Sarà un mago Saramago?
Mi parlò di "Cecità" la prima volta Leandro, un collega del mio primo lavoro, parliamo quindi di 2001, 2002. Mi descrisse l’ambientazione a grandi linee e mi raccontò degli estratti che l’avevano particolarmente colpito. Immediatamente, colpirono anche me. Non lo lessi allora, tuttavia.
Non lo lessi nemmeno negli anni successivi, nonostante mi imbattessi di continuo in commenti dal positivo all’entusiastico al suo riguardo. Come mai? Vattelappesca. Potrei dire, in maniera misticheggiante, che non mi sentivo pronto. Che sapevo che Saramago era un autore da leggere attentamente, da sviscerare, che richiede impegno per essere capito come si deve. L’istinto ancora una volta mi consigliò bene. Fortuna che l’ho letto adesso, e non allora.
Penso che di "Cecità" si possa parlare pressochè all’infinito. La maggior parte delle critiche, recensioni e commenti sottolineano come Saramago indaghi sull’uomo e sull’anima. Commenti che mi stimolano una riflessione: nessuno ha mai scritto altrettanto per i grandi scrittori della Fantascienza. Eppure, un commento come quello che Carlo Bo ripete sulla copertina dell’edizione Einaudi ("un viaggio dentro l’uomo, una favola, una metafora della nostra condizione umana") è ESATTAMENTE quello che la Fantascienza si è sempre proposta di fare. Per l’appunto, se vogliamo seguire le mode moderne di etichettare meticolosamente tutto quello che riusciamo, Saramago tecnicamente rientra proprio in quel genere lì: la Fantascienza. Non neorealismo, non mainstream, Fantascienza. Con la "F" maiuscola.
Dico sempre che la Fantascienza non è un genere, ma un’ambientazione. Una convenzione fittizia ma coerente di luoghi in cui si può costruire un qualsiasi tipo di storia, che a sua volta può essere di qualunque genere. Saramago in "Cecità" supporta la mia affermazione.
Ho letto di recente una frase sulla differenza tra fantasy e fantascienza che al contempo definiva anche perfettamente la Fantascienza, solo che non ricordo assolutamente di chi era o dove diavolo l’ho letta. Era comunque molto simile a questa di Rod Serling: "la fantasy è l’impossibile reso probabile, la fantascienza è l’improbabile reso possibile".
La ritengo perfetta perchè al contrario di molti altri autori e critici della fantascienza non si perde in seghe mentali sulla condizione dell’uomo, o sull’obbligo dell’ambientazione futuristica, o sulla necessità che il plot si indentifichi in un dilemma scientifico e la sua soluzione. L’improbabile che diventa possibile, e questo è quanto.
La possibilità che la popolazione di un intero paese diventi completamente cieca nel giro di qualche giorno è una su novantasette miliardi? Ma non è impossibile, è solo molto molto improbabile. Saramago descrive questa situazione, che diventa possibile, e di fatto quindi scrive di Fantascienza.
Poi però, si disinteressa completamente della vicenda. Non spiega da dove diavolo è saltata fuori questa specie di malattia, o come si propaga, o come si cura, se si può prevenire, eccetera. No, è solo la situazione che gli serve per mettere in funzione il meccanismo narrativo del "What if".
Ecco quindi la trama di "Cecità": cosa faremmo se divenissimo improvvisamente tutti ciechi?
La scrittura di Saramago è la sua solita, ovvero, immagino, quella che gli è valso il Nobel per la letteratura nel 1996: punteggiatura ridotta all’osso, in un eterno procedimento a togliere, e discorsi diretti separati solamente da una virgola.
Questo stile che potrebbe apparentemente sembrare un flusso di coscienza è in realtà la maniera più efficace per simulare la velocità dell’elaborazione dei pensieri. Leggendo "Cecità", infatti, si ha la netta impressione non di star leggendo un libro, ma di star pensando alla vicenda noi stessi, in prima persona. E’ la prima volta che mi capita una cosa del genere, è stato davvero incredibile.
Saramago è – come ci si aspetta dal grande autore che è – pienamente cosciente di questo effetto, e lo potenzia usando un narratore esterno onnisciente che parla della vicenda in maniera eccezionalmente fredda e distaccata, usando per di più un lessico aulico e preciso, in assoluta contrapposizione a quello dei dialoghi dei suoi personaggi.
L’effetto finale, ottenuto con queste due tecniche combinate, è quello di far vivere al lettore non un’avventura immaginaria, non un romanzo, ma una vera e propria cronaca, come se il fatto fosse realmente accaduto o, ancora di più, stesse accadendo proprio in questo momento da qualche parte nel mondo.
Da brividi, non c’è altro da aggiungere.
E ora aspettiamo al varco il film tratto dal libro, appena uscito da Cannes con una trafila di critiche. Si tratta di un caso simile a "Profumo", ovvero non è tanto difficile adattare la storia del libro al cinema, quanto il suo più intenso e intimo significato. E poi a me Julianne Moore fa cacare.
***
Chiamatela coincidenza, ma c’è una parte in questo libro che parla esattamente di quello che dicevo nel post precedente. E posso aggiungere alla mia collezione di immedesimazioni bislacche anche quella in una vecchina dal carattere terribile che vive in poco meno di un immondezzaio, mangiando carne cruda e sguazzando nelle proprie feci. Finchè vive sola e non ha metro di paragone, tutto diventa accettabile in nome della sopravvivenza. Appena però ristabilisce un contatto umano, tutto le diventa insopportabile. Come finisce leggetevelo da voi.
Pubblicato il: maggio 17th, 2008 under Libri & Fumetti, Recensioni.
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Scripta Manent – Settembre
2004
Ritrovo una storia scritta a mano, come mi capitava spesso in quel periodo, scritta da cani ma pregna di sensazioni e significati nascosti. Non le ho messe nemmeno in evidenza perchè sono davvero degli esperimenti buttati lì. In ogni caso, sono i primi esperimenti di scrittura che abbia mai fatto, quindi se cercate bene li trovate (nella solita sezione).
Sbavo pensando a cosa mi aspetterà al cinema di lì a poco. In realtà le soddisfazioni saranno molte meno di quelle che credevo… Il nuovo Burton mi regalerà una doppia delusione: totale nel caso della Fabbrica di cioccolato e parziale nel caso della Sposa Cadavere; delusione anche da parte di Spielberg, che speravo avesse trovato una nuova formula magica, visto che mi aveva fatto innamorare del suo "Prova a prendermi", e invece era stato solo un picco nella sua altalenante carriera. Il film di Miike e Kitano poi non so che fine abbia fatto. Di sicuro sarà passato in sordina in Italia, e io mi sono dimenticato di andarmelo a cercare. Vedrò di rimediare con tre anni di ritardo, va.
Per fortuna a riequilibrare la situazione uscirono anche i secondi capitoli dei Pirati dei Caraibi, di Spiderman e di Shrek, poi Neverland, Hellboy e soprattutto Il castello errante di Howl. Era anche il periodo in cui si poteva vedere il cast definitivo della Guida Galattica, film che ancora non riesco bene a catalogare, troppo affezione per i libri per giudicarlo obiettivamente.
Leggo Nausicaa della valle del vento, l’unico manga disegnato dal maestro Hayao Miyazaki, e rimango folgorato.
Gli dedico un post che mi piace ancora e mi pare interessante, ma che riceve pochi commenti, mentre speravo desse il "la" per cominciare una bella discussione. Certo che quando vi ci mettete siete proprio stronzi. ;__;
Finisco il mese con un riassunto della vita precedente, da cui si evince che mi sto per avvicinare al fatidico momento in cui entrerò in contatto, pur superficialmente, con il mondo del cinema. E tra poco potrete vedere il terzo cortometraggio che ho scritto, da quel giorno in poi.
2005
Boccio Madagascar e promuovo Hazzard. La dimostrazione di come l’amore può morire, ma l’odio no. Ipotesi scientifica elaborata da me stesso medesimo riguardante l’età metafisica. Infine, come anticipato dall’anno precedente, la recensione delusa de La fabbrica di cioccolato di Tim Burton.
2006
Escursione a Mirabilandia con Dam (a.k.a. Blacksun). Rappresenta la mia unica vacanza di quell’anno.
Una poesia (?) assurda, uscita dalle viscere non so bene come. Non chiedete, non vi saprei rispondere.
Una delle poche critiche alla Chiesa e alla religione che mi sono permesso di fare. Roba che scotta questa, mica mi sbilancio sempre così tanto. Dev’essere Ratzinger che mi ispira. Quell’uomo è riuscito a tirare fuori più stronzate nel poco tempo in cui è stato nominato Papa di quanto abbiano saputo fare tutti i suoi predecessori messi insieme.
La notizia del quarto impianto mondiale di un arto bionico. Gli arti bionici rappresentano una mia malattia mentale.
Commissione diventa disponibile per il download. A breve, quasi ad un anno preciso di distanza, il terzo capitolo della nostra saga contestuale.
La recensione tra il deluso e l’incazzato di Profumo, film che aspettavo trepidante e di cui avevo molta paura, avendo amato alla follia il libro. Il film è passato questo mese su Sky, dateci un occhio.
Pubblicato il: settembre 27th, 2007 under Scripta Manent.
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Scripta Manent – Luglio
La mia giornata tipo quando "lavoravo". Adesso è più o meno uguale, solo che ogni tanto ho davvero del lavoro da fare e il viaggio casa-lavoro dura mezz’ora.
Per fortuna smetto questo mese.
Saltando a piè pari diversi post deliranti e sintomatici di depressione, arriviamo a dire che mi compro la macchina nuova, la mia cara Yaris Bluetooth verde. Ancora devo finire di ripagarla a mio padre.
Un illuminante post sull’illuminazione: la knurdezza di Pratchett!
Pensieri sull’orlo dell’apocalisse (personale). Altri ancora. Finiamo di girare "Commissione" (che troverete a settembre nel dvd allegato alla rivista "Best Movie"). Oh, altri pensieri. Mi sembra di non aver fatto altro, negli ultimi due anni.
Post ruggente contro Pamplona e la sua assurda tradizione. Con informazioni accurate sullo svolgimento e le regole della… Corsa? Gara? Competizione? Gran Cazzata?
Cominciano ad uscire le prime indiscrezioni sul film de "Il Profumo", letto un mese prima e di cui ero già profondamente innamorato. Il film si rivelerà piuttosto deludente.
L’Afelicità.
Pubblicità pro-Brendon, il fumetto di Claudio Chiaverotti.
Pubblicato il: luglio 11th, 2007 under Scripta Manent.
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Profumo: odio avere sempre ragione.
Eh, dura la vita di chi ha sempre ragione.
Vabbè… Sboronate a parte, parliamo di questo film… Ve l’avevo accennato quali erano i miei timori. Si sono rivelati fondati.
Prima di tutto, è bene precisarlo:
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L’attore per Grenouille è perfetto: anonimo ma con un volto particolare, scialbo o inquietante a seconda delle occasioni. I luoghi sono ricreati ad arte, un plauso agli scenografi: la sporcizia e la puzza, elementi chiavi della storia, sono resi concretamente meglio di quanto mi potessi aspettare. Lo stesso dicasi per i costumi e per la fotografia. E bon.
La regia è buona, e a Tykwer va riconosciuta un’ottima idea: i dettagli montati veloci per dare l’idea dei profumi. Funzionano perfettamente e danno quel tocco di malattia mentale che nel libro è palese. Le inquadrature, i tagli e gli effetti sono quasi sempre efficaci, non si può proprio dire che non abbia fatto un buon lavoro.
Quello che non funziona per un cazzo, e che invece purtroppo era la PRIMA cosa che doveva funzionare, è la sceneggiatura, tra l’altro scritta a sei mani. Vediamo chi l’ha scritta… Uhm… Lo sceneggiatore più "professionista" sembra essere Andrew Birkin. Ha scritto la Giovanna D’arco con Milla Jovovic; per il resto ha lavorato su film tedeschi, principalmente per la TV. Quello che ci ha messo lo zampino commerciale è probabilmente Bernd Eichinger, che infatti figura nel mondo cinematografico principalmente come produttore (indovinate di cosa? Esatto, film e serial per la TV tedesca!). L’ultima coppia delle sei mani sono dello stesso regista, Tom Twyker ("Lola Corre").
Durante il mio primo anno al corso di scrittura creativa e sceneggiatura, il mio maestro, Nicola Zavagli, si soffermò un bel pò sul Narratore Esterno, le voci fuoricampo e altri trucchi del genere. Sono strumenti pericolosi, nati più per la letteratura, che è arte d’immaginario, che per il cinema, che è arte visiva. Lo sceneggiatore, se ne abusa e se non ne ha il pieno controllo, rischia di vederli ritorti contro la sua stessa opera.
E’ quello che è successo in questo caso.
Prima regola del Narratore Esterno
MAI, MAI, MAI, PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO il narratore esterno deve commentare quello che sta succedendo sullo schermo. E’ artisticamente una ripetizione, tanto poco tecnicamente professionale quanto fastidiosa per lo spettatore, pur cinofobo.
Regola uno infranta più volte nel corso de "Il profumo".
Seconda regola del Narratore Esterno
se si opta comunque per il narratore esterno, che il suo commento sia omogeneo e ben presente, per tutta la durata del film, in modo da creare un continuum narrativo.
A metà de "Il profumo", il narratore scompare nel nulla, per fare capolino alla fine del film. Seconda regola infranta.
Terza regola del Narratore Esterno, che però è più un consiglio: un narratore onnisciente che non si vede mai in faccia è poco consigliato, in quanto trova le sue origini, come già detto, nella pura letteratura, ed è poco adatto al cinema. Meglio usare un narratore visivo, che può essere uno dei protagonisti della storia (ad esempio si poteva optare per un racconto in prima persona di Grenouille, che avrebbe potuto chiarire ed espandere anche i motivi delle sue azioni), ma anche, all’estremo, un narratore completamente estraneo alla vicenda, ma che comunque compare nel film interpretato da un attore.
Niente da fare, il trio letterario de "Il profumo" se ne sbatte anche di questo consiglio e piazza il doppiatore di Christopher Lee a leggere pari pari interi estratti del libro di Suskind.
Il narratore spesso e volentieri dà proprio fastidio, viene voglia di strozzarlo. Fosse solo questo il problema della sceggiatura, potremmo accettarlo. Il fatto è che proprio tutto l’adattamento non riesce a stare dietro al romanzo di Suskind. La maggior parte dei dialoghi è trasportata pedissequamente dal libro, per cui tutto scorre tranquillamente, finchè non si cozza contro le scelte fatte dagli sceneggiatori. Battute fuori luogo, in un paio di casi quasi anacronistiche, spezzano le sensazioni che Suskind aveva dato, azioni male interpretate e forzatamente modificate senza apparente motivo smorzano o accellerano il ritmo originale, creando climax o noia dove non ci dovrebbe essere l’uno o l’altra.
Perchè far "soffocare per sbaglio" (soffocare per sbaglio… Voglio dire… Già solo a leggerla, sta frase, vien da ridere, essù!) la prima ragazza, quando nel libro è così efficace, nella sua cinica freddezza, Grenouille che le spezza il collo appena lei si accorge della sua presenza?
Perchè introdurre leggende egiziane per rendere concreta in tutti i modi la ricerca ossessiva di Grenouille (la "nota nascosta" nella tomba del faraone -_____- ma per favore!)?
Perchè non tagliare la parte più introspettiva del romanzo (l’esilio auto imposto di Grenouille), se non si ha la più pallida idea di come girare quella scena? E mi mangio le mani, se penso che questo film l’avrebbe voluto girare Kubrik… Pensate a quella parte girata con la struttura registica della scena finale di "2001 odissea nello spazio", quella nella stanza bianca, come sarebbe venuta…
Perchè far trovare i corpi delle giovani PRIMA che Grenouille abbia potuto completare il profumo perfetto, auto-obbligandosi a girare un raccordo in cui si scopre che Grenouille riesce a stipare in una borsa a tracolla un intero alambicco per la sublimazione dei profumi dal grasso animale? -___________-
Perchè, per una volta che si entra nella testa di Grenouille, si scopre che lui avrebbe desiderato trombarsi la prima ragazza che uccide? Ma manco per un cazzo, il significato di quella scena è tutto travisato! Porca troia, Grenouille, in piedi in mezzo all’orgia, scopre di ODIARE IL GENERE UMANO, capisce che a lui l’essere amato non potrà mai dare tanta soddisfazione quanto l’essere odiato! Perchè dovrebbe pensare a scopare le sue vittime?! Rileggetevi il brano, se non ce l’avete in mente.
Insomma, di errori grossolani ce ne sono, e pure tanti. Alcuni tagli, invece, son stati benvenuti. La prima nutrice, il trasferimento di Baldini nella nuova dimora che diventerà la sua tomba, lo scienziato che ripulisce Grenouille dopo i sette anni di esilio, alcuni tagli nei movimenti della gente a Grasse, giovano all’economia del film, che già così non sia un campione di brevità.
Alla fine, insomma, cosa abbiamo tra le mani? Un bel film, ben girato, visivamente efficace, con una storia che -autonomamente- funziona, ma che non ha senso di esistere senza il libro, dato che in nessuno modo riesce a ricalcarne l’essenza.
Una ragazza, due file dietro di me, al cinema a film finito, ha commentato: "Ma non ha ne capo ne coda". Come darle torto? Il film senza aver letto il libro non ha effettivamente senso.
In breve: chi si vede il film senza aver letto il libro, si sciupa quasi totalmente il gusto che potrebbe avere nel leggerlo, visto che viene privato della storia e della trama.
Per fortuna, nel libro Suskind ha messo ben altro che una semplice "storia di un assassino" (sottotitoli italiani. Bleah. -_____- ).
Pubblicato il: settembre 29th, 2006 under Cinema & TV, Recensioni.
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Il film de Il Profumo
Va, ho fatto appena in tempo a leggerlo…
Tom Twyker (Lola Corre
) ha girato il film tratto da "Il profumo", l’inquietante romanzo di Patrick Suskind che aveva già ispirato Kubrik e Kurt Cobain.
A interpretare il caro Grenouille è un niubbo di nome Ben Whishaw, mentre il profumiere Giuseppe Baldini è affidato a Dustin Hoffman.
Nel cast anche Alan Rickman, nella parte di non so chi.
Mah, speriamo bene. Per cogliere l’essenza del romanzo sinceramente non so se sarebbe bastato persino il caro Kubrik, figuriamoci sto sfigato tedesco. Stava per girarlo Ridley Scott, comunque… Magari c’è andata bene.
Esce a Dicembre.

Pubblicato il: luglio 10th, 2006 under Cinema & TV.
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