante di valori e speranze, un'eco radiante che squarcia le nubi della disperazione.

     Il muro è una metafora, una delle più semplici: un muro divide. Il muro di Berlino divideva in molti modi. Era una metafora "vivente", "incarnata". Il muro era lì per l'esatta funzione che svolge anche nel suo ruolo di metafora universale.

     Farlo cadere è un'altra metafora. Sembra una scena da tarocchi. C'era della magia in quella sera del nove novembre di venti anni fa, una magia che permane nelle immagini e traspare anche riguardandole oggi.
     Le metafore sono idee. Le idee si incarnano ogni volta che sono abbastanza forti e sostenute da abbastanza persone. L'idea di Dio E' Dio. La metafora di libertà che l'abbattere un muro rappresenta E' la Libertà. Incarnata.

     La scelta del monumento costituito da tessere del domino da far poi cadere è un'idea meravigliosa, perché anche i pezzi del domino che cadono sono un'altra metafora.

"Ecco i pezzi qui schierati, in una perfetta linea. Completo, si può afferrare infine il disegno, l'importanza loro.
[...] Non è sublime? Non è semplice, ed elegante, e rigoroso?
Che strano che, dopo la fatica dei preparativi, occorra solo poco sforzo e meno ancor pensiero a innescare questo breve svago nella sua precipitosa corsa.
Un solo tocco e null'altro, e cadrà tutto al suo posto.

Mai i pezzi percepiscono quanto noi il danno a cui tenta la loro disposizione: quelle code flemmatiche, rispettose della legge, cariche di catastrofe, ignare di fronte all'onda scatenata dal crudele fato.
Sono colpiti più degli altri, ma comprendono di meno.
[...] Poveri miei piccoli. Dritti in piedi coi numeri su quei volti spenti, scialbi, indifferenti. Norimberga in miniatura, fila d'uomini di legno tinto… Povere tessere del domino.
Quanto c'è voluto a costruire il vostro elegante impero e ora, allo schioccar di dita della Storia…

… Ora cade."

     Cade il muro, cadono le tessere del domino. Cadono i dittatori e cadono i regimi. Si distrugge per ricostruire. Si ricostruisce per ricordare e, talvolta, anche si distrugge, per ricordare.
     Siamo noi le tessere del domino. Tutti quanti partecipiamo ad un disegno più grande, che probabilmente non possiamo comprendere.

     Questa commemorazione del ventennale della caduta del muro di Berlino è bellissima, e mi emoziona tanto. Non la dimenticherò.

§

     *Nota triste a margine: notate la risma dei presentatori del tg dell'epoca, e la qualità del servizio. "Così il muro di Berlino si è sbriciolato, come colpito da una fulminea fatiscenza". Notate la scelta accurata delle parole, il modo in cui risuonano. C'è persino della poesia, tra le righe. Notate il presentatore che guarda dritto in macchina, senza mai abbassare lo sguardo sui fogli, o spostarlo lateralmente sul gobbo. Ascoltate il suo tono, il modo in cui pronuncia le parole, comprendendole, condividendole. Non troverete cose del genere nei tg odierni. Tutto è andato perso.
     Eppure, parliamo di soli venti anni fa, nemmeno un battito di ciglia nella storia dell'uomo.

Dell’uomo e dell’arte.

     Voi e io amiamo le persone comuni; noi, invece, ci amano perché vedono in noi degli uomini straordinari. [...] Nessuno vuole amare in noi l’uomo comune. Ne consegue che se domani non fossimo che comuni mortali agli occhi dei buoni conoscenti, tutti cesserebbero d’amarci e ci compatirebbero. E questo è un male. E’ un male anche che amino in noi quello che sovente noi stessi non amiamo e non stimiamo.

Anton Cechov, 1888, da "Senza trama e senza finale", Minimum Fax 2002

     La memoria è una cosa complessa e strana. Dovrei sforzarmi per dirvi ora cosa ho mangiato esattamente a pranzo un paio di giorni fa, ma ricordo distintamente alcuni "stralci di vita" dell’infanzia, come se stessero succedendo adesso.
     Ad esempio, ricordo una conversazione con mia mamma: le chiesi cosa fosse un "mito".
     "Un mito è una persona molto famosa che ha fatto delle cose talmente importanti che è entrato nella storia", mi disse più o meno. Un po’ stava semplificando per spiegare una cosa del genere ad un bambino di 4 o 5 anni, un po’ mancava di prospettiva storica e di lessico. Con una frase del genere uno va a pensare, che ne so, ad Alessandro Magno o Napoleone o Garibaldi… Ma credo che mia mamma, nella sua testolina, intendesse dire piuttosto "immaginario collettivo" invece di "storia". Il che spiegherebbe i nomi di esempio che mi profuse subito dopo la definizione: Donna Summer, i Rolling Stones, Madonna, David Bowie…

… Michael Jackson.

Cronaca.

     E’ scritto praticamente ovunque quindi riassumo velocemente: Michael Jackson è morto. Inizialmente si è parlato di infarto, ora sembra che infarto non sia stato, ma avvelenamento da farmaci e/o droghe. Si è detto che c’entra il medico curante, poi si è detto che non c’entra, si è detto che è stato un omicidio, un gomblotto, che è andato sull’isola caraibica dove vivono anche Elvis, John Lennon, Kurtino mio e pochi altri eletti, e poi si è di nuovo smentito tutto. Un’autopsia è già stata fatta, si stanno aspettando i risultati di una seconda, e poi i test farmacologici che avranno il responso tra sei settimane circa.

     Chi è Michael Jackson non sto a spiegarlo qui: non basterebbe lo spazio, io non sono un esperto, e wikipedia sta lì apposta.
     Potrei però ricordarvi che è stato anche invischiato in un appiccicoso processo per pedofilia, e che ne è uscito patteggiando per un totale di 22 milioni di euro circa (è stato poi assolto nel 2005 da ulteriori accuse di pedofilia perpetrate da altri individui).
     Oggi, dopo la sua morte, Jordan Chandler, che è il bambino che ha testimoniato di essere stato molestato da MJ, confessa e dichiara che non era vero nulla e che aveva detto quello che ha detto perchè pilotato dall’avido padre Evan per estorcere denaro a MJ (fonte).

Secondo me.

     Difficile capire quale sia la verità, e con questo mio post spero di arrivare a concludere che in realtà non importa. Restano i dubbi leciti: perchè un uomo innocente tira fuori 22 milioni di euro (che non erano noccioline nemmeno per MJ, eh) per patteggiare un’accusa di cui sa di essere innocente? Potrebbe la famiglia Chandler continuare a marciare su questa cosa, ad esempio vendendo per altri bei soldoni l’esclusiva di questa nuova dichiarazione? Ed è vero anche il contrario, cioè: perchè un genitore, il cui figlio ha subìto un abuso, si accontenta di un indennizzo in via extra-giudiziale rinunciando a vedere colui che ha compiuto tali molestie in carcere per il resto della vita?

     Ricordo un documentario su MJ del 2002. Un giornalista lo intervistava dentro casa sua, l’incredibile villa chiamata Neverland ("L’isola che non c’è" di Peter Pan). Mi rimase impressa la stupefacente e abissale differenza tra l’MJ sul palco di uno dei suoi concerti e l’MJ domestico. Due persone diverse. Così come MJ cantando e ballando sembrava essere un Dio sceso in terra, sicuro di sé, forte, determinato, l’MJ rinchiuso dentro le quattro mura casalinghe appariva assolutamente fragile e timido, insicuro, vulnerabile. Un bambino, né più né meno.
     Per questo, è difficile per me credere che fosse un pedofilo, almeno, non nel senso che si attribuisce comunemente al termine.
     La sindrome di Peter Pan non è citata nell’elenco dei disturbi mentali, e forse quindi non è davvero una disfunzione psicologica "ufficiale", ma esistono casi documentati e credo che MJ ci rientrasse alla grande; l’alternativa è che abbia recitato una parte per tutta la sua vita e sinceramente mi pare poco probabile.
     Di conseguenza, il mio parere è che MJ fosse pedofilo (che letteralmente, dal greco, significa "che ama i bambini") non perchè voleva scoparsi dei bambini, ma perchè essendo un bambino lui stesso, erano per lui la compagnia ideale. Non so, me lo immagino a letto che si abbraccia un bambino come se fosse un orsacchiotto. Non che non sia un’immagine agghiacciante comunque, intendiamoci, ma la violenza sessuale è un’altra cosa.

Dell’uomo e dell’arte.

     Come i nodi vengono al pettine, ecco che dalla cronaca affiorano i dilemmi morali.

     Come si può giudicare Michael Jackson?

     Umanamente, non era un esempio di sanità, sia mentale che fisica: fobie, ossessioni, idiosincrasie, ipocondria, manie, disturbi mentali… Eccessi di ogni tipo, fino alla camera iperbarica in cui è stato costretto a dormire negli ultimi anni per non cadere – letteralmente – a pezzi.

     Eppure, tutto viene ampiamente equilibrato dal Jackson artista. Oltre all’inoppugnabile fatto di essere stato un simbolo di genialità, stile e musicalità – quello che mia madre definì come "mito" – per oltre un ventennio, MJ è stato promotore di tante iniziative umanitarie e filantropiche, come "We are the world" o "Earth song" (i titoli delle canzoni che hanno accompagnato le relative iniziative di propaganda e raccolta fondi).

     Le reazioni di internet (e del mondo offline) alla morte di MJ sono state sostanzialmente di due tipi, cioè gli archetipi classici del promotore e del detrattore. Come ho già scritto altre volte, a me gli estremi infastidiscono. I promotori assumono MJ al Paradiso senza dubbio alcuno, ma evitano di parlare del discorso pedofilia se non per linkare l’articolo con la dichiarazione di Jordan Chandler. I detrattori con altrettanta fretta liquidano l’argomento con un lapidario "un pedofilo in meno al mondo".
     Entrambi i comportamenti mi mandano in bestia, perchè rispecchiano superficialità e ignoranza, talvolta arroganza.
     E’ arrogante pensare che MJ sia stato casto e puro solo perchè ha scritto delle canzoni che ci hanno cambiato la vita, esattamente come è arrogante pensare che in un’ipotetica "bilancia cosmica della giustizia" la pedofilia pesi più del resto, perchè affermarlo significa non tenere conto dei sentimenti altrui.
     Ognuno ricorda MJ per quello che gli ha dato o non gli ha dato. Non c’è alcuna bilancia cosmica della giustizia, solo tante bilance personali, tutte tarate secondo le proprie coscienze, esperienze e senso di giustizia.

     Quello che questi manichei personaggi non arrivano a capire, è che bisogna sempre scindere l’uomo dall’artista.

     Bisogna farlo perchè altrimenti nell’umanità non si salva nessuno. Nessuno. Ricordo quella vecchia catena e-mail di Churchill e Hitler, ma gli esempi si sprecano, dagli autolesionisti come Charles Bukowski o Van Gogh, a quelli che danneggiano anche gli altri, come Varg Vikernes dei Burzum. Un caso recente è stata la diatriba sul blog di Dan Simmons, che incita a odio e sospetto razziale (qui il topic su anobii).
      Sapere che Dan Simmons è uno che denuncia senza pensarci un secondo una studentessa palestinese solo perchè si è indignata ad alta voce davanti alle immagini della strage di Gaza, rende Hyperion un libro più brutto? Leggerlo con questa nuova consapevolezza ne peggiora lo stile? Lo fa perdere in originalità?
     No, direi di no.
     E allora forse sarà il caso di fare mente locale e sforzarsi di scindere l’uomo dall’artista, perchè come chiosa Cechov nella citazione in cima a questo post, la gente comune ama la gente di fama perchè la considera straordinaria, ed il pericolo è di arrivare ad amare cose che loro stesse non amano.
     Gli artisti rimangono straordinari finché si sa poco di loro, finché ci limitiamo a leggerne i libri, ad ammirarne i quadri o le sculture, ad ascoltarne la musica. Ce ne costruiamo un modello mentale falsato, perché basato su una percezione limitata, una prospettiva sbagliata. Quando scopriamo che anche loro non sono altro che poveri, mortali esseri umani come noi, la reazione dei promotori è negare tutto il male che potrebbero aver fatto, quella dei detrattori è limitarsi ad evidenziarlo, dimenticando il resto.

     Non si deve per forza riassumere tutto in un’unica parola. Gli esseri umani sono complessi, la loro psiche lo è, e l’arte e il genio sono cose che tutt’ora la scienza non sa spiegare in modo soddisfacente (ci riesce in parte la magia, ma è un altro discorso). Quindi, evitiamo di trarre conclusioni definitive, perchè di definitivo non c’è granché, nel nostro Universo. Limitiamoci a giudicare, se proprio dobbiamo, due levamenti di un’unità che sono completamente diversi tra loro: l’uomo e l’artista.

     Se il Michael Jackson timido e fragile molestava bambini, condanniamolo senza riservargli un trattamento speciale, ma come condanneremmo chiunque altro.

     Se il Michael Jackson forte e determinato ha dato tanto alla musica, allo stile e all’arte per oltre vent’anni, se ha aiutato tante persone a credere in loro stesse, se ha fatto opere di carità su larga scala, prendiamone atto.

     Ricordiamo però entrambe le cose, con il beneficio del dubbio per entrambe.

     Non è difficile, basta fare un lungo respiro con gli occhi chiusi, lasciar scivolare via ogni tipo di pregiudizio e – ok, questo forse è un po’ impegnativo – accendere il cervello e mettersi a cercare una logica che forse, dico forse ma non lo intendo, è nascosta un po’ più in profondità di quanto si pensava.

Ti sembra strano?

"

     Sai, qualche volta ho desiderato morire, ma ormai sono andato avanti per tanto tempo che non lo desidero più.
     Voglio soltanto trovare il mio posto.
     Ti sembra strano?

"

Joe R. Lansdale, La notte del drive in 3, Einaudi stile libero.