Comunione #1
Il tagliaboschi non aveva dormito bene. Aveva fatto un sogno agitato e angosciante, che però non riusciva a ricordarsi.
Guidava assorto, perso nei suoi pensieri, ancora addormentato, mentre i suoi automatismi lo portavano a lavoro. Sfregava gli spessi calli contro la gomma del volante, un tic che aveva sviluppato anni fa, e di cui forse nemmeno era a conoscenza.
Arrivato a destinazione smise di rimuginare. Parcheggiò, spense il motore e scese. Si aggiustò le bretelle rosse, che gli si spostavano ogni volta che saliva in macchina. Avrebbe davvero dovuto perdere qualche chilo.
Raggiunse il retro del pickup e tolse l'ascia dalla sua custodia di cuoio, poi si incamminò per il sentiero.
Tastò il filo del suo strumento con il callo del pollice, più volte, sovrappensiero. Era puntuale, ma qualche suo collega era più mattiniero di lui, ed era già al lavoro: piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani, sferzare. Ripetere ad libitum finché l'albero non cade. Tanti piccoli robottini tagliaboschi, tanti piccoli omini di latta scappati dal regno di Oz. Prima o poi avrebbero finito anche loro l'olio per le giunture? Sarebbero rimasti pietrificati nel bosco, dimenticati da tutto e da tutti? No… Gli alberi si sarebbero ricordati di loro.
Scacciò questi strani pensieri dalla mente e raggiunse la sua zona di lavoro.
Guardò il primo albero della sua lista, la prima uccisione della giornata. Diede inizio al rito delle stime: sedici, diciassette metri di altezza; circonferenza di circa un metro e mezzo… Un secolo? Un secolo e mezzo, forse qualche manciata di anni in più. Avresti potuto vivere per almeno il doppio, o anche di più, si disse il tagliaboschi, eppure la tua vita finisce qui, oggi, per mano mia, l'omino di latta.
Piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani. Un ultimo tic del callo sul manico levigato dell'ascia, poi la sferzata.
Il tagliaboschi percepì la forza delle sue braccia, del bacino, delle gambe – di tutto il corpo – fluire attraverso il manico fin sulla lama. La gravità influì sull'angolazione e la verticale, la forza centripeta disegnò una curva perfetta. Non aveva speranze, la quercia: le irrevocabili leggi matematiche della natura e la volontà dell'uomo erano contro di lei.
La lama trapassò l'alburno come non esistesse. La giovane difesa superficiale spezzata con un gesto così semplice e rapido.
Toc! L'ascia si piantò nel primo strato di durame. La vibrazione risalì la lama, il manico, poi il braccio del tagliaboschi, e raggiunse la sua fronte, prima di disperdersi. Il tagliaboschi aggrottò le sopracciglia.
Puntellò il piede destro al tronco e cominciò a tirare. Dalla profondità della ferita dedusse di aver tagliato via almeno una dozzina di anni di vita dell'albero.
Sfilò via l'ascia dal tronco e si sentì come un mercenario medievale che estrae la spada dal nemico ormai morto, facendo zampillare sangue. Ringraziò di poter fare a meno del sangue.
Piede destro indietro, peso in avanti, ruotare il bacino, controllare la presa con entrambe le mani, sferzare: via altri cinque o sei anni. L'urlo dell'albero stavolta rimase a vibrare sulla fronte del tagliaboschi più a lungo, e rimarcò la sensazione di malinconia che l'uomo aveva fin da quando era sceso dal letto.
Basta, si disse, devo cambiare lavoro. Questo è l'ultimo albero che taglio.
Lo ripeté a ogni colpo di ascia, a ogni quercia che faceva cadere, ogni giorno del resto della sua vita.
Senza titolo, trama né finale.
Illustrazione di Eva Danese.
Pubblicato il: settembre 17th, 2010 under Carverate.
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