Leary, il sacerdote delle acque amare
È estremamente difficile, per me, parlare di questo libro ora.
L'avessi letto due o tre anni fa, sarebbe stato semplicissimo: a quest'ora starei saltando di gioia con le lacrime agli occhi, digitando frasi come "questo libro è stata una rivelazione" "il futuro è questo" "l'umanità non è perduta" "l'ultima speranza per l'essere umano" "Timothy Leary è un genio e l'LSD è la Via". Tutte cose che la gioventù hippie ha ampiamente già fatto, insomma. E vi ricordo che io odio gli hippie e quella generazione che ritengo così vuota e ipocrita. Però, dopo aver letto Il Gran Sacerdote, alcune reazioni adesso le capisco. A maggior ragione, dopo due anni di meditazione riesco anche a immaginare cosa può provare una persona "normale" quando prende l'LSD. E la non sopportazione per i figli dei fiori (di cui abbiamo una diapositiva) scema un pochino.
Valore letterario
Come giudicare questo libro? È troppo denso (quasi 400 pagine, con "doppio testo", dato che affiancata al testo principale è presente una seconda colonnina con articoli, ritagli, citazioni varie che integrano il testo in maniera estremamente confondente), troppo stratificato; parla di tutto e di più, affrontando spesso argomenti complessi con superficialità, e argomenti superficiali con complessità. Tocca necessariamente scindere il giudizio in più parti.
Che dire quindi del suo valore puramente tecnico-letterario? È un'opera che si allinea palesemente con altri capolavori del flusso di coscienza, ma non tanto dalle parti di Joyce quanto piuttosto dei grandi "scrittori-poeti-visionari-profeti" moderni come Allen Ginsberg o (soprattutto) William S. Burroghs (il cui cut-up è molto presente all'interno del libro, infatti). E oltre a questi, nel resoconto di Leary figurano altri nomi altisonanti come Ralph Metzner, Richard Alpert, Aldous Huxley (il cui le porte della percezione è il gemello sotto mescalina de Il gran sacerdote).
I paroloni sono mescolati in un'estasi artistico-mistica con tecniche poetiche, citazioni letterarie, articoli di giornale, koan zen, sentenze dell'I-Ching. Nel calderone Leary getta autobiografia, nonsense, parabole sacre, metafore più o meno azzardate e quant'altro, cercando di ammantare il tutto con uno stile sublime, superiore, estatico, ma che rivela continuamente la sua natura posticcia. Leary è abile con le parole, ma è anche ostentatamente prolisso. Giammai taglia una parola, quando piuttosto potrebbe aggiungerne una. Il suo intento non è la sintesi ma l'incanto, l'ipnotismo. Diversi approcci per lo stesso scopo, ovvero la comunicazione, ma se un fattone anni '60/'70 non avrà problemi a sostenere la sua densa scrittura allucinata, un sobrio ricercatore dell'Essere potrebbe rompersi anche un po' le palle – quantomeno a tratti -.
E cosa ha da comunicare Leary con 'sì tenace passione?
La controcultura
"Pensa da solo e metti in dubbio l'autorità". E basterebbe questa frase per proclamare Il Gran Sacerdote il testo di riferimento per tutti i movimenti controculturali mai esistiti e che mai esisteranno. E infatti c'è chi l'ha fatto. Difficile dargli torto. Chiunque creda che l'attuale società umana abbia qualche problemino di ordine apocalittico, non può esimersi dall'acculturarsi con il Leary-pensiero.
Per quanto ignorante e disadatta, la rivoluzione hippie ha le sue radici in una sensazione di disagio che nasce soprattutto dal distacco dell'uomo con la sua vera, segreta natura; distacco che lo porta all'esaltazione dell'ego e a tutto ciò che ne consegue: società dei consumi, avvilimento dei principi morali, guerre, morte e distruzione.
Il Love Power è tanto sincero quanto ingenuo: si percepisce forse il bisogno di un cambiamento sociale radicale, ma non si ha la più pallida idea di come causarlo né tantomeno gestirlo, per cui la soluzione diventa rapidamente trombare nei giardini pubblici e scambiare soldi con perline colorate.
Leary, in questo contesto, è il Re orbo in un paese di ciechi. Medico psicologo, come Jung male si adatta alla rigidità dei metodi accademici. Percepisce che c'è qualcosa che va oltre la razionalità e l'intelletto, ma non riesce a metterla a fuoco. La risposta gli arriva di continuo a un palmo di distanza per poi sgusciargli via dalle mani. È profeta senza Dio, Cassandra priva di chiaroveggenza.
Poi scopre i funghi allucinogeni.
Le droghe
Fin da quando sono nato, i conti non mi sono mai tornati. A scuola mi spiegavano la logica aristotelica, ma poi inevitabilmente quasi mai la trovavo applicata alle meccaniche della vita quotidiana. Le mie domande mettevano spesso in crisi genitori e insegnanti. Le cose che piacevano ai miei amici nel migliore dei casi mi annoiavano, nel peggiore mi disgustavano. Provavo sensazione interne che non riuscivo a descrivere agli altri, un po' per mancanza fisica di parole adatte, un po' per incomprensione dell'interlocutore. È davvero comico lo sforzo con cui l'uomo oggigiorno cerca di ricondurre tutto alla scienza, alla razionalità. Come nega l'evidenza ricorrendo a immaginari sintomi di malattie e disfunzioni corporali inesistenti. Ma un bambino può controbattere fino a un certo punto la verità inoppugnabile che esce dalle labbra di un adulto. Le sue percezioni interne, che sarebbero ancora pure e oggettivamente reali, vengono relegate a un angolo buio dell'oblìo e piegate dalle costrizioni di quella che diventerà la sua prigione mentale per tutto il resto della sua vita.
Un disadattato è qualcuno che rifiuta questa imposizione, e ne paga a caro prezzo le conseguenze, quasi sempre fino alla morte. Io sono stato salvato da questo destino due anni fa.
C'è un anelito in ogni persona, una vocina fiebile e lontana, che urla disperata per attirare la nostra attenzione. Fin dall'infanzia ci viene insegnato come ignorarla accuratamente, ma a volte quella piccola energia compie uno sforzo straordinario e devia la strada sotto i piedi del suo umano sordo. Cerca con tutte le forze di portarlo sulla Strada Maestra, la via del risveglio della coscienza e dell'Illuminazione interna.
Ma noi siamo ridotti in condizioni davvero pessime, e quasi sempre, ormai, fraintendiamo persino questo chiaro messaggio.
Timothy Leary fu portato su quella strada sacra, e conobbe i piani di esistenza superiore grazie alla psilocibina dei funghi allucinogeni prima, e all'LSD poi.
Perché è vero: queste droghe sono davvero dei dilatatori di coscienza, ma compiono nel giro di una manciata di ore quello che l'essere umano dovrebbe compiere autonomamente nel corso della sua intera esistenza, o anche oltre. Sono la corsia veloce, la scorciatoia, ma quello che si può trovare su questa strada non è dato sapere, e quasi mai si tratta di una via senza pericolo. Le conseguenze si devono necessariamente pagare, sempre.
Gli antichi sacerdoti chiamavano le droghe "le acque amare": qualcosa sì in grado di farti avere contatto diretto con percezioni extrasensoriali, e quindi in grado di farti rendere conto che questo mondo materiale in cui siamo immersi è solo una mera illusione della mente (maya, lo chiamano gli indostani), ma a quale prezzo? Con quali rischi?
I discepoli che prendevano le droghe secoli fa erano probabilmente guidati da un Maestro, una figura capace di spiegare loro, con il tempo, ciò che avevano provato. Ma Leary era da solo quando tornò dal suo viaggio ultradimensionale. Nessuno poteva spiegargli niente. E, logicamente, ciò che riportò fu solo una lunga sequela di informazioni mal comprese e/o mal interpretate.
La prima e più banale: se, come afferma egli stesso più volte, tutti gli strumenti per raggiungere l'Illuminazione sono già all'interno di ogni essere umano, allora per quale motivo ci dovrebbe mai essere bisogno di un catalizzatore esterno come le droghe?
Valore educativo
Cosa insegnano, o vogliono insegnare, dunque, Leary e la sua ciurma con questo (e altri) libri? In poche parole: qualcosa di giusto, nel modo sbagliato.
La ricerca e l'autoconoscenza interiore sono le cose più importanti della vita. Davvero. Ma l'approccio deve essere sincero, graduale, guidato da quella vocina che a stento sentiamo. Tendete l'orecchio: vi sta parlando ancora, persino in questo preciso istante. Sta a ognuno di noi decidere di smettere di ignorarla e verificare dove vuole portarci. A tornare indietro siamo sempre in tempo, è una cosa facilissima: basta voltare le spalle. La cosa davvero difficile è guardare nell'abisso e sostenere lo sguardo di ritorno.
L'approccio di Leary, che prevede l'"accensione" – appunto, con le droghe – è l'esatto contrario: è tutto e subito. È un'esplosione catartica insostenibile, violenta e brutale. Infatti dagli studi che ha applicato a tutta la sua indagine per tutta la sua vita, emergono spesso problemi di accettazione delle rivelazioni ottenute durante i trip. Molta gente se ne va delusa, ma alcuni rimangono traumatizzati. Persone che forse, prese in altre maniere, avrebbero potuto trovare la loro personale strada verso sé stessi, sono state brutalmente allontanate da un'indigestione forzata di dati extra-mentali, e poi abbandonate a loro stesse – seppure in buona fede; perché è vero che Leary e gli altri suoi colleghi si proponevano come guide, ma come può un cieco guidare un altro cieco? -.
Leary e gli altri "accesi" avevano scorto qualcosa di profondo capendone però la sola superficie, e avevano colmato la lacuna con dati intellettuali raccattati un po' dalla Bibbia, un po' dal Baghavad Gita, proclamandosi Guru con eccessiva fretta e auto indulgenza.
Il contesto socio culturale del periodo fece il resto, elevandoli a nuove guide spirituali. Gran sacerdoti delle acque amare.
Aldous Huxley scrisse Le porte della percezione per descrivere il suo studio sugli effetti della mescalina, ma assumere quella droga non l'ha portato ad autoproclamarsi guida sciamanica e fondare un movimento controculturale rivoluzionario. Uno dei due aveva capito che le scoperte ottenute da questi esperimenti erano intime e personali, non adatte a assere trasmesse liberamente alla massa.
C'è stato un periodo in cui ero fermamente convinto che le droghe mi avrebbero aiutato a comprendere alcuni aspetti della spiritualità che mi sfuggivano. E forse l'avrebbero fatto davvero. Potrebbero tuttora farlo davvero. Ma ho aspettato. Ho ascoltato la vocina, e poco dopo alcune risposte sono arrivate. Quando ho finalmente cominciato a leggere Il Gran Sacerdote, i miei dubbi erano già quasi tutti spariti. I pochi rimasti sono stati spazzati via dalla lettura. Potrei concludere già qui il mio "periodo droghe", ma ormai penso che leggerò anche il resoconto di Terence McKenna, altro esploratore psichedelico del periodo.
Le conclusioni, però, le ho già: il luogo d'arrivo è lo stesso, ma la via delle acque amare è quella sbagliata.
Qualunque cosa stiate cercando, non la troverete nelle droghe. Non la troverete in Timothy Leary. E di certo non la troverete ne Il Gran Sacerdote.
Alcuni estratti:
Accensione e Sintonia – Un dialogo durante un trip – Istituzioni religiose moderne – La prima volta con l'LSD di Leary (google books)
Pubblicato il: ottobre 21st, 2011 under Controcultura, Libri & Fumetti, Recensioni.
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Coniugare Scienza e Paranormale
Dopo l'immersione totale nella spiritualità degli ultimi anni, un bagno nella Scienza Pura mi ci voleva. Sono infatti fresco da un weekend a Pavia, trascorso al "corso di indagatore del mistero" che il C.I.C.A.P. organizza ormai da otto anni.
Partiamo dalle basi, per chi non sa nemmeno cosa sia il cicap… È l'acronimo di Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Nasce da un'idea di Piero Angela del 1979, che però riesce a realizzare solo dieci anni dopo, nel 1989, con l'aiuto di personaggi come Margherita Hack, Massimo Polidoro, Tullio Regge, Silvio Garattini e altri scienziati. Lo scopo del cicap non è quello che erroneamente si potrebbe pensare, cioè di smontare o smentire i potenziali sensitivi (chiaroveggenti, astrologi, rabdomanti e quant'altro), bensì di fornire un rigoroso, sistematico ma soprattutto più imparziale possibile controllo delle affermazioni sul paranormale (parola che oggigiorno ha una definizione molto sfuggente, tra l'altro). Non parliamo quindi di un'indagine puramente scettica ricolma di pregiudizio, di un'azione "violenta" alla Striscia la notizia, bensì dell'applicazione del Metodo Scientifico per constatare se i poteri o le capacità paranormali dichiarate da un individuo sono statisticamente significative o meno.
Non è raro (anzi, credo che rappresentino la maggior parte dei casi del cicap) che gli stessi sensitivi contattino direttamente il cicap per farsi "testare": è infatti comunissimo che queste persone siano completamente o almeno in parte in buona fede, fatta eccezione ovviamente per i soliti delinquenti che invece sfruttano l'infinita ignoranza e voglia di credere delle persone comuni per fare soldi (e questo tipo di persone, ovviamente, dal cicap si tiene ben distante).
Il cicap è un'associazione senza fini di lucro, e si mantiene (oltre che al supporto di personalità di spicco come quelle già citate più altre come Umberto Eco, Umberto Veronesi, Silvan, Tiziano Sclavi, Piergiorgio Odifreddi, eccetera) grazie alla pubblicazione di libri (spesso prodotti privatamente, per tagliare i costi di distribuzione, per cui li potete ordinare solo dal bookshop del Cicap o ovviamente andando alla sede di Padova), riviste ("Scienza e Paranormale", "Magia") e, ovviamente, su convegni e corsi come quello che ho fatto io.
Non c'è da stupirsi più di tanto che gli aspiranti sensitivi si mettano volentieri in dubbio davanti al comitato scientifico del cicap: oltre appunto al coraggio e alla sicurezza provenienti dalla buona fede, si può notare, non senza una lieve dose di malignità, come il cicap sia legato a doppio filo con la fondazione dell'illusionista e "indagatore del mistero" James Randi. Randi è il promotore del premio che prende il suo cognome: da quasi trent'anni, Randi è disposto a pagare la cifra di un milione di dollari a chiunque riesca a dimostrare, sotto rigorosi controlli scientifici, di essere in grado di fare qualcosa di paranormale. In questi trent'anni, nessuno ha ancora vinto il premio, così come la percentuale di test con esito positivo condotti dal cicap è uguale a zero.
Ma il bello del cicap, e delle persone che ci lavorano, è che non nega a prescindere che esistano fenomeni paranormali. Con il giusto rigore scientifico e lo scetticismo razionalistico, si limita a constatare i risultati dei test: nessuno, finora, è riuscito a dimostrare di avere capacità paranormali capaci di ottenere un successo statistico maggiore di quello che chiunque, facendo a caso la stessa cosa, avrebbe comunque.
Il corso è stato introdotto da Luigi Garlaschelli, un chimico che potreste aver sentito nominare, dato che è l'uomo dietro la riproduzione della Sindone e del sangue di San Gennaro (oppure magari conoscete i lavoretti "alternativi" che ha fatto sotto lo pseudonimo di Fulvio Fùlleri, il protagonista di un suo romanzo). La palla è poi passata ai due principali relatori, ovvero Andrea Ferrero e Stefano Bagnasco. Il primo è un ingegnere che si occupa di satelliti all'agenzia spaziale italiana, il secondo un fisico che si divide tra l'istituto nazionale di fisica nucleare e il CERN di Ginevra, ovviamente nel tempo libero, quando non è impegnato a inventare le sue ricette culinarie (tra l'altro, potete vederlo nella puntata di Porta a Porta di martedì 19 gennaio, dedicata all'astrologia).
Subito mi sono ritrovato a mio agio. La scienza dovrebbe essere sempre così: non il testardo quanto goffo tentativo di negare tutto ciò che non appartiene al mondo "conosciuto", ma l'intelligenza razionalistica di dire non solo che non ci sono prove scientifiche dell'esistenza di fenomeni paranormali, ma anche che la scienza è tutto sommato limitata, non solo dagli strumenti che possiede, ma anche appunto dalla razionalità che impone, anzi si basa, sul dubbio. "Se non posso testarlo, non posso dimostrare che esiste, ma nemmeno che non esiste", anche se il motto che deve regnare nella mente del ricercatore è piuttosto "correlazione non implica causalità".
E l'ironia. Ciò che ritengo imprescindibile dalla vita stessa, e quindi da qualsiasi altra cosa, soprattutto la scienza. La prima diapositiva della presentazione powerpoint vedeva il prof. Bagnasco seduto a gambe incrociate su un letto di chiodi, con le mani nella classica posizione dello yogi e un'espressione abbastanza soddisfatta sul volto.
Non tutti riuscivano a mascherare la propria incredulità: nella voce di Garlaschelli ho colto a volte la scocciatura di ripetere all'infinito le stesse cose, e uno scetticismo maturato dall'esperienza pluriennale; Bagnasco è quello che meno si è curato delle apparenze, e mi è risultato subito spontaneo e sincero; Ferrero è quello che, sotto questo punto di vista, mi è piaciuto di più: ha mantenuto un'equidistanza perfetta senza mai tradire un'eccessiva credulità o un eccessivo scetticismo. Ce ne fossero.
Ben più assatanati e col dente avvelenato erano semmai i partecipanti. Atei convinti e scettici della peggior specie. Come forse saprete, le posizioni estreme non mi hanno mai convinto, né da una parte né dall'altra. Per me un credente ed un ateo sono sullo stesso piano. Nessuno dei due ha modo di provare la sua teoria, ma entrambi ci credono ciecamente, e non è possibile ragionarci. Per come la vedo io, sono entrambi manifestazioni della Fede, anche se si basano su un presupposto ("sento che esiste qualcosa") o il suo opposto ("non sento niente quindi non esiste niente"). Due facce di una stessa medaglia, insomma. A me che non sono mai stato competitivo, le medaglie non interessano granché.
A parte questi personaggi, comunque, il gruppo mi è piaciuto parecchio. Di composizione abbastanza eterogenea, anche se ho visto poche donne (meno di una decina su circa quaranta partecipanti, di cui solo una più o meno mia coetanea), e un'età media piuttosto alta, diciamo sui 40 anni, con picchi che superavano i 60 e con me che probabilmente rappresentavo uno dei più giovani (ma la barba, il cappello e la preparazione intellettuale hanno aiutato a camuffarmi, mahahahah).
La preparazione intellettuale, eh sì. Questo corso è stato motivo anche di un aumento notevole di autostima… Intendiamoci, non che l'ingegnere e il fisico parlassero come fossero ad una loro lezione in Università, il linguaggio è stato quasi sempre divulgativo e generalmente accessibile… Eppure, certi concetti, certi ragionamenti e certe conoscenze di base date a volte per scontate non sono stati capiti e assorbiti da tutti, come ho avuto modo di constatare parlando con gli altri partecipanti dopo il convegno. Io invece ho capito praticamente tutto, e piuttosto profondamente. E' stato importante per me capire che i miei studi privati non sono stati del tutto inutili, e che probabilmente la strada che ho scelto per il mio cammino intellettuale non è poi così malaccio.
È stato bellissimo anche confrontarmi con altre persone; persone dalla varietà culturale e sociale: psicologi, filosofi (uno specializzato in una cosa che non sapevo esistere: "teoria e pratica dell'argomentazione", una cosa di cui avremmo un gran bisogno tutti, nel mondo ma soprattutto in Italia), banchieri, scienziati di vario genere, un prestigiatore e mentalista e addirittura una coraggiosa pranoterapeuta entrata nella tana del drago! Persone che – ahimé – non ho la fortuna di incontrare tutti i giorni, per la vita che faccio e per il posto dove vivo. Non si trova dappertutto qualcuno con cui puoi parlare degli argomenti più disparati, dalla storia alla politica, dalla teologia ad argomenti scientifici abbastanza specifici, nel corso di una conversazione di 15 minuti, tenuta mentre si sta andando a prendere un caffé. È stata sicuramente la mancanza più significativa che ho sentito al momento di tornare a casa.
Nonostante fossi a mio agio, ho tenuto un profilo bassissimo. Non ho parlato praticamente mai di me a nessuno, tranne quando è stato impossibile evitarlo. Soprattutto, ho evitato il discorso meditazione e magia.
Come ho detto, è difficile discutere con un ateo e/o scettico convinto, e a me non andava di mettermi a fare l'avvocato del diavolo, litigare per difendere posizioni che non penso abbiano bisogno di essere difese, per poi scoprire che stato tutto inutile, dato che nessuno ha cambiato posizione sull'argomento, e si è ottenuto solamente il rilascio di un po' di adrenalina e la tensione di qualche nervo.
Però, ho avuto la conferma che la scienza e ciò che va oltre essa, non sono incompatibili. Il metodo scientifico si può benissimo applicare a quello che sto imparando andando al corso di meditazione, o leggendo Moore e Crowley.
Si rafforza in me l'idea che Scienza ed Esoterismo fossero davvero un tutt'uno, in origine, e siano stati separati nel corso dei secoli, per colpa della stupidità e l'incapacità di pochi (ma potenti).
Sarebbe bello poter unire di nuovo le due cose, far dialogare ancora i due mondi.
Aprire veramente le menti di tutti, e far finalmente ricongiungere lo Ying con lo Yang.
"Aprire le menti, ma non tanto da far cadere il cervello", come recita lo slogan stampato sul sacchetto di plastica del cicap.
Pubblicato il: gennaio 18th, 2010 under Cronache.
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Benjamin Button, spazio-tempo e campo morfico.
Spazio-Tempo
Una delle più affascinanti teorie riguardanti il Tempo, è che questo sia in realtà un unico, enorme presente.
Nel post sulla controcultura e le droghe, ho parlato di come i nostri sensi possano non essere assoluti, portando gli esempi degli stati di coscienza alterata testimoniati da Aldous Huxley (con la mescalina), Terence McKenna (con il DMT), Timothy Leary (con l'LSD) e tanti altri.
Ora: se i nostri sensi non sono assoluti al punto che non possiamo essere certi nemmeno delle cose che percepiamo più o meno concretamente, come possiamo essere sicuri che una cosa astratta come il Tempo sia come noi la percepiamo?
La definizione di Tempo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale è: "il tempo è ciò che si misura con gli strumenti adatti" (wiki). Strumenti adatti. Calendari, meridiane, orologi. Tutti strumenti che partono da un concetto base chiamato causalità. Avrete visto Matrix, no? "Io bevo del vino, devo andare a pisciare" (cit.). Sostanzialmente è la stessa cosa: ecco un secondo, seguito da un altro. Dopo 60 secondi, abbiamo un minuto, e così via fino a formare giorni, settimane, mesi, anni, secoli, millenni… Ma è palese che sia più una convenzione che una misurazione. La vera essenza del Tempo, è sicuramente molto più astratta di così. Per Kary Mullis, ad esempio, ha l'aspetto di un frattale, figura geometrica "in divenire" che si presta talmente bene al concetto di Natura che la Teoria del Caos ne ha fatto il suo emblema.
Dalla relatività di Einstein, e dalle successive limature ad opera di Stephen Hawking e Roger Penrose, sappiamo che parlare di Tempo e di Spazio come entità separate è un errore. Tutte le più recenti teorie al riguardo utilizzano infatti il termine Spazio-Tempo, come un'unità unica. Non esiste infatti, se ci pensate un attimo, uno spazio che non si trovi in un determinato tempo, e viceversa. Il te stesso di un secondo fa, era collocato anche in uno spazio infinitesimalmente diverso rispetto al te stesso di adesso, o di tra qualche millesimo di secondo.
Sappiamo anche che all'origine dell'Universo conosciuto c'è stato un Big Bang, e lo sappiamo perchè abbiamo l'opportunità di rilevare e studiare le radiazioni cosmiche di fondo.
Sappiamo che l'Universo è tuttora in espansione, perchè vediamo le galassie allontanarsi da noi sempre di più.
Su come andremo a finire, ci sono diverse teorie. Una è quella della deriva entropica: l'entropia (il grado di "disordine" atomico di un dato sistema fisico) è in costante aumento, secondo la seconda legge della termodinamica, per cui l'Universo continuerà ad espandersi e a raffreddarsi verso l'infinito ed oltre.
Un'altra è quella del Big Crunch, ovvero un Big Bang al contrario: quando l'Universo avrà raggiungo l'apice della sua espansione (e un livello critico di entropia), la forza di gravitazione universale funzionerà come un elastico e riporterà tutta la massa in un unico punto, creando una singolarità gravitazionale uguale a quella del Big Bang e ricominceremo tutto da capo, evviva.
Immaginate ora di tenere in mano un pallone da rugby. C'è il vertice a sinistra che rappresenta il Big Bang; la sua espansione centrale; il vertice a destra che è invece il Big Crunch (o il contrario, se preferite, eh).
Adesso immaginate che il Tempo non funzioni come noi lo percepiamo, cioè in maniera causale, ma sia tutto un unico ADESSO. Il Big Bang, la sua espansione, il Big Crunch: tutto avviene simultaneamente. D'altronde, il pallone da rugby è lì, per intero, in ognuno dei momenti in cui lo tenete in mano. E' sempre presente, nella sua unità.
Le conclusioni che si possono trarre da questa teoria sono tante, e variano per ognuno di noi in base alla propria spiritualità.
Si potrebbe dire che tutto è già scritto, dato che anche il futuro in realtà è già successo.
Si potrebbe dire che le coincidenze non esistono.
Si potrebbe dire che non esiste nemmeno il libero arbitrio, perché ogni nostra azione è già in realtà stata decisa.
Sì, ma da chi? Come vedete, siamo punto e a capo: Dio, il Caso, il Caos, Noi Stessi. Sono tutte risposte valide, no?
Nota di costume: questa è la teoria Spazio-temporale che è utilizzata, ad esempio, nella saga di Terminator, in Watchmen e in Lost.
Il curioso caso di Benjamin Button
Ora che ho finito di scrivere il primo paragrafo, non sono più così sicuro che c'entri davvero con Benjamin Button e che sia un'introduzione valida. Pazienza, eh? Non mi pare mi paghi nessuno per essere coerente sul mio blog.
David Fincher è uno dei miei registi preferiti. Dopo aver fatto un po' di videoclip per Madonna, esordisce al cinema con Alien 3 che, nonostante sia snobbato generalmente dalla critica e anche dal pubblico (che non capirò davvero mai PER QUALE CAZZO DI MOTIVO preferisca il chiassoso Alien 2 di Cameron) è il mio Alien preferito. D'altronde, sono un disadattato mica per niente.
Fincher fa un altro po' di video musicali, poi tira fuori Seven.
Poi The Game (vabbè…).
Poi Fight Club.
A questo punto uno potrebbe anche ardire di pensare di aver individuato uno stile di regia abbastanza inconfondibile, in Fincher.
Ma lui tira fuori il mediocre Panic Room, e l'unico vero panico è il pensiero che il brillante regista possa aver cominciato la sua parabola discendente.
Fu con poche speranze che andai quindi a vedere, ben CINQUE anni dopo, Zodiac. E il mio cuore pianse: Fincher era andato.
Non potevo immaginare che Zodiac fosse solo un esperimento.
Penso che Fincher si volesse mettere alla prova. Immagino che anche lui, come molti grandi artisti/artigiani, sia refrattario a quello che la gente comune chiama "stile". Lo stile è qualcosa di conservatorio e ristagnante, qualcosa che quasi sempre si ritorce contro, in special modo contro gli esordienti, che istintivamente lo cercano, invece di allontanarsene. Sono pochi i casi di successo in chi ha perseguito lo stesso stile tutta la vita; al momento mi viene in mente solo Terry Pratchett.
Con il senno di poi, vedo Zodiac come il tentativo di Fincher di scrollarsi di dosso lo stile "Badass-pop" che si era cucito addosso con Seven e Fight Club. Ha cercato nuovi ritmi, nuovi modi di raccontare una storia nuova, priva di vera azione e di una vera trama. Il risultato generale è fallimentare applicato a Zodiac, ma per Il curioso caso di Benjamin Button è tutto un altro paio di maniche.
In questo film, Fincher sparisce. Lascia perdere ogni stilema e ascende al ruolo che secondo me dovrebbe essere proprio di ogni regista: si plasma intorno alla storia, per raccontarla nel miglior modo possibile.
Nonostante questo però, sembra il film più intimista di Fincher. Oserei dire che si tratta del suo Forrest Gump personale. E proprio con il film di Zemeckis – e con un altro capolavoro, il Big Fish di Burton – questo Benjamin Button ha davvero tanti punti di contatto.
Le analogie sono palesi, a partire dalla struttura del racconto, basata sulla singolare storia di un singolare personaggio; la narrazione in prima persona (anche se qui è "truccata" dalla lettura del diario di Benjamin); i temi ricorrenti; le coincidenze e la causalità (vedete che qualcosa c'entrava, il paragrafo precedente); il simbolismo allegorico (la piuma in Forrest, il colibrì in Benjamin). Persino in alcuni dettagli i due film si corrispondono: le navi e i viaggi sono parte integrante di entrambe le storie, così come l'impatto che la guerra ha sui protagonisti; l'amore assoluto e dirompente, motore di tutte le cose; la tragica consapevolezza di essere diversi, e la paura di tramandare questa diversità alla prole.
Ma c'è una sostanziale differenza: mentre a Forrest le cose accadono intorno, la maggior parte delle volte senza che lui nemmeno riesca a capirlo, è la Volontà di Benjamin Button che permette alle cose di accadere. Ecco che quindi tutto assume un aspetto completamente diverso: i viaggi, ad esempio, non sono scoordinati eventi in cui il protagonista si ritrova e a cui è costretto ad adattarsi; sono invece la manifestazione della volontà di cambiare, di mettersi alla prova, di imparare, di crescere… Un termine che in questo film diventa più che mai relativo e ambiguo, dato che Benjamin nasce vecchio e ringiovanisce con lo scorrere del tempo.
La condizione di Benjamin è talmente unica che lui non sa cosa gli potrebbe accadere nel futuro. E' condannato a vivere solamente il presente e, proprio vivendolo appieno, scopre che non è affatto una condanna.
Scopre che si può fare qualsiasi cosa, che si può essere qualsiasi cosa, e che la chiave di tutto è la Volontà, accompagnata dalla capacità di non farsi sopraffare dal futuro incombente, per quanto oscuro, misterioso e spaventevole possa essere.
Il finale è però dolce amaro, e fornisce molti spunti di riflessione. Dimenticarsi di tutta la propria vita vissuta, rende quella stessa vita inutile e vana? Oppure non è così, perchè la si è goduta, mano a mano che scorreva, nel miglior modo possibile? Continuiamo a vivere nel ricordo di chi ci sopravvive, ma quando tutti coloro che ci ricordano saranno morti, sarà stato allora tutto per niente, oppure no? Quando il Sole inghiottirà il nostro sistema solare, quando l'Universo sarà risucchiato nel Big Crunch, non resterà forse nulla di noi? Eppure, continuiamo a vivere.
Con il Big Fish di Tim Burton le analogie non sono così marcate ma, oltre al fatto che il narratore e protagonista (o co-protagonista, nel caso del film di Fincher) si trovano a ricordare la propria vita morenti in una stanza di ospedale, è evidente che il tono della narrazione, i messaggi che si vogliono dare e l'atmosfera che regna siano molto simili.
Perfetto Brad Pitt, che in un'intervista ha dichiarato di non credere di essere l'attore adatto per quel ruolo… Non capisco come faccia a dire una cosa del genere. Io penso invece che abbia un volto senza età che si presta perfettamente sia al trucco da anziano che a quello di teenager.
E poi lei, Cate Blanchett. Se gli angeli esistessero sarebbero fatti così.
Campo morfico.
C'è una cosa strana: Fincher non è stato l'unico a lavorare, in questo preciso periodo, su un film che parla di un tizio che ringiovanisce.
La lavorazione di Benjamin Button è avvenuta pressoché simultaneamente a quella di Youth without youth (in Italia: "Un'altra giovinezza", che non rende la finezza del titolo originale) di Francis Ford Coppola. Poi Coppola ha lavorato più velocemente e il suo film è uscito un anno e mezzo prima, ma non conta.
Quello che conta è che in questo preciso momento due registi che avevano in comune il fatto di doversi (e probabilmente anche volersi) riscoprire, hanno cominciato a lavorare su un soggetto molto, molto simile.
Ognuno ha affrontato l'argomento nel modo che ha sentito più suo, ovviamente; Coppola infatti ha realizzato un film onirico, quasi Lynchiano.
C'è almeno un altro curioso dettaglio in comune tra i due film: in Benjamin Button uno dei personaggi più divertenti è un tizio che dice di essere stato colpito dai fulmini sette volte. Il protagonista del film di Coppola comincia a ringiovanire proprio dopo essere stato colpito da un fulmine.
Dopo secoli in cui a nessuno era venuto in mente, improvvisamente in varie parti del mondo, senza che i relativi inventori avessero modo di comunicare tra loro, spunta fuori il motore a vapore. La realizzazione dell'idea non fu uguale dappertutto, immagino, così come i film di Coppola e Fincher affrontano lo stesso argomento in maniera diversa.
Ma da dove è uscita l'idea del motore a vapore? Perchè persone diverse in luoghi diversi hanno avuto la stessa identica idea in un particolare periodo storico, sia pure a distanza di anni tra loro?
Verrebbe da pensare che le idee non siano veramente qualcosa che nasce dal nostro cervello, ma che ci vengano donate da qualcosa di esterno. I credenti che si rispondono "Dio" possono smettere di leggere; ciao, alla prossima!
Ma se invece le menti di noi scimmiette parzialmente evolute fossero tutte collegate tra loro? Se avessero modo di comunicare a livello subconscio? Avrebbero modo di attingere le une dalle altre, di rinforzare l'una la potenza di pensiero dell'altra, come dei computer collegati in cluster.
David Jay Brown: potrebbe parlarmi del modello che usa per comprendere la telepatia e altri fenomeni non ancora spiegati?
Rupert Sheldrakeil modello di cui mi servo ipotizza che i membri di una gruppo sociale siano collegati gli uni con gli altri attraverso un campo morfico (o campo morfologico, ndObi). I membri di uno stormo di uccelli o di un banco di pesci sono come cellule di un organismo più grande. [...] Se alcuni membri del gruppo se ne vanno, il campo non si spezza: si dilata. Così, ad esempio, se un cane instaura un legame con un essere umano, entrambi fanno parte di un campo sociale. L'essere umano diventa membro onorario del branco del cane. [...]
Credo che tale campo dilatato sia il canale attraverso il quale avviene la comunicazione telepatica. [...]
Quindi, credo che la telepatia sia un riflesso dei campi morfici che collegano i membri di un gruppo, anche se sono distanti.
Non voglio spendere nemmeno una parola per convincervi che la telepatia non è fantascienza. Se avete voglia, vi leggete Riflessioni sull'orlo dell'apocalisse per scoprire che razza di esperimenti geniali ha compiuto Sheldrake per andare in giro a parlare di telepatia come se fosse una cosa quotidiana, sennò pazienza.
Quello che conta, è che la teoria del campo morfico dilatante spiega un sacco di coincidenze strane (e quindi anche che le coincidenze non esistono). Spiega l'invenzione simultanea del motore a vapore, e anche la similarità tra i film di Coppola e Fincher.
Oppure no. Ognuno può trarre le conclusioni che vuole. Magari le mie sono solo parole a caso.
Pubblicato il: febbraio 18th, 2009 under Cinema & TV, Libri & Fumetti, Opinioni, Recensioni, Streams of (un)consciousness.
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La scienza irragionevole
Solitamente evito di parlare di religione. Odio sparare sulla croce rossa.
Ma quando uno se le cerca, mostrando al mondo intero la pochezza delle sue teorie… Come si fa a stare zitti?
Papa Ratzinger. Un uomo un mito.
Ha ritrattato le conquiste socio-culturali del defunto Wojtyla, dichiarando "irragionevoli" le teorie evoluzionistiche, da Darwin in poi.
Bene. Torniamo indietro?
Secondo il caro papa "i conti non tornano senza Dio". Ma non mi dire! Che notizia sensazionale! Cavolo, se non arrivava lui, nell’anno Domini 2006, a dircelo, come avremmo mai potuto saperlo?
Non lo sa il caro Ratzinger che la scienza si basa su dati certi ottenuti con lo studio delle scienze umane, e quando non può spiegare con quelle stesse scienze un qualcosa si ferma, limitandosi a fare ipotesi in attesa dei mezzi per espandere la conoscienza?
Certo, per chi crede in un Dio Creatore Superiore è tutto più facile. Spariscono i dubbi, si liquida qualsiasi dilemma esistenziale con un tre parole: "è stato Dio".
Ohibò, gli echi galattici mi permettono di capire che all’origine dell’Universo c’è un’esplosione di massa dalle proporzioni epiche che ha dato il via alla formazione del Tutto. Ma prima cosa c’era? "Non si sa ancora, ma ecco delle teorie" dice lo scienziato; "è stato Dio." dice il religioso.
A rigor di logica, sempre quella logica inventata dall’essere umano, quello che è irragionevole non è lo scienziato, ma il religioso.
Lo scienziato porta delle prove concrete, delle teorie basate su secoli di cultura tramandata da generazione a generazione, maturate dalle esperienze di centinaia, migliaia di menti illuminate e aperte alla conoscenza.
Il religioso si chiude a riccio sulle sue convinzioni da quattro soldi, sempre uguali da duemila anni.
Però per Ratzinger l’irragionevole è lo scienziato. Parbleu! Ma è assurdo!
Allora, caro Ratzinger, perchè non abbracci completamente le tue convinzioni, ti mostri coerente al popolo cristiano, e dimostri di provare in prima persona quello che predichi?
Perchè non rinunci all’irragionevole scienza? Comincia a camminare sulle tue gambe per spostarti! Non vorrai fidarti dell’irragionevole meccanica che muove la papa mobile! Oppure magari Dio ti fornirà il potere della levitazione, essendo tu il suo avatar terreno!
Fai a meno dei medicinali! L’uomo del Signore cosa ha da temere? Le malattie? E anche se fosse, non è la sofferenza la via della Redenzione? Come potrai sederti alla destra del Signore nell’aldilà, se hai sfruttato le medicine create da quell’irragionevole scienza?
Se per te Darwin era irragionevole, smetti di usufruire dei benesseri della società moderna, e gettati nudo in braccio alla natura, come San Francesco, e vediamo quanto duri, in balìa della legge del più forte! Tanto son stupidaggini, è tutto manovrato da Dio, o no?
Ma le robe da matti. Trovo incredibile che nel 2006 si permetta a tali ottusi imbecilli di andare in televisione a parlare a milioni di persone che pendono dalla loro bocca di sparare certe stronzate.
Offensivo. Insopportabile. Inaccettabile.
E ora scomunicatemi, tanto all’inferno son già promesso da un pezzo.
Ammesso che esista. Cosa che trovo irragionevole.
Pubblicato il: settembre 13th, 2006 under Opinioni.
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Quesito scientifico
Blastar mi ha proposto un pensiero interessante sul fatto che il sangue serva sia al cervello che all’uccello.
Al che mi sono chiesto:
Ci vuole più sangue per elaborare un pensiero o per avere un’erezione?
Occorre indagare!
Pubblicato il: febbraio 26th, 2004 under Streams of (un)consciousness.
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